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Dalla Libia al Sudan: i lavori sporchi made in Italy

I comandanti del Rapid Support Force, il gruppo paramilitare sudanese formato in gran parte da ex terroristi hanno ricevuto una delegazione di 007 italiani arrivata in segreto a Khartoum nei giorni scorsi.

Dalla Libia al Sudan: i lavori sporchi made in Italy
Militari sudanesi

globalist

17 Agosto 2022 - 16.49


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Non bastava aver armato, addestrato, finanziato, quell’organizzazione a delinquere denominata Guardia costiera libica. Ora il lavoro sporco, fatto al posto nostro, dalla Libia si estende al Sudan.

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007 italiani a Khartoum

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Massimo A. Alberizzi, storico corrispondente del Corriere della Sera, l’Africa l’ha conosciuta, vissuta, raccontata, amata, come pochi altri. Oggi continua a sfornare rivelazioni su Africa Ex Press.

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L’ultima, in ordine di tempo, svela una vergogna italiana.

Scrive Alberizzi: “I comandanti del Rapid Support Force, il gruppo paramilitare sudanese formato in gran parte dagli ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini) hanno ricevuto una delegazione di 007 italiani arrivata in segreto a Khartoum nei giorni scorsi.

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Forse il governo del nostro Paese dovrebbe spiegare perché per lottare contro il terrorismo utilizza gruppi notoriamente terroristi. Gli uomini del gruppo paramilitare, accusato di esecuzioni sommarie e violenze sui civili, sono utilizzati per reprimere nel sangue le continue manifestazioni popolari scoppiate in Sudan per chiedere libertà e democrazia.

Missione segreta

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La missione italiana era così segreta che né il governo italiano, né quello sudanese ne erano al corrente, sebbene la delegazione pare sia stata ricevuta dal vicepresidente del governo di transizione, il tenente generale Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto con il soprannome di Hemetti, vicepresidente del Consiglio Sovrano, ex capo supremo dei janjaweed e ora comandante delle Forze di Supporto Rapido.

Hemetti è ben conosciuto per essere stato il mandante di efferati massacri. Egli stesso ha ammesso davanti a funzionari dell’Unione Africana la sua corresponsabilità all’inizio degli anni Duemila in massacri e stupri nel Darfur meridionale. Dal 2013 ha preso il comando delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che, secondo Human Rights Watch si sono rese responsabili di crimini contro l’umanità, tra cui uccisioni sistematiche di civili e stupri, nel Darfur nel 2014 e 2015.

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L’Rsf è stato, senza alcun dubbio, ritenutoresponsabile della carneficina di Khartoum del 3 giugno 2019 (oltre 100 dimostranti per la democrazia uccisi).

Interessi commerciali

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Attraverso l’Rsf Hemetti ha preso il controllo delle operazioni di estrazione dell’oro in Sudan nel 2017. Nel 2019 era una delle persone più ricche e potenti del Sudan attraverso la sua società al-Junaid, che ha una vasta gamma di interessi commerciali, tra cui investimenti, miniere, trasporti, noleggio auto, ferro e acciaio.

La delegazione italiana è arrivata da Roma a Khartoum a bordo dell’aereo privato, I-TARH-Dassault Falcon 900EX,  all’alba di mercoledì 3 agosto. E’ scesa allo scalo della capitale sudanese passando dal gate 17 che non è soggetto ai controlli delle autorità aeroportuali. In aeroporto le 12 persone appena sbarcate, tutte di nazionalità italiana, sono state ricevute dal tenente colonnello Abdel Rahim Taj El Din uno dei capi del cerimoniale del RSF.

Bagagli importanti

Secondo informazioni raccolte e verificate da Africa ExPress, con i passeggeri sono stati scaricati bagagli all’apparenza importanti: una serie di grandi borse e di 8 zaini realizzati in tessuto speciale – simile all’equipaggiamento in dotazione all’esercito italiano – il cui contenuto non è stato identificato.

Per altro il generale Mohamed Hamdan Daglo, Hemetti, il 29 luglio scorso, alla radio sudanese aveva rivolto apprezzamenti al nostro Paese spiegando che le “sue” Forze di Supporto Rapido, “stanno cooperando esclusivamente con l’Italia nei settori della lotta al terrorismo e dell’immigrazione”.

Uomo d’affari siriano

Hemetti aveva già visitato l’Italia il 9 febbraio scorso, su un aereo privato degli Emirati Arabi Uniti, in una visita senza preavviso, durante la quale era stato accompagnato dal fratello, Al-Qoni Hamdan (l’ufficiale che si occupa degli appalti delle Rsf), e da un uomo d’affari siriano di nome Muhammad Abdul Halim. L’aereo degli Emirati aveva fatto scalo ad Abu Dhabi prima di proseguire il suo viaggio verso Roma.

Muhammad Abdel Halim, gestisce parte degli investimenti della famiglia Daglo in Etiopia e ha organizzato una visita in Italia per conoscere l’industria casearia e trattare l’acquisto di attrezzature necessarie ad un impianto che la famiglia di Hemetti sta costruendo in Etiopia.

L’ex janjaweed a Roma

All’inizio dello scorso anno, fonti regionali avevano rivelato che durante la visita in Italia Mohamed Hamdan Daglo, aveva assicurato che le Forze di Supporto Rapido avrebbero rispettato l’accordo stipulato con il Gruppo di lavoro europeo sulla Libia.

Hemetti ha partecipato ad un incontro tra i rappresentanti di alcuni Paesi coinvolti nella ricerca di una soluzione alla crisi libica (Turchia, Italia e un rappresentante della Nato) e ha visitato tre capitali straniere. L’ex janjaweed ha voluto passare attraverso l’Italia; a Roma infatti ha anche sponsorizzato la partecipazione degli Emirati Arabi Uniti al processo di pace in Libia, giacché Abu Dhabi è un fedele alleato della Nato nella regione.

La visita è avvenuta con la copertura e l’accordo dell’Europa, ma Hemetti mirava anche ad ottenere finanziamenti per acquistare da una fabbrica italiana le attrezzature lattiero-casearie necessarie agli impianti in costruzione in Etiopia. E’ per questo che durante il suo viaggio è stato accompagnato da suo fratello minore Al-Qoni e dal siriano Muhammad Abdul Halim.

Istruttori e armi

Dopo il suo arrivo in Italia, il comandante delle RSF ha presentato una lista di richieste comprendenti attrezzature per l’assistenza tecnica e il supporto strategico (cioè istruttori per corsi d’addestramento e armi).

Il nostro Paese e gli altri partner coinvolti nell’operazione dopo una valutazione accurata, hanno informato Hemetti dell’approvazione delle sue richieste che contemplano anche droni dei quali l’ex janjaweed ha sostenuto di avere bisogno per il controllo delle frontiere e per fermare il flusso migratorio verso l’Europa.

Secondo informazioni raccolte daAfrica ExPressistruttori italiani sono già impegnati in gran segreto, e senza che sia stato informato il nostro parlamento, nell’addestramento degli ex janjaweed. Ma come sostiene il sito sempre ben informato dabangasudan.org con sede a Amsterdam, anche i mercenari russi della compagnia Wagner sono da anni impegnati nel training delle RSF.

Le Forze di Supporto Rapido, tra le altre cose, hanno ottenuto dalla Sudan Civil Aviation Authority (l’Autorità per l’Aviazione Civile sudanese) l’autorizzazione per realizzare un aeroporto per droni, nell’area di Al-Shafir, che si trova vicino al triangolo di confine tra Sudan, Libia ed Egitto.

L’aereo dei servizi

Per quanto riguarda invece l’aereo italiano, il sito www.itamilradar.com ha rivelato che lo stesso TARH – Dassault Falcon 900EX, atterrato all’aeroporto di Khartoum, era partito da Roma il 7 luglio alle 6:40 locali ed era atterrato a Tripoli, intorno alle 9:00 Cest.

Mezz’ora dopo aveva lasciato Tripoli per rientrare a Roma. Il sito ha anche riferito che questo aereo è a disposizione dei servizi di sicurezza italiani per il trasporto di Vip.

Il 28 luglio lo stesso aereo è atterrato in Iraq nella città di Baghdad e da questa è partito per la città di Sulaymaniyah per poi fare ritorno a Roma.

Si tratta dello stesso velivolo che ha portato in Arabia Saudita l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che, secondo il quotidiano Domani, riceve 80.000 dollari all’anno in cambio della sua appartenenza all’advisory board della Future Initiative, il fondo di investimento saudita gestito dalla Public Investment Fund Administration e controllato dalla famiglia regnante del Paese arabo e dal suo principe ereditario Mohammed Bin Salman”.

Fin qui Alberizzi. 

La denuncia di Nigrizia

“Centinaia di migranti sudanesi, fermi da mesi alla frontiera di Ventimiglia, saranno presto rimpatriati, dopo essere stati identificati con l’aiuto del governo sudanese. L’invito alla cooperazione sarebbe venuto direttamente dalle autorità italiane che hanno fatto presente la situazione all’ambasciata sudanese in Italia. L’ha dichiarato il portavoce del ministro degli esteri sudanese…”. A rivelarlo è la rivista italiana mensile dei missionari comboniani dedicata al continente africano e agli africani nel mondo.

Una drammatica testimonianza

A riportarla (14 dicembre 2021) è l’agenzia Dire: ““Mi è stato dato l’asilo politico quando sono partito dal Sudan perchè scappavo da una milizia che aveva bruciato 800 villaggi nel Darfur. Equesta stessa milizia viene pagata oggi dall’Unione Europea per presidiare il confinee per dissuadere i migranti a partire”. Così Yagoub Kibeida, dirigente dell’Unione nazionale italiana per i rifugiati ed esuli (Unire), in probabile riferimento alle Rapid Security Forces (Rsf), le forze di intervento rapido sudanesi.

Il gruppo paramilitare, un tempo noto come Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, è stato accusato di violenze e abusi in Darfur. Il suo storico capo, Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemeti, è oggi vicepresidente del Consiglio sovrano di transizione nella capitale Khartoum.

Kibeida è intervenuto alla conferenza di presentazione delRapporto asilo 2021 della Fondazione Migrantes, un organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana (Cei). Unire ha anche partecipato alla stesura del documento, giunto alla sua quinta edizione.

Kibeida ha utilizzato l’esempio del Sudan per spiegare le contraddizioni del Patto su migrazione e asilo presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020. “Questa intesa è servita ad allontanarsi dai valori cristiani e di rispetto dei diritti umani che caratterizzano storicamente l’Europa” ha denunciato il rappresentante di Unire. Il principale obiettivo del documento è esternalizzare la politica di gestione delle frontiere europee, rendendo l’Ue la meno attrattiva possibile”.

Un comportamento, questo, che a volte assume i contorni delparadosso, secondo Kibeida. “Piangiamo la sorte degli afghani, cerchiamo un modo per farli uscire dal Paese, ma poi quando arrivano nell’Ue vengono respinti, come succede ora al confine con la Bielorussia”, la denuncia dell’attivista.

C’è un filo conduttore che lega quanto rivelato da Africa Ex Press, Nigrizia, alle affermazioni dell’Unire. Quel filo si chiama esternalizzazione delle frontiere. Un filo insanguinato. Che legittima l’illegittimo. Che porta l’Europa a finanziare i peggiori dittatori che infestano la sponda sud del Mediterraneo e l’Africa, perché si trasformino nei gendarmi delle rotte dei migranti. I morti in mare, quelli nel deserto, i lager in cui vengono reclusi, il traffico di esseri umani, quello di organi umani, gli stupri di massa, la schiavitù sessuale, lo scempio dei più elementari diritti umani…Tutto questo viene in secondo piano, rispetto all’obiettivo primario: esternalizzare le frontiere. 

Per quanto riguarda l’Italia, cambiano i governi, le maggioranze, ma quelle che non mutano sono le politiche di esternalizzazione delle frontiere. Su questo la continuità è totale: Berlusconi, Gentiloni, Letta, Renzi, Conte (1 e 2), Draghi. Sono cambiati gli inquilini di Palazzo Chigi e su molte problematiche le differenze si sono viste. Ma non sull’esternalizzazione. Alla base di questa ossessione c’è una narrazione che ha stravolto la realtà. La narrazione dell’invasione. La destra fa il suo mestiere e continua ad alimentare la paura della minaccia esterna, a invocare il pugno di ferro fino a evocare (Meloni) il blocco navale a largo delle coste libiche. Quanto al centrosinistra, salvo rare eccezioni, si gioca di rimessa, esternalizzare va bene ma con un po’ di umanità. Solo che le due cose – esternalizzazione e umanitarismo – sono antitetiche. Totalmente. 

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