di Gianfranca Fois
Il 10 febbraio si celebra la “Giornata del Ricordo” istituita con la legge n. 92 del 30 marzo del 2004 (approvata quasi all’unanimità dal parlamento) per ricordare le vittime dei massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E’ stata scelta questa data perché il 10 febbraio 1947 fu firmato il trattato di pace che assegnava l’Istria e le coste dalmate alla Yugoslavia.
Questa giornata cade solo 14 giorni dopo la celebrazione della Giornata della memoria che, secondo la legge istitutiva del 20 luglio 2000, commemora la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, i militari e i politici italiani deportati nei lager e quanti si sono opposti, anche in campi o schieramenti diversi, al piano di sterminio nazista.
Come si vede la GdM nei suoi intenti, quasi mai mantenuti tanto che la Giornata è diventata quasi esclusivamente la memoria della Shoah, mette l’accento sulle responsabilità dell’Italia fascista e degli Italiani che, a partire dalle leggi razziali del 1938 sino all’allestimento di campi di sterminio come quello della risiera di San Sabba vicino a Trieste, erano stati complici nel progetto di eliminazione degli Ebrei.
Sarebbe stato quindi naturale che nella commemorazione delle vittime della tragedia delle foibe rientrasse anche la commemorazione di tutti gli Italiani che sono stati vittime della violenza e delle stragi nazifasciste e tutti gli Slavi, in particolare quelli di nazionalità italiana, torturati e uccisi dagli Italiani durante la seconda guerra mondiale quando la Slovenia divenne Provincia italiana. Sarebbe sicuramente stata una scelta importante perché in questo caso la vicenda sarebbe stata inquadrata in tutti i suoi aspetti, che sono numerosi e complessi, e gli Italiani avrebbero potuto iniziare finalmente a fare i conti con almeno una parte del loro passato, così come è successo in altri paesi europei.
A questo punto la scelta che invece è stata fatta pone una serie di interrogativi.
Anzitutto una piccola riflessione sull’uso del termine memoria e del termine ricordo.
La memoria collettiva è un momento importante nella costruzione dell’identità di una comunità e influenza le sue narrazioni, il suo stesso linguaggio. Essa si basa su una interpretazione di dati storici che, essendo appunto dati, non possono essere disconosciuti.
Il ricordo invece rimanda a qualcosa di più intimo, legato alla sfera emotiva, individuale o familiare pertanto, e, come sappiamo, il nostro “cervello” non “ricorda tutto” ma opera una selezione dei ricordi, alcuni si inabissano, altri possono venire distorti.
Il termine “ricordo” è forse stato scelto perché rimanda all’individuo, alla famiglia e quindi al concetto di patria come famiglia, concetto che tende a escludere e non a includere? Questo è il motivo per cui nel ricordo sono presenti alcuni aspetti (le foibe, l’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate di lingua italiana dalle terre in cui avevano vissuto per secoli) tralasciandone altri (le violenze fasciste contro la popolazione italiana di lingua slovena e le violenze nella Slovenia occupata dagli Italiani che alcuni storici hanno definito un vero e proprio tentativo di bonifica etnica)?
Di fatto si è trattato di un uso strumentale e politico della storia, uso che non solo non aiuta a comprendere, riflettere ma lavora per impedire che si crei quella memoria condivisa che è parte importante nella costruzione di una società.
Ne fa testimonianza il fatto, uno fra i tanti, che l’anno scorso a Montebelluna il sindaco leghista ha impedito lo svolgersi del convegno organizzato dall’ANPI, su Fascismo, confine orientale e foibe con la partecipazione della presidente dell’ANPI di Treviso Monica Emmanuelli e della storica Alessandra Kersevan, perché ritenuto contrario allo spirito della legge che istituiva Il giorno del Ricordo in quanto col convegno si intendeva dare spessore storico a tutto tondo su quanto avvenuto nei nostri confini orientali.
Nelle foibe infatti finirono sicuramente civili in gran parte italiani, antifascisti ma anche, e soprattutto secondo alcuni storici, collaborazionisti, torturatori e spie della polizia fascista.
Ricordo inoltre che il termine foibe, cioè inghiottitoi naturali tipici dei terreni carsici profondi anche decine di metri utilizzati sin dall’antichità, ha più che altro un significato simbolico perché la maggior parte delle vittime morì non nelle foibe o nei pozzi minerari ma nelle carceri, nelle marce di deportazione, nei campi di internamento.
Credo che ricordare sia un dovere di tutti anche quando, sgomenti di fronte ai fantasmi del passato che vorrebbero tornare, ci sembra che sia inutile e ci sentiamo scoraggiati. L’importante è ricordare tutto con onestà intellettuale.
Vorrei concludere con le parole pronunciate, a proposito del Giorno del Ricordo, da Boris Pahor il grande scrittore italiano di lingua slovena che ci ha raccontato nei suoi libri la sofferenza e l’esodo degli Sloveni italiani perseguitati dai fascisti sin dagli anni venti: “……i giovani che si recano in pellegrinaggio alla foiba sanno solo dei “sanguinari slavi”,(espressione usata da Napolitano),… mentre non sono al corrente dei sanguinari fascisti che hanno preceduto di una quindicina d’anni quelli slavi. Non si crea quindi una relazione di equità e di amicizia tra vicini” relazione essenziale per un’Europa di popoli unita e libera.
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