Calano fatturato e Pil, come se fosse Antani: a scuola di giornalismo con Libero

Una supercazzola definitiva, che il conte Mascetti ha davvero solo da imparare. D’altronde, Libero ha da tempo fondato la sua strategia di vendita sull’antico adagio “non esiste cattiva pubblicità”.

Il titolo di Libero

Il titolo di Libero

Giuseppe Cassarà 23 gennaio 2019


C’è indubbiamente del genio dietro al titolo di Libero che ha inaugurato la prima pagina del quotidiano delirante di Vittorio Feltri. Una supercazzola definitiva, che il conte Mascetti ha davvero solo da imparare. D’altronde, Libero ha da tempo fondato la sua strategia di vendita sull’antico adagio “non esiste cattiva pubblicità” e punta tutto sul passaparola, sul brusio mediatico che lo porta, invariabilmente, al trend topic su twitter, a un numero di clic vertiginoso che fanno fatturare non solo Libero, ma tutti coloro che postano, commentano, riportano la notizia. 

Insomma, si potrebbe ben dire che ‘Calano fatturato e Pil, ma per fortuna c’è Libero”: che dà un bello scossone all’industria editoriale tutta, corroborando le stanche mattine di gennaio con una bella impennata di letture. 

Basandosi, peraltro, sul nulla: sì, perché l’unico modo per andare ‘oltre’ il titolo, per cercare di capire come i gay farebbero a far diminuire il Pil, è recarsi fisicamente in edicola a comprare il giornale. Cosa che, ovviamente, nessuno fa. E quindi quelle parole dopo catenaccio, titolo e occhiello rimangono sfocate, per nulla importanti. Nessuno sa nemmeno chi abbia scritto l’articolo, figuriamoci quel titolo. Libero è un esempio lampante di giornalismo moderno: il clickbait ‘cartaceo’, la confusione mediatica che vortica furiosamente intorno a tre righe, è pura avanguardia giornalistica: massimo risultato, per tutti, con minimo sforzo. Basta sapere quale sia il limite e, titolo dopo titolo, Libero abbassa continuamente l’asticella. Dalla ‘patata bollente’ della Raggi, al ‘comandano i terroni’, l’importante è sconvolgere, scioccare, generare fiumi di parole e di click che monopolizzano l’attenzione dell’Italia per due orette buone. 

Poi si andrà avanti: denunce, richiami dell’ordine, commenti politici e poi domani sarà un altro giorno, un altro titolo, un nuovo scandalo. E i gay che ‘aumentando’ fanno abbassare il Pil rimarranno un confuso ricordo. 

Libero è il frutto malato di un sistema giornalistico che non funziona più, da ambo i lati: quello editoriale e quello del pubblico. Perché se da un lato è allucinante anche solo concepire un titolo del genere, è giustificato dall’attenzione media dei lettori, che oltre quel titolo non vanno. E perché dovrebbero, si può giustamente chiedere qualcuno. Ma è importante, invece, conoscere per intero le folli teorie che vengono con nonchalance gettate in pasto all’Italia. E, ingoiando un bel po’ di rospi, bisognerebbe davvero recarsi in edicola e comprarlo Libero, ogni volta che ci prende così platealmente per il culo.
Bisognerebbe conservare copie cartacee di questi deliri, conoscere nomi e cognomi, quasi a incorniciarli a eterna memoria. Perché salvandoli dall’oblio del web si potrà, in futuro, indicare le pagine ingiallite e dire: “ecco dove eravamo arrivati. Facciamo sì che non si ripeta più”.