Il Grande Fratello e la “Filantrocchia”
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Il Grande Fratello e la “Filantrocchia”

Il Grande Fratello, il presunto da me definito “filantropico” che oggi si trasforma in farsa abominevole, e non esagero, “esagera”.

Il Grande Fratello e la “Filantrocchia”
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7 Gennaio 2024 - 00.57


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di Beatrice Sarzi Amade

I media, ma soprattutto la mediocrità, adorano lo spettacolo, il dramma. Significa grandi profitti. Significa avere bulbi oculari incollati allo schermo. I farlocchi dei reality, iniziamo ad identificarli: non vorrei mai sbagliare titolo o nomea, perché oggi abbiamo l’esigenza di una identificazione chiara e precisa.

Il Grande Fratello, il presunto da me definito “filantropico” che oggi si trasforma in farsa abominevole, e non esagero, “esagera”. Accade che il pilastro che fino ad oggi è riuscito a sostenere un gruppo di 20 persone subisca un lutto improvviso: le muore il padre. Esce e, in quell’uscita, emerge tutto quello che già veniva denunciato, ma questa volta diventa non solo inammissibile bensì pure disumano.

L’epoca dell’indifferenza si palesa gravosa, inquietante. Fanno paura. Chi fa paura? Tutti! Autori, inquilini, insomma marionette di cui non riesco a percepirne il senso. Qualcuno afferma ridendo: “La macumba ha funzionato”. Anita Olivieri e Giuseppe Garibaldi; Varrese non poteva mancare nel sottolineare: “È il karma”. Letizia Petris silente pensa nello stesso giorno assieme a Paolo Maselli e a Perla Vatiero quale sia il vestito migliore da indossare per la serata. Nessun sconforto, nessun segno di solidarietà. Una certa Rosy Chin canta a toni alti, sgradevoli, e tutti tacciono.

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I nomi hanno esigenza di essere pronunciati perché da genitore quale sono mi vergogno. Non ci sono scuse. Oggi ci stiamo assuefacendo al silenzio… No, cari, quel silenzio appartiene al l’ignoranza e io voglio rumore, tanto rumore.

Ritorno ad un concetto basico: l’educazione al bene. Qui non ve ne è traccia, anzi ripetutamente si sottolinea l’esatto opposto. Non serve molto per stare al mondo dignitosamente, bastano dei valori, ma questi valori arrivano dalla famiglia, non appartengono ad un format e nemmeno alla scuola. Questa famiglia dov’è? Dov’è quell’umano sentire che ci porta empaticamente a condividere una sofferenza, seppur non nostra?

Disgustoso, disgustosi. Gli autori servizievoli, serventi, “servono a niente”, devono impartire direttive, spiegando che non è una necessità, un aperitivo, è il rispetto che deve imperare, ma questa ammucchiata che viene pagata settimanalmente e singolarmente pari a due stipendi, circa 5000 euri, non capisce.

Ecco il senso del sapere che ci riporta alla coscienza, alla collettività e, se vogliamo essere basici, semplicemente al buon senso. Il conduttore prende voce dichiarando di essere indignato, certo – come potrebbe non essere così? – ma una chiusura, un buttar fuori elementi così frustati, li devi esigere subito o si rovinano le vacanze ai piani alti?

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Avevo detto che sarei stata impietosa e lo sarò. E non perché una mia cara amica ne sia coinvolta: qualsiasi persona che avesse subito tale scempio, avrebbe avuto da me eguali parole che, comunque, rimangono controllate e soppesate. Verificabili. Perché l’onestà mia e della mia omonima, sta nella coerenza e nel perseguire tutto ciò che ha strutturato le nostre identità.

Eh sì, non siamo “comprabili”, siamo ferocemente ribelli di fronte a tutto ciò che non collima con il giusto.

Mi ritrovo a scrivere con rabbia, per ritornare poi a quella umanità che mi contraddistingue, ma senza modificare lingua, parole e pensieri.

Condoglianze per il Sig Paolo Luzzi ed un abbraccio a Beatrice, per ritrovare il mio senso. Che si comprenda, perché oggi chiedere di capire si trasforma in delirio e questa “cosa” non ha nulla a che fare con la vita. No!

Noi la vita siamo qui per renderla migliore e non per avvizzirla dietro ad uno schermo di luci, ma nemmeno quelle sono più alla ribalta.

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