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Nessun baratto tra diritti umani e ombrello militare della Nato: i pacifisti insorgono

Quelli che si battono contro la guerra, contro l’aumento sconsiderato delle spese militari. Quelli che sfidandoo un caldo opprimente e una stampa maistream “oscurante”, sabato 23 luglio daranno vita a una giornata nazionale di mobilitazione per la pace.

Nessun baratto tra diritti umani e ombrello militare della Nato: i pacifisti insorgono

Umberto De Giovannangeli

13 Luglio 2022 - 17.08


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C’è chi dice no. Nessun baratto tra diritti umani e ombrello militare della Nato. Sono i pragmatici utopisti del nostro tempo: i pacifisti. Quelli che si battono contro la guerra, contro l’aumento sconsiderato delle spese militari. Quelli che sfidandoo un caldo opprimente e una stampa maistream “oscurante”, sabato 23 luglio daranno vita a una giornata nazionale di mobilitazione per la pace. La pace giusta. Che non ammette baratti vergognosi, come quello realizzato dai leader della Nato nel recente vertice di Madrid. 

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Nessun baratto

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Ad affermarlo con forza e la Rete Italiana Pace e Disarmo. “La Turchia – rimarca in un comunicato Ripd –  dopo aver minacciato di porre il veto sulla richiesta di adesione alla Nato da parte di Svezia e Finlandia, grazie alla mediazione americana e del segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg, ha ottenuto un Memorandum tripartito che in cambio della rinuncia al veto turco impegna i due stati scandinavi a cooperare attivamente con il governo turco contro la minaccia curda, definita da Ankara terrorista, anche fornendo sostegno logistico e armi. 
Il Memorandum d’intesa tra Turchia, Svezia e Finlandia è un tradimento nei confronti del popolo curdo e rappresenta una pagina buia della solidarietà internazionale ed una minaccia ai popoli curdo e yazida. Il lungo braccio dell’autoritarismo di Ankara, grazie alla nuova strategia della Nato, può ora minacciare le vite dei curdi che avevano trovato da più di trent’anni asilo in Svezia e in Finlandia ed estendere le proprie mire espansionistiche in Iraq ed in Siria settentrionali.

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In questa ottica la Turchia è anche favorita da un diffuso sostegno di varia natura da parte degli altri paesi Nato tra cui l’Italia, che ha scelto di considerare il regime di Ankara come alleato privilegiato dal punto di vista della produzione militare. Non a caso il Ministro della Difesa Guerini lo scorso aprile ha dichiarato ufficialmente che l’Italia “vede da sempre nella Turchia un partner strategico sul piano della cooperazione industriale, con cui soddisfare le reciproche esigenze di difesa e con cui condividere opportunità di collaborazione tra le rispettive industrie”, firmando inoltre nei giorni scorsi (nell’ambito dell’incontro tra Draghi ed Erdogan) un “Accordo sulla reciproca protezione delle informazioni classificate nell’industria della Difesa”.


Di fatto, questa nuova strategia Nato ed il Memorandum sottoscritto con Svezia e Finlandia, oltre a prevedere il rimpatrio dei dissidenti politici e militanti curdi, sblocca l’embargo sulle armi e considera azioni “difensive” gli attacchi di Ankara al Rojava e al Kurdistan iracheno. Ciò significa lasciare mano libera alla Turchia per la sua azione militare e repressiva nella Siria del nord tesa ad eliminare le pratiche di resistenza, anche femminista, e di confederalismo democratico che per prime avevano affrontato e sconfitto l’Isis.  Riteniamo il Memorandum una scelta politica sbagliata, pericolosa e preoccupante. Democrazie, come quelle scandinave, che si erano distinte per la promozione dei diritti umani e civili, che avevano accolto perseguitati politici, difeso la pace e sostenuto l’autodeterminazione dei popoli, hanno derubricato la questione curda, il diritto di autodeterminazione e della democrazia in Medio-Oriente a mero regolamento trilaterale tra Stati. 

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Un accordo che qualifica senza esitazioni il Pkk e lo Ypg come associazioni terroristiche, nonostante anche la Corte di Giustizia dell’UE abbia stabilito nel 2018 che il Pkk è stato ingiustamente incluso nella lista dei terroristi dell’UE tra il 2014 e il 2017 e le unità di protezione popolari lo Ypg insieme alle Ypj, la propria componente femminile, abbiamo combattuto e combattano in Siria contro l’Isis respingendo l’assalto a Kobane e  realizzando un esempio di confederalismo democratico e femminista nella regione.  


Nell’esprimere la nostra vicinanza al popolo curdo che lotta per il riconoscimento dei propri diritti, a difesa della democrazia, per la pace e per un’idea di pacifica coesistenza – conclude la nota –  ci appelliamo ai parlamenti di Svezia e Finlandia affinché confermino la loro tradizione in difesa dei dritti umani, della pace e della democrazia, impedendo l’estradizione dei rifugiati politici curdi richiesti da Erdogan”.

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Criminali

 Il crimine non nasce con la guerra in Ucraina e con il do ut des con il Gendarme di Ankara per ottenere il suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Questa è la conclusione di un crimine che inizia a consumarsi tanto tempo prima. Una data? Giugno 2017. 

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Ritrovo nel mio archivio, un pezzo che scrissi in quei giorni. Sembra oggi.  “Un silenzio tombale è calato sui Curdi. Un silenzio di morte. L’Occidente, sempre in cerca di gendarmi, generali, rais, dittatori che presidino, non importa con quali mezzi, le frontiere esterne dell’Europa, ha prima usato e poi scaricato le milizie curde che in Siria come in Iraq hanno combattuto in prima linea gli islamonazisti dell’Isis. Ed ora che in Siraq il “califfato” è stato battuto (ma non cancellato), Washington e le cancellerie europee chiudono gli occhi di fronte all’escalation militare che da due settimane vede impegnate le forze armate della Turchia nelle aree della Siria, quelle di Afrin e Mambij, dove è forte la presenza delle milizie curde siriane dell’Ypg. Asia Abdullah è la leader dei partiti d’opposizione del Rojava, una regione autonoma curda in territorio siriano. Di questa regione fa parte Afrin, oltre a Kobane e al-Qamishli, un territorio che i curdi e i loro alleati hanno liberato dall’Isis ma dove da dodici i giorni sono in corso attacchi da parte di forze di terra e aeree turche che sta provocando numerose vittime tra i civili. Asia Abdullah ha raccolto in un video la testimonianza telefonica resa nei giorni scorsi in Senato: “Qui è in atto un genocidio nell’indifferenza di tutti”’, è la sua denuncia. Non è solo l’ennesima, vergognosa pagina di un tradimento spacciato per realpolitik. La garanzia data da Donald Trump al suo omologo turco, quel Recep Tayyp Erdogan che i parlamentari della minoranza curda turca ha sbattuto in galera, assieme a centinaia di militanti e di attivisti dei diritti umani, di sospendere la fornitura di armi, leggere, ali combattenti delle Ypg, è il sintomo di una paura che unisce autocrati di diversa estrazione: che una utopia possa diventare realtà. Che un percorso di autodeterminazione, intriso di sofferenza, sangue, passaggi tragici, possa finalmente raggiungere un primo, storico obiettivo. Un sogno chiamato libertà. Una libertà che si fa Stato: il Kurdistan. Uno Stato plurale, laico, e per questo vissuto come una minaccia, non solo geopolitica, ancor più grave del “Califfato” islamico, da autocrati e teocrati che imperano nella regione, a cominciare dal “Gendarme di Ankara”, il presidente Erdogan. Nessuno ha mai regalato qualcosa al popolo curdo. Un popolo disperso in più Stati, minoranza nel migliore dei casi mal tollerata e più spesso repressa brutalmente, ieri da Saddam Hussein oggi da Erdogan. Un popolo ancora senza Stato ma con una forte, radicata, identità nazionale. Sono state anzitutto le milizie curde a combattere a Mosul, a Raqqa, come hanno fatto eroicamente a Khobane, contro gli oscurantisti tagliagole al soldo di Abu Bakr al-Baghdadi. E mentre combattono (le donne in prima linea) i curdi costruiscono le fondamenta di una entità statuale o comunque di istituzioni politiche che non discriminano in base all’etnia o alla fede professata. Il loro è un pluralismo reale, nel quale la diversità è vissuta come ricchezza e non come minaccia.  Annota Adriano Sofri, profondo conoscitore della realtà curda: “La Turchia preferisce un Kurdistan formalmente iracheno che ritiene di poter controllare più o meno come un protettorato, specialmente nella sua parte dominata dal Pdk del presidente Barzani (la capitale Erbil e Dohuk). L’indipendenza dall’Iraq, nonostante tutte le assicurazioni del Krg di non voler interferire col destino delle minoranze curde in altri Stati, offrirebbe un esempio contagioso nel sud-est turco, dove si combatte una micidiale guerra civile. Ed è difficile pensare che uno stato curdo indipendente possa tollerare dentro le proprie frontiere le incursioni militari, per cielo e per terra, che l’esercito turco compie regolarmente a caccia del Pkk. Si oppone al referendum anche l’Iran, che a sua volta ha mire ingorde su Kirkuk e sulla sua provincia, in cui sono aperti da tempo focolai di scontri fra milizie sciite e peshmerga. La contrarietà di Baghdad è ovvia e da sempre esplicitamente dichiarata. L’argomento, usuale in questi casi – annota ancora Sofri –  è che il Kurdistan non può decidere da solo e che la sua indipendenza andrebbe caso mai sottoposta al pronunciamento dell’intero Iraq. All’inizio dell’offensiva congiunta per Mosul un patto più o meno definito aveva riconosciuto ai curdi i territori, numerosi, conquistati dai peshmerga dopo l’avanzata dell’Isis nell’estate del 2014; la contropartita tacita, per il primo ministro iracheno Abadi, sarebbe stata la rinuncia curda alla secessione. Ambedue giocavano sull’equivoco, che ora si è sciolto…. Si può immaginare che cosa voglia dire votare per referendum l’indipendenza da Baghdad quando da Ankara si bombarda metodicamente dentro i confini del Krg. E nel Rojava siriano sono state colpite massicciamente le basi e uccisi militanti che tengono la prima fila della guerra all’Isis. Molte sono le guerre che si preparano a succedere alla caduta di Mosul e Raqqa. Alcune hanno fretta e non si rassegnano ad aspettare”.  E i curdi hanno deciso di accelerare. Pagandone il prezzo. “Quello che è chiaro – annota ancora Sofri – è che nel più vasto Medio Oriente ogni potenza regionale si arroga il diritto di attaccare militarmente il suo nemico prediletto senza accettare alcuna limitazione nel diritto internazionale né in calcoli di forze, e tantomeno nel famoso rispetto dei confini ufficiali. Le potenze internazionali fanno lo stesso, senza chiedere permesso lo sbrigativo Putin, in una incresciosa impotenza gli Stati Uniti, non per una maggiore soggezione alla legge ma per la grottesca assenza di scelta politica. “Il tema dell’indipendenza ha ottenuto un enorme risonanza dentro e fuori l’Iraq, e per quanto ci siano divergenze politiche interne, i curdi sono tutti concordi sulla questione dell’autodeterminazione. La volontà dei partiti curdi di livellare le divergenze sembra un chiaro segnale verso il cambiamento e l’indipendenza è diventata una causa comune, non più portata avanti da un solo partito, ma da tutti i curdi congiuntamente”, sottolinea Shoresh Darwish, giornalista e scrittore siriano. “Insomma – aggiunge – la cartina del Kurdistan è quasi completa e la mobilitazione curda non si configura più solo come mero mezzo di pressione sul governo di Baghdad, ma come una realtà capace di aspirare ad un referendum per una causa reale”. E sì che Erdogan aveva pure provato a “comprare” i curdi siriani dagli Stati Uniti e anche un posto al sole nell’assedio di Raqqa. Annota in proposito Alberto Negri, autorevole analista di geopolitica oltreché tra i più seri inviati di guerra che chi scrive ha conosciuto: “Per dimostrare la sua buona volontà ha persino annunciato, mentre il segretario di Stato Usa Rex Tillerson arrivava ad Ankara (31 marzo scorso 2017) , che l’operazione militare turca nel Nord della Siria, “Scudo dell’Eufrate”, era finita. Lanciata nell’agosto scorso nominalmente contro il Califfato, l’operazione aveva dimostrato il vero obiettivo della Turchia: colpire i curdi e allontanare la possibilità che si creasse ai suoi confini un’enclave irredentista, il peggiore incubo strategico di Ankara. Ma gli americani non hanno abboccato: i curdi siriani restano, per il momento, i loro alleati nella lotta all’Isis e nell’assedio di Raqqa, la capitale di al-Baghdadi…”. I curdi, il popolo più grande al mondo senza uno Stato. Repressi ma mai domi. Sono le milizie dell’Ypg ad  essere accorse per prime a difesa dei yazidi sterminati dai nazi-islamisti dell’Isis. Sono loro, i curdi in armi ad essersi opposti per primi all’avanzata del califfato in Iraq e a condurre l’assedio alla “capitale” siriana del Califfato, Raqqa. Nel nord della Siria, l’obiettivo è quello di “creare un sistema sociale autonomo”, come ha detto all’agenzia di stampa curda Firat, Nesrin Abdullah, comandante dell’unità femminile delle Unità di Protezione del Popolo (Ypg), che in questi mesi hanno portato avanti una dura lotta contro il Califfato Eppure, per Erdogan restano il nemico principale, ancor più di Bashar al-Assad. E ciò che spaventa gli autocrati e ai teocrati mediorientali non è la forza militare dei curdi (poca cosa rispetto all’esercito turco, il secondo, dopo quello americano, quanto a dimensioni in ambito Nato) ma la capacità attrattiva del modello politico e istituzionale che propugnano: un Confederalismo democratico che ridefinisca in termini di autonomia (in particolare in Turchia e in Siria) gli Stati centralistici ed etnocentrici. In un Grande Medio Oriente segnato da una deriva integralista o da controrivoluzioni militari, il “modello curdo” va in controtendenza. Perché si ispira all’idea che più spaventa califfi, sultani, teocrati e generali: l’idea della democrazia. Quanto ad Erdogan, il suo obiettivo strategico va oltre la resa dei conti finale con i curdi in Siraq: essere al tavolo, e in prima fila, di una “Jalta mediorientale”: uno dei “dominus”, assieme a Putin, Trump, Macron.  Erdogan sfrutta le debolezze altrui per rafforzare le mire turche. Sa che l’America, al di là dei bellicosi “cinguettiii” di Trump, non intende mostrare i muscoli in Medio Oriente, facendosi garante degli interessi dei due suoi più fedeli alleati nella regione: Israele e Arabia Saudita. Ecco allora il Paese che detiene il secondo esercito della Nato, dopo quello statunitense, comprare sistemi missilistici dalla Russia, stringere un patto con l’Iran (lo “Stato del terrore” nella dottrina Trump sulla sicurezza nazionale),  e garantire protezione al governo sciita di Baghdad contro i disegni indipendentisti nel Kurdistan iracheno. Nel far questo, Erdogan dà sostanza ai disegni imperiali neo-ottomani, partendo proprio dalla Siria, e dal “patto di Sochi” stretto con Putin, oggi per mettere sotto tutela Bashar al-Assad e in un futuro prossimo gestire la sua uscita di scena. Per Mosca, infine,  il via libera all’attacco turco è un modo per svelare l’inconsistenza del bluff americano. Mostrare al mondo che l’alleato scelto da Washington è tranquillamente attaccabileè una grande vittoria russa, ottenuta peraltro senza sparare un solo colpo. L’asse Putin-Erdogan (con l’Iran come terzo partner, ma a “geometria” politica variabile) tiene e dà le carte in Medio Oriente. E’ l’incontro tra due ambizioni imperiali. Il passato che si fa futuro”.

D’allora sono passati cinque anni. Alla Casa Bianca non c’è più il “golpista” Trump ma il “democratico” Biden. A Roma, sia pure un po’ traballante, a Palazzo Chigi c’è l’autorevole Draghi. Il baratto della vergogna porta anche la loro firma.

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