di Daniele Carbini
Ornella Piredda è un nome cruciale in merito allo scandalo dei fondi ai gruppi. Lei è una donna eroica che denuncia l’uso allegro dei fondi. Questo atto coraggioso le costa molto, moltissimo. Lo si dica da subito: le hanno rovinato la vita. Ha subito di tutto, dal mobbing continuo al demansionamento. Si è ritrovata emarginata, isolata, trattata come feccia, come malattia.
Ornella ha un alto senso etico della cosa pubblica, lei che è un funzionario della Regione Sardegna e chiede lumi sulle farlocche pezze giustificative di spese pazze e fuori controllo, che riguardano tutti e in modo trasversale ogni forza politica. Dovrebbe farsi i fatti suoi, adattarsi al sistema e accontentarsi di un modus operandi diffuso, qualcosa che si potrebbe definire consuetudine, legge non scritta. Invece lei no. Denuncia la cosa e diventa una super-teste per la procura. Lei va diritta al cuore e non si tira indietro.
Ornella Piredda è eroica, è sognatrice, crede nella verità e nel trionfo della giustizia. Sa che probabilmente perderà la sfida ma va avanti, non molla. Ci sarebbe da farle un monumento enorme, ci sarebbe da appendere un striscione gigante in ogni centro abitato dell’isola con su scritto «grazie Ornella», ma non è così. Certo sono nati gruppi spontanei nella Rete di sostegno a Ornella, di solidarietà diffusa, qualcosa che non vorrebbe farla sentire sola, che non è da sola in questa battaglia di giustizia.
Ma se vediamo un attimo la pagina pubblica “siamo tutti con Ornella Piredda” conta solo 5.536 «mi piace» e la pagina pubblica personale di Ornella (io l’ho scoperta oggi) conta 1.047 «mi piace». Sono numeri piccoli, sono termometro di una vergogna collettiva. Noi non ci meritiamo una donna come Ornella Piredda.
Lei comincia a riscuotere qualche piccola e significativa vittoria di giustizia, visto che ieri Ladu e Scarpa sono stati condannati e sono stati interdetti in modo perpetuo dai pubblici uffici, ma è come se la cosa non facesse piacere a nessuno, che tante, davvero tante altre condanne sono in arrivo. E giustamente c’è da dire, con forza va ribadito. Ma la popolazione sarda dimostra tutto il contrario, ovunque. Il fatto in sé denuncia una cultura distorta e grave. Denuncia un sistema politico che continua ad alimentarsi di potere ed uso spregiudicato del denaro pubblico e del consenso silenzioso del popolo.
Turba non poco la dichiarazione di Scarpa nell’estremo tentativo di evitare la condanna: «facevo come gli altri». Ricorda moltissimo la difesa di Craxi di fronte allo scandalo di “mani pulite”, ovvero non può essere considerato reato ciò che tutti consapevolmente fanno, è sistema e tu non puoi tirartene fuori. Turba ancora di più che mani pulite non è servito a nulla, anzi è servito a legittimare un modo della politica sconcertante. Se in quegli anni tumultuosi potevamo registrare l’indignazione degli italiani, oggi invece registriamo il consenso degli italiani, silenzioso e ipocrita, vile, ma comunque consenso, con la sotterranea convinzione che se si vuole che le cose funzionino allora bisogna rispettare il sistema, non abbatterlo.
Lo dimostrano i fatti. C’è un ripristino di quel fare politica allegra, spregiudicata, clientelare. Oggi funziona più che in passato. Ma il termine «clientelismo» non è più sufficiente ad inquadrare uno scenario sconfortante. Oggi sarebbe corretto parlare di «politica usuraia». A fronte di uno stato di crisi evidente, di lavoro precario e tanta disperazione, al cittadino non interessa più che il politico mangi e si ingrassi dalla cosa pubblica, che se ne serva, bensì gli interessa che ci sia una fetta, una briciola anche per lui.
Ancora di più, maggiormente il politico viene visto come uno con le mani in pasta e maggiormente si tende a votarlo e a credere alle sue promesse, perché in quanto non onesto è colui che può forzare la mano per un’assunzione o un appalto o un favore. Di certo questi privilegi non puoi chiederli al politico onesto e retto, non c’è scampo. Ecco che l’usuraio è il punto di riferimento ideale, colui che può, perché tanto le cose funzionano così. È sintomatico in questo senso quando si candidano le cosiddette brave persone, quelle che vogliono agire per servire la collettività invece di servirsene.
Si sente dire più o meno sempre la stessa tarantella: “finalmente una faccia pulita e competente, che bello!”. Ma poi non la votano, perché “sai mi gli altri mi hanno promesso un posto di lavoro, magari non la mantengono la promessa, ma è già qualcosa.”
Funziona così, sempre di più, terribilmente funziona così. Ci ritroviamo una condizione per cui gli uffici pubblici, ma anche molte attività private che agiscono nel pubblico, si ritrovano valanghe di lavoratori selezionati ad hoc, suggeriti da corsie privilegiate. Sono tutti vittime consapevoli degli usurai della politica: prendono uno ma gli sarà chiesto a vita un debito che vale mille e anche diecimila.
È sconfortante la voce comune che auspica pulizia e meritocrazia quando poi la voce comune è sempre più prigioniera delle corsie preferenziali e devota all’uomo che con me è stato davvero buono, perché mi ha dato una mano quando ne avevo bisogno, ora un pranzo ed una cena me li posso permettere. Non ragionano dell’umiliazione che subiscono, non ragionano che magari la famiglia ha sudato sacrifici per venti anni pur di farlo studiare e dargli una formazione perché si potesse realizzare come persona libera, che potesse conquistare il cielo per meriti conquistati sul campo. No, ragionano che per i meriti non c’è spazio e che l’unica strada da percorrere è quella di adattarsi al sistema, perché bisogna pur mangiare e quando sei disperato non hai altre alternative. Non si ragiona mai che non si ha alcun debito, che certe pratiche pubbliche devono correre a prescindere perché quello è un dovere della politica e non un favore.
È mortificante la voce comune che spara fango sui politici che sono tutti ladri e che non se ne può più, che vivono a sbaffo dei cittadini da decenni, ma poi quando si tratta del vicino di casa allora è diverso, è una brava persona, io la conosco, è stato ingenuo, è stato fregato, non poteva fare nulla, ha subito il sistema, in ogni caso per noi ha fatto molto.
La verità che ne esce fuori è che è cambiata la cultura della «voce comune», che non è più una cultura di mesta rassegnazione, bensì di collusione con il sistema, in attesa che tutto crolli. Una voce comune che urla a gran voce la crisi, economica ed occupazionale, ma che non aspira a creare economia ma che chiede alle istituzioni di creare servizi pubblici, ovvero stipendifici intoccabili e sicuri. Non ci si mette nemmeno più il problema che i servizi sono di certo essenziali ma devono pure essere sostenibili, che un servizio ha senso se c’è un’economia produttiva che lo sostiene, che altrimenti diventa un peso che aggrava la crisi invece di risolverla. Lo si grida a gran voce ma intanto dammi lo stipendio che mi serve.
Vi è un ritorno dei politici clientelari, sono votati in massa, eppure sono conosciuti, da sempre, anzi proprio per questo sono votati in massa. “Questa è la politica”, ti dicono. A me ogni volta che lo sento dire mi viene il vomito e replico “no, questa è la cattiva politica, quella che ha ridotto l’Italia e la Sardegna al dramma di oggi, allo sfacelo culturale, etico, economico e sociale di oggi. La buona politica è altro.” Però se senti la «voce comune» ci mancherebbe altro la pensano tutti come te, tutti vogliono pulizia, etica, giustizia, un paese che funzioni bene, ma la sua è una indignazione di facciata, teorica, ideale, che riguarda sempre l’altro e mai casa propria. Che comincino gli altri e non vengano a rompere le balle a me, che sono persona per bene, onesta e pulita, che mi faccio i fatti miei e non rompo le scatole a nessuno, che non se la prendano proprio con me, quando i ladri sono altri, sono la fiat, sono la saras, sono i pesci grandi, mica noi, i piccoli, sempre con i deboli se la vogliono prendere.
Andrà a finire così, senza indugi, che la voce comune se la prenderà con la giustizia ad orologeria, con le toghe politicizzate, con i magistrati che vogliono fare la politica ed impediscono le riforme necessarie al paese, che non si può condannare tutti, che tutti facevano così e tutti criminali allora tutti innocenti.
Allora io non lo so se ci meritiamo Ornella Piredda, non lo so se ci meritiamo i sognatori, non lo so se ci meritiamo gli eroi, che sacrificano la loro vita per un’intera collettività che disprezza le acque pulite al posto del fango.