Era il 9 gennaio del 1950 e la polizia fece strage di operai a Modena

I lavoratori protestavano contro i licenziamenti politici. Il questore mandò contro 1500 poliziotti con i mitra e gli autoblindo. Il bilancio fu pesante: 6 morti, più di 50 feriti e 34 arrestati.

L'Unità racconta la strage di Modena

L'Unità racconta la strage di Modena

globalist 8 gennaio 2020

di Giovanni Giovannetti


Il 9 gennaio 1950 (anno Santo) a Modena è Bloody Monday, lunedì di sangue: alle Fonderie riunite scatta la repressione militare di uno sciopero in risposta al licenziamento di numerosi lavoratori legati al sindacato e ai partiti progressisti e dopo una serrata padronale della fabbrica durata tre giorni. La proprietà delle fonderie non vuole sentir parlare di diritti dei lavoratori, ora costituzionalmente garantiti (articolo 39, sulle libertà sindacali; articolo 40, sul diritto di sciopero) e semmai punta a darsi carta bianca nel subordinare il salario alla produttività, facendo largo uso dei premi di produzione differenziati e cancellando il cottimo collettivo. Viene persino annunciato il licenziamento di tutti quanti i 565 lavoratori per riassumerne solo 230, i meno sindacalizzati e politicizzati, soppiantando i congedati con forza lavoro malleabile reclutata nelle campagne venete da preti e Cisl, il sindacato filo-democristiano.
E dire che la fabbrica non è in crisi: la produttività è aumentata (da 1.800 a 2.500 quintali di ghisa al mese) così come i profitti (nell'anno 1949 l'aumento è stato di 222 milioni di lire di allora, equivalenti a più di 4 milioni in euro odierni), a fronte di un ammontare complessivo delle retribuzioni in netto ribasso.
La risposta a questa epurazione che va ben oltre l'atteggiamento antisindacale sono gli scioperi, i picchetti e una decisa conflittualità. Si è ormai prossimi all'occupazione della fabbrica e il padrone conte Adolfo Orsi Mangelli – che ne aveva disposto la momentanea serrata – d'accordo con Confindustria chiama in soccorso le forze dell'ordine del ministro Mario Scelba, e quel giorno per qualche ora i poliziotti e i carabinieri avranno licenza di uccidere: «abbiamo tanta forza da sterminarvi tutti», minaccia il prefetto Giovanni Battista Laura nel negare la piazza ai manifestanti; «Sarà un macello, faremo un macello, faremo piazza pulita», promette il questore Arturo Nusco prefigurando quanto poi avverrà.
Canta la mitraglia

Strage premeditata? Nuova provocazione al Pci per indurlo a reagire e così metterlo al bando? Nervi non proprio saldissimi in qualche irresponsabile in doppiopetto o con la divisa? Ad ogni buon conto, a Modena scendono 1.500 tra poliziotti e carabinieri armati rispettivamente di mitra Mab e di moschetto, a presidiare quella piazza e quella fabbrica fianco a fianco a tredici autoblindo da combattimento T17 Staghound.
E la mattina del 9 gennaio il questore Nusco avverte che «se entro 10 minuti non sarà sgomberata [la zona prossima alla fabbrica] sarà una strage». Dai terrazzi della fabbrica i Carabinieri cominciano a mitragliare i lavoratori e chi li sostiene. Sparano ad altezza d'uomo anche dai blindati e il bilancio si fa pesante: 6 morti, più di 50 feriti e 34 arrestati. Muore l'ex partigiano Angelo Appiani, 30 anni, colpito al petto da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da un carabiniere. Muoiono lo spazzino disoccupato Arturo Chiappelli, 43 anni, e Arturo Malagoli, 21 anni, sono entrambi ex partigiani, colpiti da raffiche di mitra. Muore l'ex partigiano Roberto Rovatti, 36 anni, che ha il torto di portare al collo una sciarpa rossa e per questo motivo viene brutalizzato con il calcio dei fucili e poi gettato cadavere in un fossato. Muore il carrettiere Ennio Garagnani, 21 anni, colpito dal fuoco delle autoblindo. E muore l'operaio metallurgico Renzo Bersani, 21 anni, preso a fucilate nei pressi della fabbrica.
Il giorno dopo la strage in molte città italiane è sciopero generale (la Cisl si defilerà) e a Roma più di centomila lavoratori manifestano in piazza dei Santi Apostoli. Ad una riunione modenese di partito, il comunista Umberto Terracini parla esplicitamente di «omicidi premeditati, eseguiti a sangue freddo». A Montecitorio la deputata modenese Gina Borellini (che ha perso una gamba nella guerra di Liberazione) getta le fotografie dei morti in faccia al presidente del Consiglio De Gasperi. E mentre a Modena il prefetto Laura prova a dire che polizia e carabinieri hanno sparato in replica all'«attacco preordinato» dagli operai, il 10 gennaio sull'“Unità” il direttore Pietro Ingrao calca la penna, scrivendo che «due anni di violenze, di illegalità senza pudori, di offese alla libertà dei cittadini sono stati più che bastanti a rivelare il volto e l'animo degli sciagurati che detengono il dominio del nostro Paese. Le loro mani grondano ancora del sangue dei morti contadini di Melissa, degli uccisi di Torremaggiore, dei braccianti aggrediti nella notte a Montescaglioso», là dove si occupano le terre incolte e si invoca pane e lavoro. Ingrao prosegue denunciando il tiro al bersaglio sui lavoratori «come metodo di lotta politica» e infine, rivolgendosi al Governo De Gasperi, così distante dal disagio popolare e così vicino a Confindustria e Agrari, il direttore dell“Unità” si domanda: «Vi è qualcuno in Italia che ha sperato di far perdere la testa a questa città generosa e a questa regione? Qualcuno che aveva bisogno di sangue e di conflitti per nascondere in essi il proprio fallimento e nel sangue e nei conflitti cercare un alibi per la sua sciagurata avventura? […] Si dirà che il disegno sarebbe troppo mostruoso. Ma di questi mostri è intessuta la storia della reazione italiana: di mostri e di cadaveri».
Il Pci chiede le dimissioni di De Gasperi. Ma se, dieci anni dopo, i cinque lavoratori ed ex partigiani morti a Reggio Emilia sanciranno la fine del Governo Tambroni, all'opposto la selvaggia e forse premeditata aggressione anti-operaia di Modena indurrà la Dc che sostiene il Governo a fare quadrato intorno all'esecutivo (il 12 gennaio 1950 il quinto Governo De Gasperi si dimette. Il primo ministro subentrerà a sé stesso il 28 gennaio: confermata la coalizione – composta da democristiani, socialdemocratici, liberali e repubblicani; confermati nei posti chiave i ministri di prima).
Parla Togliatti

Mercoledì 11 gennaio una folla di 300mila persone presenzia commossa ai funerali. C'è il leader comunista Palmiro Togliatti, ci sono i socialisti Pietro Nenni e Alcide Malagugini, c'è il leader sindacale Giuseppe Di Vittorio, ci sono Luigi Longo, Giorgio Amendola, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, Emilio Sereni, Mauro Scoccimarro, Terracini e moltissimi altri dirigenti della sinistra politica e sindacale. L'inviato de “l'Unità” Gianni Rodari racconta nella sua corrispondenza «la città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio»: è lo stesso assordante silenzio che vent'anni dopo nuovamente sentiremo ai funerali dei morti di piazza Fontana a Milano; e continua descrivendo «i sei Caduti allineati l'uno a fianco dell'altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l'espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di venti anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta a un sogno angoscioso e passeggero». Sfila il mesto corteo preceduto dalle fotografie degli uccisi, nelle quali «i loro volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile».
Ai funerali e nel Paese la rabbia è tanta, ed è nuovamente compito di Togliatti stemperare gli animi – consapevole di quali sono i rapporti di forza –, come dopo la strage di Portella della Ginestra in Sicilia nel maggio 1947, come dopo il tentativo di ucciderlo nel luglio 1948. Parlando a quella piazza, il “migliore” (così era soprannominato Togliatti) avoca al Pci la risposta politica a quella strage: «Come partito di avanguardia della classe operaia e del popolo italiano, coscienti della nostra forza che ci ha consentito di conchiudere vittoriosamente cento battaglie» dice Togliatti «ci impegniamo ad una nuova, più vasta lotta, in difesa della esistenza, della sicurezza dei più elementari diritti civili dei lavoratori». A monito, gli fa eco l'“Unità” titolando a tutta pagina Se nuovo sangue dovesse scorrere sorga un movimento generale di tutto il popolo.
Nessun colpevole
Seguirà un processo, ma alla sbarra sono 34 operai, ipocritamente accusati di «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata e attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico» («non luogo a procedere» per questore e prefetto). Una alla volta le accuse cadranno e gli imputati verranno tutti assolti con formula piena. Quindici anni dopo le famiglie degli uccisi, cosa mai avvenuta prima, otterranno un risarcimento di 2 milioni di lire (22mila euro attuali). Per l'eccidio di Modena nessuno pagherà, ma il bilancio degli ultimi due anni di dura repressione scelbiana contro la sinistra non ammette risarcimenti: 62 lavoratori ammazzati di cui 48 comunisti; 3.126 feriti di cui 2.367 comunisti; 92.169 arrestati di cui 73.870 comunisti. Senza scordare che tra il 1945 e il 1953 nel modenese vengono arrestati 1.967 partigiani, di cui 1.439 comunisti. Sono cifre che parlano da sole. All'eccidio di Modena è dedicata La strage delle fonderie, una vibrante ballata dei Modena City Ramblers: «Di quella fabbrica e quel giorno / d'inverno restano solo finestre sventrate, / restano solo mattoni spezzati, / mattoni e ricordi mai cancellati. // Alla Crocetta erano in tanti / davanti ai cancelli della fonderia, / volevano pane e lavoro per tutti, / vennero uccisi e così sia».
Quattro giorni dopo l'eccidio, in Prefettura a Modena verrà sottoscritto l'accordo per la riapertura delle Fonderie riunite senza altra condizione che il graduale ritorno al lavoro di tutte le maestranze. Molti giovani agenti in servizio quel giorno, stomacati da quello che hanno dovuto fare o vedere, chiederanno e otterranno il trasferimento ad altri incarichi.