Isis, dall'Iraq al Caucaso: la sfida del Califfato globale passa per Mosca
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Isis, dall'Iraq al Caucaso: la sfida del Califfato globale passa per Mosca

È una sfida…

Isis, dall'Iraq al Caucaso: la sfida del Califfato globale passa per Mosca
Attentato di Crocus, l'Isis rivendica
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

23 Marzo 2024 - 19.24


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È una sfida mortale. Il “Califfato globale. 

A portarla avanti è la galassia dell’Isis 2.0 che ha come uno dei suoi punti di forza l’Isis-K, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Conosciuto anche come Wilayat Khorasan, il gruppo è la branca afghana dell’Isis apparsa per la prima volta nel 2014. Il nome Khorasan si traduce in “La terra del sole”, e secondo il Centro per gli studi strategici e internazionali, si riferisce a una regione storica che comprende parti dell’Iran, dell’Afghanistan e del Pakistan. Sulla base di questa visione – rimarca l’Ansa – si pone come obiettivo la fondazione di un nuovo califfato che riunisca questi tre Paesi, ma anche alcune ex repubbliche sovietiche, come il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Una chiara minaccia per la Russia, che non dimentica le ribellioni islamiste nel Caucaso settentrionale, in particolare in Daghestan e in Cecenia con le due guerre degli anni ’90 e una lunga serie di sanguinosi attentati che fecero stragi di civili in varie città russe, compresa la capitale.

La differenza con le altre organizzazioni  

A differenza di altre organizzazioni, l’Isis-K ha combattuto apertamente anche contro altre organizzazioni islamiche estremiste, come i talebani – sono loro i responsabili dell’attentato suicida all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021. Ed era pronta ad attivarsi anche contro le comunità ebraiche come vendetta per le operazioni israeliane a Gaza: solo due settimane fa, i servizi d’intelligence russi hanno rivendicato di aver eliminato una cellula dell’Isis che pianificava un attacco contro una sinagoga proprio a Mosca.

Il leader del gruppo
 
Oggi è Sanaullah Ghafari, alias Shahab al-Muhajir, il leader del gruppo: secondo il Dipartimento di Stato Usa, l’emiro è stato nominato nel giugno 2020. E sotto la sua guida, come altri gruppi terroristici l’Isis-K prende di mira le forze statunitensi, i loro alleati e i civili. Ma a differenza di altre organizzazioni, l’Isis-K ha combattuto apertamente anche contro altre organizzazioni islamiche estremiste, come i talebani – sono loro i responsabili dell’attentato suicida all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021. Ed era pronta ad attivarsi anche contro le comunità ebraiche come vendetta per le operazioni israeliane a Gaza.

Un attacco che parte da lontano

Il 3 marzo scorso, le forze di sicurezza russe avevano eliminato sei sospetti jihadisti in un’operazione in Inguscezia, nel Caucaso settentrionale, mentre il 7 marzo una cellula dell’Isis nella provincia di Kaluga, che intendeva attaccare una sinagoga a Mosca, era stata smantellata dal Servizio di sicurezza federale russo (Fsb). Il giorno dopo, l’8 marzo, diverse ambasciate occidentali, tra cui quella degli Stati Uniti, avevano avvertito i loro cittadini in Russia della possibilità di attacchi imminenti nel Paese, soprattutto in occasione di grandi eventi a Mosca.

Il ramo dell’Isis in Russia

Il ramo dell’Isis in Russia, noto come “Wilayat al Quqaz” (provincia del Caucaso), – come ricorda l’Agi – è stato fondato dall’estremista Rustam Asildarov nel 2015, ma avrebbe cessato la sua attivita’ dopo il suo assassinio da parte del governo russo, in Daghestan, nel dicembre 2016. L’attacco di venerdì a Mosca è stato preceduto da un’altra azione contro gli interessi russi.

Il 5 settembre 2023, infatti, l’Isis rivendicò l’attentato vicino all’ambasciata russa a Kabul, dove perse la vita il secondo segretario e una guardia di sicurezza.
La Russia, insieme ad alcune nazioni come Pakistan e Iran, ha mantenuto la sua ambasciata a Kabul dopo il ritorno al potere, il 15 agosto 2021, dei talebani che, nonostante il loro fondamentalismo, sono rivali dell’Isis. La contrapposizione tra i terroristi islamici e la Russia, risale al 2015, quando, su richiesta del presidente Bashar al-Assad, Putin ha iniziato a sostenere il governo siriano contro i ribelli dell’opposizione e i gruppi jihadisti, compreso l’Isis. L’intervento russo è stato fondamentale per sedare la ribellione e sconfiggere i terroristi, che aveva annesso territori al suo ‘califfato’ in Iraq. I jihadisti delle repubbliche russe del Caucaso attivi in Siria sono poi tornati in Russia dopo il conflitto, costituendo una minaccia per Mosca. A questo si aggiungono le tensioni nel Sahel. L’instabilità nell’Africa Occidentale ha dato vita a colpi di stato filorussi in Niger, Mali e Burkina Faso. In questi Paesi i mercenari della hanno ingaggiato la lotta allo Stato Islamico e anche ai gruppi fedeli ad Al Qaeda, che controllano pezzi di territorio.

L’Isis-K si è fissato con la Russia negli ultimi due anni e critica spesso il presidente Vladimir Putin nella sua propaganda. Accusa il Cremlino di avere nelle mani sangue musulmano, facendo riferimento agli interventi di Mosca in Afghanistan, Cecenia e Siria“, annota Colin P. Clarke, analista antiterrorismo presso il Soufan Group.

Oggi, inoltre, lo Stato Islamico è diventata una galassia fluida come al Qaeda, composta da formazioni che combattono sotto un’unica bandiera, ma che mantengono una forte indipendenza e autonomia. Per di più, il centro dell’interesse dell’ex Isis dal Medio Oriente si è spostato verso l’Asia e soprattutto in Africa. 

Partita aperta su scala globale

Ne dà conto nel suo Blog sul Fatto quotidiano.it Amer Al Saballeh, docente e direttore di Trageduepuntozero: “Rispondendo alle domande durante l’audizione annuale del Comitato di intelligence del Senato degli Stati Uniti sulle principali minacce alla nazione questa settimana, il direttore della Defense Intelligence Agency (Dia), il tenente generale Scott Berrier, ha suonato l’allarme sul possibile ritorno di gruppi terroristici e in particolare di al QaedaeIsis. Nella sua dichiarazione di un mese dopo la conquista di Kabul da parte dei talebani, aveva rimarcato che una rinata al Qaeda con l’aspirazione di attaccare gli Stati Uniti potrebbe diventare una realtàentro tre anni. Il tenente generale ha dichiarato: “E direi, sulla base di ciò che sappiamo in questo momento dalla minaccia di al Qaeda, stanno cercando di sopravvivere, fondamentalmente senza un vero piano per attaccare l’Occidente almeno in qualsiasi momento presto. E direi che l’Isis-K rappresenta una minaccia un po’ più grande, ma sono sotto attacco da parte del regime talebanoin questo momento. Ed è una questione di tempo prima che possano avere la capacità e l’intenzione di attaccare effettivamente l’Occidente a questo punto”.

Il crescente numero di attacchi che l’Is sta conducendo in AfghanistanePakistanpotrebbe essere un’indicazione che non stanno soffrendo per gli attacchi dei talebani, ma in realtà potrebbe suggerire un reale desiderio di diminuirne l’autorità. Questi sviluppi in corso sono legati agli obiettivi primari dell’Is a Kabul, che prendono di mira il personale e i siti talebani, comprese le istituzioni religiose e educative. Suggeriscono anche che il gruppo intende ridurre l’autorità dei talebani con ogni mezzo, arrivando al punto di colpire i cittadini stranieri in siti civici, hotel e aziende.

Ci si aspettava che il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, lasciando i talebani al potere, sarebbe stato visto da molti gruppi come un modelloda imitare, inviando il messaggio che se sei forte sul terreno sarai riconosciuto come l’unica autorità. Sono stati numerosi gli impatti nella scena terroristica globale quando la conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani ha spianato la stradaai gruppi terroristici per coordinarsi e attaccare altrove. I crescenti e più frequenti attacchi di Daeshin Siria e Iraq e il coinvolgimento nel traffico di droga suggeriscono che hanno intenzione di riemergere e sfruttare la situazione regionale e l’instabilità interna.

Questo potrebbe vederli passare da operazioni su piccola scala a tattiche più ampie, tra cui cellule dormienti, lupi solitari a operazioni più sofisticate in modo che il gruppo possa inviare un messaggio del loro arrivo al mondo. Vi è una chiara necessità di una maggiore cooperazione in materia di sicurezza e di una collaborazione avanzata tra la regione e a livello globale per affrontare questo rischio”.

Un’analisi preziosa

È quella del professor Aldo Ferrari, storico, politologo, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e responsabile del programma su Russia, Caucaso e Asia centrale dell’Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale. “Va ricordato – spiega in una intervista a Famiglia Cristiana a firma di Giulia Cerqueti – che all’interno della Federazione russa vivono 15 milioni di cittadini di fede islamica. La maggior parte degli abitanti della regione del Caucaso settentrionale è di fede musulmana sunnita. Questo non pone grandi problemi: all’interno della Federazione russa, anche con Putin al potere, il rapporto con l’islam per così dire istituzionalizzato – che riconosce lo Stato russo – non ha mai rappresentato un dilemma. Pur essendo il cristianesimo ortodosso la religione predominante in Russia, le atre religioni come islam ed ebraismo hanno una posizione ufficiale e rispettata. Mentre vengono colpiti quei musulmani che non riconoscono lo Stato russo. Questi sono stati radicalizzati nella seconda metà degli anni ’90, poi a seguire da predicatori provenienti perlopiù dall’Arabia Saudita, tant’è vero che normalmente gli islamici radicali del Caucaso russo sono chiamati wahabiti, definizione che rivela l’origine saudita della predicazione. Contro questi elementi sovversivi la repressione russa è stata forte. Bisogna tener presente che il secessionismo ceceno è nato laico e si è progressivamente islamizzato, fino a quando nel 2004-2005 Putin è riuscito in qualche modo a rimettere l’islam e la Cecenia all’interno del sistema politico russo attraverso Kadyrov padre e poi il figlio. Questo radicalismo islamico represso in Cecenia rimane tuttavia forte in altre repubbliche del Caucaso settentrionale, in particolare nel Daghestan. […]. A partire dal 2007-2009 questi elementi radicali hanno spesso cambiato nome, creando a un certo punto il cosiddetto Emirato islamico del Caucaso settentrionale. Una di queste denominazioni è l’Isis, che però sappiamo essere più una sigla di facciata che una struttura organizzativa stabile e riconoscibile. In Asia centrale poi ci sono altre formazioni locali che si dichiarano affiliate all’Isis. Si tratta dunque di una galassia molto complessa di gruppi difficilmente identificabili. Il rapporto fra Russia e islam è molto complicato».

Quanto alla reazione di Putin, il professor Ferrari annota: “Certamente Vladimir Putin e un regime che aveva fatto della sicurezza uno dei suoi maggiori punti di forza hanno fatto una bruttissima figura. In ogni caso, la popolazione si stringerà intorno al leader e accetterà le decisioni che vorrà prendere. Speriamo, ripeto, che Putin non voglia, per così dire, sfruttare questa tragedia addebitandone la responsabilità all’Ucraina e, di conseguenza, all’Occidente, per innalzare ulteriormente il livello della violenza e del conflitto. Stiamo andando in una direzione disastrosa e questo attentato che plausibilmente non c’entra nulla con la guerra russo-ucraina rischia di peggiorare ulteriormente la situazione”.

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