Ricordo con malinconia una "Voce" di trent' anni fa
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Ricordo con malinconia una "Voce" di trent' anni fa

Indro Montanelli non accetta il dictat di Berlusconi e fonda un nuovo giornale. Durerà poco più di un anno, ma sarà un' esperienza di giornalismo libero e vitale.

Ricordo con malinconia una "Voce" di trent' anni fa
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Maurizio Boldrini Modifica articolo

19 Marzo 2024 - 18.21 Culture


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Cosa scriverebbe, oggi, Indro Montanelli di fronte all’indifferenza che ha attecchito in molta  stampa italiana? Che cosa direbbe di quest’epoca caratterizzata da un manifesto servilismo? Avrebbe lo stesso coraggio di quando rispose con un sonoro no alle insistite ingerenze di Berlusconi che stava per scendere in campo?  Lui ebbe il coraggio di dire “non ci sto” e di dar vita a un nuovo giornale che sarebbe risultato, seppur per poco più di un anno,  come una mosca bianca nel panorama editoriale d’allora. Il primo numero de La Voce di Indro Montanelli, uscì in edicola il 22 di marzo del 1994, trent’anni fa.  Furono tirate oltre quattrocentomila copie, presto esaurite.

La società editrice della testata, la Piemme di Victor Uckmar e Luciano Consoli, era un’impresa ad azionariato diffuso: ciascun socio poteva possedere solo una piccola porzione del capitale. Una Public company della quale, quindi, nessuno possedeva il controllo. Poche altre esperienze si sono avute in Italia di questa natura. Forse solo Il Manifesto, con la sua cooperativa di giornalisti, è riuscito a superare lo scoglio della chiusura. 

Libertà totale, quindi, per un giornale che poteva contare sulla sagacia giornalistica del giornalista toscano, circondato da una cerchia di antichi amici che si era portata dietro dal Giornale  e di giovani e belle speranze che crescevano in quell’originale clima: una redazione dove si incrociavano  l’esperienza del giornalismo storico e l’innovazione portata dalla fantasia. Gran parte dei giornalisti venivano dal Giornale ma non mancavano giovani alla prima esperienza. Tra loro: Mario Cervi, Federico Orlando, Beppe Severgnini, Peter Gomez, Marco Travaglio, Luigi Bacialli, Giancarlo Mazzucca, Oscar Eleni, Michele Sarcina, Gianni Canova come critico cinematografico. Tra i commentatori da ricordare: Sergio Ricossa, Geno Pampaloni, Marco Vitale, Gina Lagorio,  Piercamillo Davigo, Ersilio Tonini, Leopoldo Elia e Enzo Bearzot.  

Quel clima l’ha ricordato bene Nanni Delbecchi, sul Fatto, celebrando il ventennale: “A ripensarci oggi, esattamente vent’anni dopo, sembra incredibile che La Voce sia durata così tanto; durò infatti poco più di un anno avendo aperto i battenti il 22 marzo 1994 per poi chiuderli il 12 aprile 1995. Tanto o poco? Più di un anno di libertà assoluta vi pare poco? A chi ebbe l’onore di fondarlo e di lavorarci pare tantissimo, se si pensa che Indro Montanelli di anni ne aveva 85 ed era già allora in odore di beatificazione come il riconosciuto papa del giornalismo italiano; ma chi gli era accanto nella redazione del “Giornale” sapeva anche che era proprio questo a renderlo inquieto.

E’ nota l’inquietudine del personaggio, giornalista dalla penna pungente e dal caratteraccio toscano: già aveva lasciato, con ira funesta, il Corriere della Sera, quando l’editrice Giulia Maria Crespi gli aveva preferito, come direttore, Piero Ottone, nel tentativo di spingere il tradizionale quotidiano nei fermenti generati dal post Sessantotto. Se ne andò allora – era il 1973- fondando il Giornale nuovo facendolo diventare autorevole e molto letto. Se ne andrà quando Berlusconi gli chiederà di fare un giornale obbediente, passator di veline. Insomma: a  farsi dettare linea. La fermezza lo porta a sbatter di nuovo la porta in faccia e a tentare di battere una via irta di difficoltà ma piena di speranze. 

Proprio ne La Voce del 12 aprile del 1995, con le rotative che  si stavano spegnendo,  con il giornale che vendeva ancora quarantamila copie, Indro Montanelli, in un editoriale dal titolo Uno straniero in Italia, scriverà : “Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una Destra veramente liberale ancorata ai suoi valori storici, quelli di Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Abbiamo peccato di troppo ottimismo perché questa Destra rappresenta un’élite troppo esigua per poter nutrire un quotidiano. Ecco il vizio d’origine che mi fa sentire straniero in patria, ecco l’errore che ha fatto della Voce un giornale straniero in Italia“.

Non a caso aveva scelto come nome di quel nuovo quotidiano La Voce, lo stesso nome della rivista di Giuseppe Prezzolini dei primi del Novecento. C’era modo e modo di concepire la Destra. Nella scelta del nome vi era un esplicito richiamo a una concezione politica e culturale.  Era un particolare modo di stare all’opposizione. L’ha ricordato, nei giorni della chiusura, Riccardo Chiaberge  sul Corriere della Sera: “Noi della Voce saremo certamente all’opposizione. Un’opposizione netta, dura, sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro. Il difficile sarà distinguerci dall’altra opposizione. Se vince questa destra noi certamente gli faremo opposizione, cercando però di distinguerci da quella che gli faranno a sinistra. Se vince la sinistra noi faremo opposizione ugualmente ferma cercando di distinguerci da quella che gli faranno gli uomini della cosiddetta destra. Lì sarà la difficoltà per noi

Esattamente ciò che accade oggi.  Gran parte del giornalismo italiano non ama stare all’opposizione e cerca sempre di ritagliarsi qualche fettina di potere o comunque di lisciar la pelle a chi tiene lo scettro in mano. Con rimpianto ricordo una “Voce” di trent’anni fa.

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