Caso Scajola: farsi pagare la casa non è reato
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Caso Scajola: farsi pagare la casa non è reato

Assolto l'ex ministro: per il giudice il fatto non costituisce reato. Ora ministri e amministratori saranno più tranquilli.

Caso Scajola: farsi pagare la casa non è reato
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27 Gennaio 2014 - 15.33


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Ora ministri, parlamentari, sindici e amministratori potranno essere più tranquilli, perché farsi comprare casa da un imprenditore, magari in affari con la Pubblica Amministrazione, non è reato. È quello che emerge dalla sentenza, in attesa delle motiviazioni, che scagiona l’ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, assolto in merito alla vicenda della compravendita della casa in via del Fagutale, vicino al Colosseo. Per il giudice, infatti, il fatto non costituisce reato. Alla lettura della sentenza in aula a Roma, l’ex ministro è scoppiato in lacrime.

Anemone prosciolto per prescrizione – Nello stesso procedimento Diego Anemone è stato prosciolto per intervenuta prescrizione del reato. L’imprenditore era accusato di finanziamento illecito.

I pm avevano chiesto 3 anni – Qualche settimana fa, i pm Ilaria Calò e Roberto Felici avevano chiesto tre anni di condanna sia per Scajola che per Anemone e il pagamento di una maxi multa di due milioni di euro. Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe pagato, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte (circa 1,1 milioni di euro su 1,7 milioni) della somma versata nel luglio del 2004 da Scajola per acquistare l’immobile e avrebbe poi dato centomila euro per i lavori di ristrutturazione dell’appartamento.

La difesa confutò la ricostruzione dei pubblici ministeri affermando in aula che «le prove documentali e testimoniali emerse durante il processo hanno rivelato la superficialità e l’inesattezza delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza».

«Ho sempre detto la verità» – «Ho sempre detto la verità. Questo processo non doveva neanche cominciare perchè era tutto prescritto: la decisione del giudice di assolvermi assume ancora maggior valore», ha commentato Scajola al telefono con Silvio Berlusconi subito dopo essere stato assolto.

«Tre anni di sofferenze che nessuno mi ridarà» – «Tre anni e 9 mesi di sofferenza che nessuno mi restituirà più», ha poi commentato. «Mi sono dimesso da ministro perché mi sono reso conto che qualsiasi cosa dicessi per difendermi non risultava credibile, anche se era la verità. Ho preferito fermarmi e aspettare perché mi attaccavano da tutte le parti», ha aggiunto. «Ho sempre rispettato la magistratura – ha sottolineato Scajola – ma, come ho scritto questa mattina in un sms a mia moglie, la verità prima o poi viene sempre fuori».


La difesa: sentenza che riabilita l’ex ministro
– «Meglio di così non poteva andare anche perché la prescrizione copriva questa vicenda. Ma l’assoluzione nel merito evidenzia una innocenza che noi abbiamo affermato sempre come evidente». È il commento che l’avvocato Giorgio Perroni, difensore di Scajola, sull’assoluzione pronunciata dal giudice monocratico di Roma.

“È evidente – ha continuato il penalista – che il nostro assistito sia stato distrutto. Questa sentenza contribuisce ad una riabilitazione agli occhi di tutti». In sede di discussione il legale aveva sottolineato: «Questa storia ha cancellato Scajola dalla vita politica italiana. Oggi non è più nessuno. In questa storia non c’è nessuna prova diretta della sua colpevolezza».

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