Iran, cosa nasconde la falsa "clemenza" dell'ayatollah Khamenei
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Iran, cosa nasconde la falsa "clemenza" dell'ayatollah Khamenei

“Decine di migliaia” di prigionieri, incluso un numero “significativo” di arrestati durante gli ultimi mesi di proteste, verranno graziati dal leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Ma c'è un trucco

Iran, cosa nasconde la falsa "clemenza" dell'ayatollah Khamenei
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Febbraio 2023 - 19.41


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Non è un atto di clemenza. Non è nel suo stile. La magnanimità non è mai stata la cifra della sua “guida” suprema. Semmai, è il segno di una difficoltà. Quella di un regime teocratico-militare che non riesce a piegare la “rivoluzione dei diritti”, nonostante la brutale repressione messa in atto senza soluzione di continuità. Nonostante gli arrestati, a migliaia, delle impiccagioni di manifestanti denunciate dalle più importante organizzazioni umanitarie, interne e internazionali.

Non è magnanimità. 

“Decine di migliaia” di prigionieri, incluso un numero “significativo” di arrestati durante gli ultimi mesi di proteste, verranno graziati dal leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. A dare la notizia sono diversi media internazionali, citando la tv statale iraniana. Rimangono tuttavia delle riserve. “I prigionieri che non sono accusati di spionaggio per conto di agenzie straniere, contatti diretti con agenti stranieri, omicidio, distruzione e incendio doloso di proprietà appartenenti allo Stato saranno graziati”. Un messaggio per lo più simbolico, dunque, visto che la maggior parte dei detenuti sono accusati di questi reati, molti in modo arbitrario. Non a caso, dettagli sull’identità di coloro che verranno rilasciati non sono stati ancora forniti. Sembrerebbe pertanto per lo più un gesto celebrativo in occasione del quarantaquattresimo anno della rivoluzione khomeinista, che si concluse nel febbraio del 1979.

All’annuncio ne è seguito tuttavia un altro di natura diametralmente opposta. Le autorità hanno infatti arrestato una giornalista di Hammihan, quotidiano riformista, sorella di una reporter già finita dietro le sbarre per aver diffuso la notizia della morte di Mahsa Amini, la ventiduenne uccisa barbaramente e per la quale sono scoppiate le rivolte nel Paese. Era stata accusata di “propaganda contro il sistema e cospirazione contro la sicurezza nazionale”, per cui potrebbe essere decisa la pena capitale. Sua sorella Elnaz Mohammadi è stata invece fermata nell’ufficio del procuratore dove era stata convocata per offrire “una spiegazione”. Da quanto denuncia la Human Rights Activists News Agency (Hrana), sono circa ventimila i manifestanti arrestati dallo scorso settembre, quando Mahsa non uscì viva dalla custodia della polizia.

Retroscena di una crisi.

Di grande interesse è un report del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri). “Lunedì la Guida suprema del regime iraniano, Ali Khamenei, ha riconosciuto il fallimento del presidente del suo regime, Ebrahim Raisi, la cui presidenza era stata definita “l’evento più dolce” del 2021.

Nel corso di un incontro con alcuni esperti del regime, trasmesso dalla TV di Stato, Khamenei ha riconosciuto il fallimento economico del regime, ribaltando così se stesso e le affermazioni fasulle che lui e Raisi avevano fatto sulla prosperità economica e sociale!

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Khamenei ha riconosciuto “la povertà e i problemi di vita visibili”, “il difficile sostentamento delle famiglie iraniane”, “la disoccupazione di milioni di cittadini e la loro migrazione” e “molti indicatori economici negativi”.

“Le lamentele e le preoccupazioni economiche che ha appena detto sono reali. Il sostentamento delle famiglie nel Paese è difficile. L’unica soluzione per sradicare la povertà e aumentare il benessere delle famiglie è la crescita economica”, ha affermato. Tuttavia, elogiando il programma nucleare del regime, per il quale ha sperperato miliardi di dollari di ricchezza nazionale, Khamenei ha confermato che stava solo versando lacrime di coccodrillo per il popolo.

Ha ammesso che le proteste popolari derivano dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dall’inettitudine del regime.

Ha anche ammesso che il regime ha perso la sua legittimità internazionale ed economica, riferendosi al crollo del valore della valuta nazionale iraniana rispetto al dollaro statunitense. “Nel mondo moderno, la situazione di un Paese è in gran parte attribuita al suo stato economico. Quindi, quando la sua economia diminuisce e il valore della sua moneta nazionale precipita, quel Paese perde il suo posto in termini di classifica internazionale”.

Nonostante sia la massima autorità del regime, ha evitato ogni responsabilità e ha attribuito la colpa ad altri funzionari. “Naturalmente, non ho un approccio esecutivo. Io indico la strada e seguo le autorità nell’intraprenderla”.

Cercando di addossare la responsabilità della crisi economica del Paese alle fazioni rivali e ai rami esecutivi del governo, Khamenei ha detto: “Ora abbiamo a che fare con alcune decisioni contraddittorie da parte del ramo esecutivo. Un’organizzazione decide di agire, l’altra la rifiuta e fa il contrario. Eppure, entrambi sono seduti dietro la stessa scrivania nelle sessioni del governo. Questo non dovrebbe accadere”.

Ha anche riconosciuto la bancarotta del sistema e l’enorme deficit di bilancio del governo di Raisi. Vale la pena notare che la scorsa settimana, mentre presentava il suo piano, Raisi ha affermato che il disegno di legge di bilancio del suo governo non ha alcun deficit, causando molto scalpore nel parlamento scelto dal regime. Prima i parlamentari scelti da Khamenei hanno respinto le affermazioni di Raisi, e ora il suo mentore ha criticato il “perfetto progetto di bilancio” di Raisi.

“Purtroppo il bilancio ha un problema strutturale. Questo bizzarro deficit di bilancio che abbiamo affrontato è stato una delle principali fonti di problemi finanziari. Abbiamo creato il Consiglio economico dei capi delle filiali per risolvere la questione, ma non ci siamo riusciti”, ha detto Khamenei.

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Nonostante un boicottaggio nazionale senza precedenti delle elezioni farsa e l’indignazione internazionale, Khamenei ha fatto uscire Raisi dalle urne nel 2021. Raisi è noto per il suo ruolo nel massacro del 1988 di 30.000 prigionieri politici, la maggior parte dei quali erano membri e sostenitori della principale opposizione iraniana Mujahedin-e Khalq.

La scelta di Raisi come presidente è stato l’ultimo tassello del puzzle di consolidamento del potere di Khamenei, dopo la stretta selezione dei membri del Parlamento nel 2020. Le grandi proteste iraniane del 2018 e del 2019 hanno scosso le fondamenta del regime e Khamenei ha capito che la minima opposizione nei ranghi del suo regime avrebbe aumentato la procedura di caduta. Quindi, per salvare il suo regime, Khamenei ha cercato di fortificare i suoi ranghi. Nonostante le sue numerose promesse e affermazioni, la presidenza di Raisi non era destinata ad affrontare la calamità finanziaria o i problemi sociali del Paese. Il suo unico compito era quello di opprimere la società in rivolta.

Quindi, perché Khamenei dovrebbe ora cercare di allontanare ogni colpa da se stesso come guida suprema di questo regime? La risposta si trova nelle strade di Teheran e di altre città, dove negli ultimi cinque mesi la gente ha continuato la sua rivolta per rovesciare l’intero regime, concentrandosi sullo slogan principale “Morte a Khamenei”.

Scandendo slogan contro Khamenei e affrontando a mani nude le sue forze repressive, gli iraniani confermano che i problemi del Paese derivano dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dall’inettitudine del regime. La continuazione delle proteste anti-regime, nonostante la pesante repressione, indica anche la natura organizzata di quella che molti considerano una rivoluzione in fieri.

Senza alcuna soluzione ai problemi dell’Iran e con le continue proteste, Khamenei ha percepito il pericolo e ha visto la caduta del suo regime all’orizzonte. Pertanto, come un uomo che annega, si aggrappa a tutto ciò che trova e lo porta a fondo con sé. Non sorprende quindi che ora incolpi Raisi per la situazione attuale, nel tentativo di fuorviare l’opinione pubblica come se i problemi fossero dovuti alla cattiva gestione del ramo esecutivo. Ma come hanno cantato gli iraniani nelle strade: “Povertà, corruzione e prezzi alti; avanti con il rovesciamento [del regime]” e “Le loro promesse sono un miraggio, la soluzione è la rivoluzione”, dimostrano di non volere altro che un cambio di regime”.

La sfida di Moussavi.

Il leader riformista iraniano, Mir Hossein Moussavi, ha chiesto di redigere una nuova costituzione e di sottoporla a un referendum popolare, seguito da un voto “libero ed equo” per cambiare la struttura del potere politico in Iran. Moussavi, che è agli arresti domiciliari dal febbraio 2011, ha dichiarato in un comunicato pubblicato dal suo sito web ufficiale che i “sanguinosi” eventi degli ultimi mesi e anni in Iran dimostrano la necessità di un cambiamento fondamentale. L’ex premier dal 1981 al 1989 ha criticato “l’ostinazione” delle autorità e la loro insistenza sui metodi repressivi nelle recenti proteste, suggerendo invece di percorrere la strada del dialogo e della persuasione. Classe 1941, di etnia azera, già candidato alle elezioni presidente del 2009 quando venne sconfitto da Mahmud Ahmadinejad in un’elezione contestata da molti osservatori, Moussavi ha espresso profonda preoccupazione per i crescenti problemi dell’Iran, spiegando che mantenere l’attuale struttura della Repubblica islamica non è più vitale, ma anzi controproducente.

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“L’Iran e gli iraniani hanno bisogno di un cambiamento radicale che affondi le sue radici nel movimento ‘Donna, vita, libertà’”, ha detto Moussavi, riferendosi allo slogan delle proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini. Moussavi ha quindi lanciato un piano basato su tre pilastri: primo, redigere una nuova costituzione; secondo, indire un referendum; terzo, formare un’Assemblea costituente con un voto “libero ed equo”.

L’ultimo primo ministro iraniano prima del referendum costituzionale del 1989, che ha abolito la carica di primo ministro, ha esortato tutte le componenti del popolo a formulare un “patto di fondo”, proponendo una “nuova struttura” e un “nuovo sistema” che possa sostituire la Repubblica islamica. Moussavi ha sottolineato che l’introduzione di questo nuovo sistema “scuoterà il potere autoritario e lo costringerà a rispondere, perché la fonte della forza è nel popolo, non nelle armi e nell’oppressione”. Intanto, da parte loro, le autorità iraniane starebbero pensando di far rispettare l’obbligo per le donne di indossare il velo tramite un sistema di videosorveglianza. Secondo il quotidiano iraniano “Etemad”, la commissione parlamentare per la giustizia vuole espandere la portata del sistema di video-monitoraggio già utilizzato nel traffico stradale. In caso di violazioni, le donne saranno avvertite in un primo momento tramite sms e, in caso di recidiva, subiranno sanzioni come la sospensione da incarichi di pubblica utilità, l’obbligo di corsi di rieducazione, il divieto di espatrio, limitazioni lavorative e multe. Da mesi ormai gli agenti della polizia morale iraniana, incaricati di vigilare sull’obbligo di velo, sono quasi del tutto scomparsi dalle strade della Repubblica islamica. Molte donne nelle grandi città iraniane non indossano più l’hijab.

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