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Il virus delle diseguaglianze colpisce nel mondo, in Europa, in Italia. Un rapporto di Oxfam

Quante volte l’abbiamo sentito sostenere nei mefitici salotti mediatici o sulla stampa mainstream: nella “guerra” al Covid-19 siamo tutti sulla stessa parte della barricata. Ma  quella “barca” fa acqua da tutte le parti.

Il virus delle diseguaglianze colpisce nel mondo, in Europa, in Italia. Un rapporto di Oxfam
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11 Ottobre 2022 - 17.22


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Dovevamo stare sulla stessa barca. Quante volte l’abbiamo sentito sostenere nei mefitici salotti mediatici o sulla stampa mainstream: nella “guerra” al Covid-19 siamo tutti sulla stessa parte della barricata. Ma  quella “barca” fa acqua da tutte le parti. E quanto alla “guerra”, da metafora si è trasformata in una tragica realtà. La pandemia da Covid-19 ha acuito i divari socio-economici in molti Paesi, soprattutto nei contesti più vulnerabili del mondo, dove gli interventi pubblici di contrasto alle disuguaglianze hanno in molti casi mostrato livelli di grave inadeguatezza.

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A rivelarlo è il nuovo rapporto di Oxfam e Development Finance International (DFI), pubblicato in occasione degli Annual Meetings del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, in programma dal 14 al 16 ottobre a Washington.

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Il dossier passa in rassegna le politiche fiscali e del lavoro e alcuni capitoli della spesa pubblica (istruzione, sanità e protezione sociale) in 161 paesi del mondo durante il primo biennio pandemico. 

Nonostante il mondo abbia dovuto affrontare la peggiore crisi sanitaria degli ultimi cent’anni, metà dei paesi a basso e medio-basso reddito ha registrato una contrazione della spesa sanitaria, in rapporto alla spesa pubblica complessiva: in Giordania, ad esempio, il calo è stato del 20%. 

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Quasi la metà di tutti i Paesi esaminati (77) sono stati interessati da tagli alla spesa sociale e il 70% dei paesi ha ridotto la propria spesa per l’istruzione. 

Due terzi dei Paesi non hanno incrementato i salari minimi

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Mentre la povertà lavorativa ha raggiunto livelli record e oggi l’impennata dell’inflazione erode il potere d’acquisto dei lavoratori, due terzi dei paesi analizzati non hanno incrementato i salari minimi nel biennio 2020-2021.

Nei Paesi in via di sviluppo come la Nigeria il salario minimo legale non è stato aggiornato da prima dello scoppio della pandemia. Anche in economie avanzate come gli Stati Uniti il livello del salario minimo federale è rimasto invariato dal 2009. 

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143 Paesi su 161 non hanno tassato i redditi e i patrimoni più elevati

Nonostante gravi difficoltà per le finanze pubbliche in molti Paesi, 143 governi su 161 non hanno fatto ricorso ad aumenti del prelievo sui redditi o sui patrimoni più elevati e 11 paesi hanno persino ridotto il carico fiscale sui cittadini più facoltosi.

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“Il rapporto mostra come in troppi paesi i governi non abbiano agito con decisione per contrastare l’ampliamento delle disuguaglianze– rimarca Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Molti governi hanno ridotto gli investimenti nei servizi pubblici nel momento del maggior bisogno e non hanno fatto ricorso a prelievi su fortune e profitti di chi ha beneficiato della pandemia”.

i Paesi più poveri schiacciati dal debito

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A differenza delle economie avanzate come l’Italia – in cui gli interventi di welfare emergenziale hanno attenuato temporaneamente l’esplosione delle disuguaglianze – i paesi più poveri si sono trovati senza liquidità disponibile per analoghe misure di supporto al reddito. A pesare sugli spazi di manovra nei paesi in via di sviluppo sono, in larga parte, le loro consistenti esposizioni debitorie. Nel solo 2021 i Paesi a basso reddito hanno speso il 27,5% delle risorse pubbliche per il servizio del debito interno ed estero: il doppio di quanto speso in istruzione, quattro volte la spesa per la sanità e 12 volte la spesa per la protezione sociale.

“Per ogni dollaro speso per la sanità pubblica i Paesi in via di sviluppo spendono quattro dollari per ripagare i propri debiti contratti in prevalenza con ricchi creditori esteri –  annota Matthew Martin, direttore del DFI – Vanno garantiti un’immediata sospensione del servizio del debito e favoriti accordi equi per una sua ristrutturazione”. 
Tax the rich

Nonostante innumerevoli precedenti storici – quanto accaduto all’indomani dell’influenza spagnola o al termine della seconda guerra mondiale – la maggior parte dei Paesi non ha optato nel biennio 2020-2021 per un incremento dell’imposizione su redditi o patrimoni più elevati o per la tassazione straordinaria degli extra-profitti pandemici incamerati da operatori in settori economici, come il settore farmaceutico, l’IT o il settore del commercio online, che hanno visto incrementare congiunturalmente la domanda per i propri beni e servizi. Così facendo, i governi hanno rinunciato a risorse importanti per supportare chi – tra famiglie e imprese –  ha subito i contraccolpi più duri della crisi.    

“I Ministri delle Finanze riuniti a Washington hanno di fronte a sé un’importante scelta: contribuire alla costruzione di economie più dinamiche ed eque o continuare con lo status quo, che rischia di esacerbare le disuguaglianze, causando immensa e immotivata sofferenza per gli strati sociali più vulnerabili”, conclude Bucher.

Il prossimo governo: l’equità non sembra all’ordine del giorno
Nel contesto italiano i temporanei, massicci interventi compensativi di welfare, hanno contribuito ad attenuare le disuguaglianze di reddito nel primo biennio pandemico. Ciò non deve tuttavia indurre all’ottimismo, se si considera che la riduzione delle disparità si è accompagnata con un calo dei redditi per una quota ampia della popolazione meno abbiente. Le sfide del momento – la crisi energetica, la crescente inflazione e i rischi di recessione – rischiano di qui in avanti di esacerbare ulteriormente le disparità.   

“Mentre non è ancora noto come il nuovo Governo intenderà agire contro il caro-energia e il caro-vita, desta allarme la sottovalutazione dei divari economici e sociali che lacerano il nostro paese e l’indifferenza verso efficaci ed eque misure politiche redistributive e pre-distributive in grado di porvi rimedio. – aggiunge Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia – Con riferimento alle politiche fiscali, del lavoro e della spesa pubblica – analizzate nel rapporto di Oxfam e DFI – non c’è da aspettarsi dalla nuova compagine governativa, stando ai programmi elettorali, un potenziamento della portata redistributiva del nostro sistema fiscale, interventi robusti orientati a promuovere minimi salariali adeguati, contrastare la povertà lavorativa, ridisegnare un welfare pubblico universalistico, al passo con le dinamiche demografiche e le trasformazioni del mercato del lavoro. Preoccupano inoltre le sorti del reddito di cittadinanza che invece di essere reso uno strumento di contrasto alla povertà più equo ed efficiente, rischia la cancellazione”.

Le considerazioni di Maslennikov non hanno nulla di ideologico. Non sono mosse fa pregiudizi politici. Ma si fondono, come è costume di Oxfam, il suo prezioso “marchio di fabbrica”, sull’analisi delle proposte avanzate, dei programmi, degli atteggiamenti politico-parlamentari assunti. Ed è da questo combinato disposto che discendono le preoccupazioni per un futuro che si fa presente e che promette nulla di buono. 

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