Ecco perché la violenza di genere è un "virus" in crescita
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Ecco perché la violenza di genere è un "virus" in crescita

I dati, relativi a 10 Paesi in 5 continenti, rivelano come nei primi mesi di lockdown il numero di chiamate ai centri anti-violenza per segnalare episodi di violenza domestica da parte delle stesse vittime, sia aumentato tra il 25% e il 111%.

Ecco perché la violenza di genere è un "virus" in crescita
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

25 Novembre 2021 - 12.19


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Il “virus” della violenza di genere ai tempi del Covid-19. Un “virus “in crescita che non ha ancora trovato i “vaccini” giusti per essere debellato.

Il rapporto di Oxfam

Dall’inizio dell’emergenza Covid19 i casi di violenza di genere sono aumentati in tutto il mondo in modo esponenziale, in una fase che ha visto le donne gravemente penalizzate dalla crisi occupazionale, con una perdita di 800 miliardi di dollari di reddito nel 2020.Si prevede che altri 47 milioni di donne finiranno in povertà estrema quest’anno.

 È l’allarme lanciato da Oxfam con un nuovo rapporto diffuso in occasione della Campagna “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”, che prende il via oggi con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

I dati, relativi a 10 Paesi in 5 continenti, rivelano come nei primi mesi di lockdown il numero di chiamate ai centri anti-violenza per segnalare episodi di violenza domestica da parte delle stesse vittime, sia aumentato tra il 25% e il 111%.

Nel dettaglio questi gli incrementi:  in Argentina e nel Regno Unito del 25%  in Colombia del79%; in Italia del 73%;  in Tunisia del 43%;  in Cina e Somalia del 50%;  in Sud Africa del 69%;  in Malesia di ben il 111%.

Secondo la National Commission for Women anche in India il dato sarebbe allarmante con un +250% dei casi nello stesso periodo. La pandemia ha innescato in molte famiglie una “tempesta perfetta”,fatta di ansia sociale e personale, stress, pressione economica e lavorativa, isolamento, aumento dell’uso di alcol e droghe. Gli stessi operatori sociali, si sono detti in molte occasioni incapaci di prestare soccorso a donne e ragazze rimaste gravemente ferite o colpite da tendenze suicide o ancora vittime di partner diventati aguzzini.  

La gran parte dei Paesi si è mostrata incapace di rispondere con efficacia e tempestività, pur di fronte a dati pre-pandemia già molto allarmanti: nel 2018 oltre 245 milioni di donne e ragazze nel mondo hanno subito violenza sessuale o fisica da parte del proprio partner. Un numero, peraltro, superiore al totale dei casi di Covid (199 milioni) registrati dallo scoppio dell’emergenza tra ottobre 2020 e ottobre 2021.

 Il “caso Italia”

In Italia l’emersione degli episodi di violenza e stalking segnalati ai servizi di pubblica utilità e ai centri anti-violenza da marzo 2020 ha riguardato soprattutto donne di cittadinanza italiana, mentre restano in buona parte ancora non denunciati gli abusi in ambito domestico subiti da donne migranti e rifugiate, oggi ancor piùesposte al rischio di tratta e sfruttamento. Un’emergenza a cui Oxfam sta rispondendo con il progetto Wetoo finanziato dalla Commissione Europea che – in Italia, Grecia, Bulgaria, Germania e Serbia – mira a rafforzare le competenze dei servizi e delle istituzioni per l’identificazione e la presa in carico delle donne sopravvissute a forme di violenza di genere.

Medio Oriente patriarcale

La violenza contro donne e bambine ancora oggi resta il principale ostacolo alla realizzazione dell’emancipazione femminile in Medio Oriente e Nord Africa, dove il tasso di violenza domestica raggiunge il 35%. Una situazione particolarmente complessa, aggravata dalla pandemia, soprattutto in paesi come Yemen, Iraq e Palestina, distrutti da conflitti atroci ancora in corso o appena conclusi, dove spesso sono le donne le prime vittime di crisi umanitarie drammatiche .Con il progetto *Naseej” Oxfam è al fianco 50.000 donne e bambine in questi tre paesi,  con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di società più eque, sostenendo in primo luogo le organizzazioni della società civile locale attive nella lotta per i diritti delle donne, perché possano prevenire e rispondere efficacemente alla violenza e alle discriminazioni. Un intervento che attraverso il coinvolgimento di uomini, leader religiosi e sociali, hal’obiettivo di produrre un cambiamento nella mentalità e nella prassi che ancora oggi accetta e tollera la violenza contro le donne.

Tema questo che chi scrive ha avuto modo di affrontare in una intervista ad Hanan Ashrawi. Memoria storica, oltre che critica, della dirigenza palestinese, Hanan Ashrawi fu la prima portavoce della delegazione palestinese ai colloqui di Washington. E già questo rappresentò una novità che conquistò l’attenzione internazionale: perché donna, perché cristiana, perché autonoma rispetto a “quelli di Tunisi”, i dirigenti dell’Olp in esilio con Yasser Arafat. In seguito, è stata la prima portavoce donna della Lega Araba. Nel 1995 è uscito in Italia per la Sperling &Kupfer Editori il libro “Hanan Ashrawi. La mia lotta per la pace. Autobiografia di una donna scomoda”. Scomoda per la sua coerenza, per la sua determinazione, per la sua indipendenza intellettuale. Scomoda perché donna.

Eccone alcuni passaggi

Sulla violenza domestica. Sono molte le associazioni per i diritti delle donne palestinesi ad aver denunciato un aumento delle violenze domestiche dal 2000 in poi – data di inizio della seconda Intifada – probabilmente come conseguenza del deteriorarsi delle già precarie condizioni economiche, politiche e sociali. Sono in crescita anche gli stupri perpetrati dal marito o da altri familiari e le violenze durante i rapporti sessuali coniugali. La denuncia per stupro deve essere suffragata da “prove”, ma i codici legislativi egiziani e giordani, ancora in vigore in Palestina, non contemplano la violenza sessuale all’interno del matrimonio. Quindi, non è facile, per la vittima, ottenere il divorzio o la condanna – se mai decidesse di denunciarlo – del marito violentatore…

Stiamo lavorando su questo terreno che è molto delicato e che si scontra non solo con codici che andrebbero riscritti ma anche con una cultura radicata nel tempo. Ma tra le donne è cresciuta la consapevolezza dei propri diritti e la determinazione a vederli realizzati. Nel 2002 le attiviste delle ONG femminili hanno creato un “Forum contro la violenza alle donne”, una rete di 13 organizzazioni che collaborano contro la violenza domestica. Molte di queste organizzazioni sono ancora attive e sostengono a vari livelli le donne vittime di abusi e maltrattamenti. Sono sempre di più le donne che hanno il coraggio di denunciare le violenze subite in casa. E’ un processo di responsabilizzazione pagato a caro prezzo. Molte madri vittime di abusi non si ribellano perché temono di perdere la custodia dei figli, di essere buttate fuori di casa, di essere rifiutate dalla famiglia. Il divorzio è considerato come una vergogna, una colpa, anche se servirebbe per liberarsi dalla tirannia di un marito violento e pericoloso. Ma, ci tengo a sottolinearlo, la crescita di una consapevolezza nuova non solo dei propri diritti ma di un ruolo non subalterno nella società, nella famiglia, nella politica, è venuto avanti in questi anni, grazie anche ai progetti di cooperazione internazionale, di cui l’Italia è stata ed è tra i Paesi più attivi, che hanno puntato molto su questioni cruciali come l’istruzione, l’educazione sanitaria, e la costruzione di istituzioni democratiche che risultano tali anche perché contemplano i diritti delle donne.

Lei ha fatto riferimento in precedenza ai codici legislativi egiziani e giordani che non contemplano la violenza sessuale all’interno del matrimonio. Gli omicidi per ragioni di “onore” sono piuttosto diffusi in Palestina, sia nella Striscia di Gaza sia nella West Bank: la cronaca nera riporta spesso notizie di giovani trovate morte – strangolate, avvelenate, accoltellate, etc. – dai propri familiari.

E’ qualcosa di terribile, contro cui ogni giorno combattiamo attraverso le associazioni delle donne e la messa a disposizione di avvocati. La violenza che segna la nostra condizione di palestinesi, un popolo sotto occupazione, può spiegare, in parte, ma non giustificare, in alcun modo, la violenza che le donne subiscono all’interno della famiglia. E un discorso di leggi, di codici, ma è anche un discorso culturale, di crescita collettiva. Per questo sono importanti i progetti per l’istruzione e l’educazione sessuale che poi significa avere consapevolezza di sé e del proprio corpo. Passi in avanti sono stati fatti, non siamo all’anno zero, tuttavia va riconosciuto che la società palestinese, in particolare quella delle zone rurali, non è ancora adeguatamente preparata a riconoscere e a perseguire la violenza sessuale: le vittime sono colpevolizzate, accusate di “essersela cercata” con comportamenti o abbigliamento “sbagliati”, e spesso rischiano di essere uccise perché “l’onore sia lavato”. La vittima è trasformata in colpevole, in capro espiatorio della violenza altrui.

Una violenza che non conosce confini. E qui si torna all’Italia e al rapporto di Oxfam.

Italia tra abusi non denunciati e scarsa tutela per le persone LGBTQIA+

 “È terribile che ancora oggi milioni di donne e persone LGBTQIA+ in Italia e in tutto il mondo subiscano forme di violenza e discriminazioni esasperate dalla pandemia. – rimarca Maria Nella Lippi, responsabile dei programmi di giustizia di genere per Oxfam Italia – Il fenomeno strutturale della violenza di genere porta con sé ferite, stress emotivo, danni fisici e psicologici, crescente povertà e sofferenza per chi lo subisce. La pandemia ha messo in tutta evidenza l’incapacità dei Governi, incluso quello italiano, di proteggere le persone che sono esposte a violenza e abusi per l’identità di genere e l’orientamento sessuale”.

L’Italia resta ancora sotto la media dei Paesi Ue per quanto riguarda l’inclusione sociale delle persone LGBTQIA+ e la percezione delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (Eurobarometro, 2019). Nel 2020 secondo un’indagine dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA) solo il 39% delle persone LGBTQIA+ in Italia dichiarava di esprimere pubblicamente la propria identità, il 28% di essere stato vittima di discriminazioni sul posto di lavoro, il 32% di essere stato coinvolto in almeno un episodio di violenza nell’ultimo anno. Un contesto nazionale in cui un’alta percentuale di persone LGBTQIA+ non denuncia nemmeno gli abusi alle autorità competenti, con episodi che riguardano anche adolescenti in ambito familiare.

 “Nonostante il quadro drammatico che ancora attraversa il nostro Paese e i tanti appelli pubblici, lo scorso ottobre il Senato ha negato la ratifica del decreto contro l’omobitransfobia (il disegno di legge Zan), lasciando nel nostro ordinamento un vuoto enorme, che si traduce in mancanza di tutele efficaci”, aggiunge Lippi

In 38 Paesi taglio delle risorse per le organizzazioni impegnate contro la violenza di genere

 Le organizzazioni la cui missione è sostenere donne sopravvissute a violenza sono state le più esposte a tagli di finanziamenti, proprio durante l’emergenza Covid-19, quando il loro lavoro si è fatto essenziale. Da un sondaggio realizzato da Oxfam risulta che oltre 200 organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne abbiano registrato una riduzione dei fondi e un minor acceso agli spazi decisionali: ben il 33% ha dovuto licenziare da 1 a 10 dipendenti, mentre il 9% ha dovuto cessare ogni attività. 

Anche se formalmente 146 Stati membri delle Nazioni Unite hanno dichiarato il loro sostegno all’azione contro la violenza di genere nei piani di risposta al Covid-19, solo un misero 0,0002% dei 26.700 miliardi di dollari mobilitati per rispondere alla pandemia nel 2020 è stato destinato a questo scopo.

“La pandemia ha aggravato le discriminazioni di genere già esistenti, esponendo donne e persone LGBTQIA+ a nuove violenze e abusi. È certo che se i governi non attueranno politiche e strategie efficaci e adeguatamente finanziate, l’emancipazione delle donne farà gravi passi indietro così come la prospettiva di una società inclusiva e accogliente per tutti. Il momento per agire è ora”, conclude Lippi.

L’appello ai Governi ad affrontare la disuguaglianza e la violenza di genere

La campagna “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”, che prende il via oggi, offre ai governi l’opportunità di riconsiderare la disuguaglianza a cui donne e persone LGBTQIA+ sono esposte e agire con la stessa determinazione mostrata nel contrasto alla pandemia per proteggere le cittadine e i cittadini.  È necessario altresì investire in servizi di qualità, sostenere le organizzazioni impregnate nella tutela dei diritti delle donne, finanziare in maniera stabile e continuativa i centri antiviolenza ed elaborare analisi e dati – al momento disaggregati – per interventi e politiche capaci di porre fine alla violenza di genere.

La violenza di genere è forse tra le più trasversali a livello geografico e sociale. L’importanza di spingere i governi ad agire è una battaglia cruciale. In Iraq. Oxfam sta già lavorando con le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti delle donne (partner del progetto Naseej), a sostegno della legge nazionale contro la violenza domestica. Dalle analisi svolte da Oxfam sull’impatto della pandemia per le donne in 3 Governatorati del Paese, le violenze di genere durante la pandemia sono aumentate del 65% secondo i servizi a supporto delle vittime e nel 94% dei casi si tratta proprio di violenze domestiche.

Idee, denunce, proposte. Perché la violenza di genere sia combattuta ogni giorno dell’anno. 

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