Il giorno della memoria serve solo se lo facciamo nostro
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Il giorno della memoria serve solo se lo facciamo nostro

Lo confesso. Negli ultimi anni, sopraffatto dalla retorica, ho iniziato a pensarla come Elena Loewenthal nel saggio Contro il giorno della memoria.[Andrea Mameli]

Il giorno della memoria serve solo se lo facciamo nostro
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27 Gennaio 2014 - 10.40


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di Andrea Mameli

Lo confesso. Negli ultimi anni, sopraffatto dalla retorica, ho iniziato a pensarla come Elena Loewenthal nel saggio Contro il giorno della memoria (add editore, 2014): «A volte si ha l’impressione sconfortante che la Giornata della Memoria e la cultura della memoria non servano a nulla. Anzi. Altro che terapeutica: la memoria in questo caso innesca il peggio. Meglio non evocarla, allora, se non altro per non scatenare quell’inferno di insulti». Coglievo in molte manifestazioni (non in tutte ovviamente) l’ipocrisia di ricordare solo perché lo impone la legge.

Ma qualche settimana fa, raccogliendo il suggerimento di due amici che vivono a Monaco di Baviera (Stefania Melis e Joe Orme) ho visitato il campo di concentramento di Dachau. Varcare quel cancello con la scritta “Il lavoro rende liberi” e vedere con i miei occhi alcuni particolari del campo mi ha fatto ritrovare, o forse trovare per la prima volta, un senso profondo per la ricorrenza del 27 Gennaio. Particolari come i nomi incisi nei letti delle baracche, gli isolanti in ceramica del reticolato elettrico, i forni crematori.
La prima reazione è stata volerne sapere di più. Un libro (Dachau. Guida storia di un’epoca, di Hans-Günther Richardi) mi aiutato a sciogliere un dubbio: il campo di Dachau di oggi è quello autentico, non una ricostruzione. Le stanze delle torture, le torrette delle guardie, le baracche, lo spiazzo centrale, la recinzione, quello stesso cancello, sono tutte cose vere. In alcuni casi restaurate, ma vere. Come sono veri gli oggetti conservati nel museo, interno al campo: il vestito di tela a righe, le ciotole, la frusta, la carriola utilizzata per trasportare i morti.

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Mi sono poi chiesto se il desiderio nazista di eliminare fisicamente gli individui considerati nocivi per il Terzo Reich avesse travolto anche qualche sardo. Così, grazie a Dario Venegoni, vicepresidente dell’ANED (associazione deportati nei campi nazisti) sono riuscito a recuperare i nomi di 98 persone nate in Sardegna (più due di cognome sardo ma di provenienza sconosciuta) deportate a Dachau e li ho riportati nel mio blog:
[url”clicca qui”]http://linguaggio-macchina.blogspot.it/2014/01/la-memoria-dei-nomi-e-dei-numeri-100.html[/url]

Rirovare nomi dalle assonanze familiari mi ha aiutato a sentire più vicina, più reale, più lacerante, la tragedia dei campi di concentramento.
Mi sto convincendo di una cosa: la Giornata della Memoria mantiene intatta la sua importanza solo se cerchiamo di capire in profondità, superando i preconcetti o, peggio, le rivisitazioni storiche. In altre parole se la facciamo nostra.

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