Francesca, Rosalia, Speranza: uccise mentre Libero si fa beffe dei femminidici

Il giornale di Feltri usa in maniera strumentale il termine 'maschicidi' al posto di omicidi. Dimenticando che la maggior parte degli uomini non viene ucciso da mogli o fidanzate. In 4 giorni sei donne massacrate da chi diceva di amarle

La prima pagina di Libero

La prima pagina di Libero

Daniela Amenta 31 gennaio 2020
Questa è la prima pagina di Libero di mercoledì 29 gennaio.
Martedì 28 gennaio Andrea Pavarini ha ammazzato con calci e a pugni Francesca Fantoni, ha lasciato il corpo martoriato in un parco a Bedizzole (Brescia) ed è tornato a casa dalla moglie e dal piccolo figlio come se nulla fosse: solo un po' di sangue sulla felpa. Giovedì 30, nella notte, a Mazara i carabinieri hanno portato in carcere Vincenzo Frasillo, 53 anni. Ha massacrato di botte, per tre giorni di seguito, la moglie Rosalia, fino ad ucciderla. Gli inquirenti parlano di una scena di violenza "indescrivibile".
Oggi, 31 gennaio, ad Alghero è stato trovato il corpo senza vita di una donna scomparsa due mesi fa, si chiamava Speranza Ponti: è stato arrestato il convivente con l'accusa di omicidio. Ancora oggi sono scattate le manette per Z.F. il marito di una donna di 38 anni, incinta, trovata morta soffocata, nel loro appartamento a Versciaco, in Alto Adige. E sempre oggi a Mussomeli (Caltanissetta) Michele Noto 27 anni, ha sparato ed ucciso l'ex compagna Rosalia, la figlia di lei, Monica, poi si è tolto la vita. In paese hanno definito l'omicida-suicida come "un ragazzo normale".
L'articolo di Libero, come annota Eliana Cocca sul Fatto, prende in esame i dati del Viminale. Ma dimentica di annotare che i 133 uomini uccisi non sono stati fatti fuori dalle loro fidanzate, compagne, moglie, amiche. Sono morti durante sparatorie, regolamenti di conti, incidenti di caccia, etc. Non sono cioè "maschicidi", ma omicidi.
Femminicidi sono quelli che abbiamo elencato, la tragica litania che conosciamo, l'eterna Spoon River: Francesca, Rosalia, Speranza, e tutte le altre. Sei donne massacrate in quattro giorni. Così la tempistica paradossale di Libero è un'offesa ulteriore: per la memoria delle vittime, per la coscienza di un Paese civile e per una professione, quella di giornalista, dove almeno in talune circostanze le parole dovrebbero essere soppesate con immensa attenzione sul bilancino della verità, dello scrupolo, perfino della pietas. Soprattutto se a scrivere "la sorprendente verità", ovvero che "non si assiste a mobilitazioni a favore del sesso forte, che in realtà è debole", è una donna, una collega.

Ma il Tribunale del popolo, della bufala un tanto al chilo, dello scoop selvaggio non fa sconti. L'autrice dell'articolo di Libero, una giornalista, lo dovrebbe ben sapere visto che ha dovuto difendersi sulle pagine del suo quotidiano e poi davanti alle telecamere della peggiore tv dall'accusa di essere la fidanzata di Igor il Russo, aka Norbert Feher accusato di 5 omicidi tra Italia e Spagna. Questo solo perché ha tenuto una corrispondenza con il killer pur di intervistarlo.

E resta come minimo inquietante che laddove si tratti di minimizzare, ridicolizzare, attaccare i nostri pochi diritti, la nostra stessa vita, il direttore Feltri schieri dietro le mitraglie della "mala educación" informativa - donne versus donne - proprio le giornaliste.

Era già accaduto con lo stupro di Rimini, dove i particolari della violenza furono riportati sempre da una giornalista di Libero senza omissis (su Globalist ne aveva scritto, indignata, Claudia Sarritzu).

Eppure l'informazione dovrebbe riflettere su quelli che sono i ruoli: una direzione maschile e machista, volgare e spesso omofoba, a capo di croniste donne che mettono firme e faccia. Dovrebbe riflettere la Federazione Nazionale della Stampa con un intervento mirato a favore di chi, più che complice, sembra vittima di un ingranaggio.

Tanto dobbiamo a centinaia di donne e ragazze uccise, ma anche per la tutela di una professione, perché la morte, la violenza, il dolore non siano più, mai più, basso impero ideologico, sulla pelle di chi soffre. Di chi muore per mano di qualcuno che a vanvera parlava di amore.