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La Nato scopre l'acqua calda in Afghanistan l'Isis è il vero nemico

L'alleanza atlantica: I talebani devono dimostrare di avere la situazione sotto controllo e non ce l'hanno, non per colpa loro, ma perché è crollato il sistema di sicurezza del Paese".

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Militanti dell'Isis

admin

3 Settembre 2021


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Buon ultima, as usual, la Nato scopre l’acqua calda: il pericolo-Isis “Non sono i talebani a preoccuparci ma l’Isis”. Ad affermarlo è l’Alto rappresentante per la Nato in Afghanistan Stefano Pontecorvo. “I talebani – spiega – devono dimostrare di avere la situazione sotto controllo e non ce l’hanno, non per colpa loro, ma perché è crollato il sistema di sicurezza del Paese”. E chiarisce: “La priorità è dialogare con tutti e riaprire le ambasciate. Non ci sono le necessarie condizioni di sicurezza e l’Isis è una minaccia reale”.

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Tant’è che  lo Stato islamico, nella sua newsletter online citata dalla Bbc, ha annunciato che Abdul-Rahman al-Logari, l’attentatore kamikaze che si è fatto esplodere all’aeroporto di Kabul provocando la morte di circa 200 persone, tra cui 13 militari americani, era fuggito da una prigione dopo l’irruzione dei Taliban che hanno riportato in libertà diversi loro combattenti, oltre, appunto ad esponenti dell’Isis e di al-Qaeda. Secondo la ricostruzione dell’organizzazione terroristica, “dopo che le forze del precedente governo sono fuggite”, l’attentatore e “diversi suoi fratelli” sono scappati dal carcere e “si sono precipitati a raggiungere i loro fratelli” per compiere l’attacco suicida. Dopo la presa di Kabul, i Taliban avevano liberato migliaia di detenuti dalla prigione di Pul-e-Charkhi nella capitale afghana e da diverse altre carceri del Paese.

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La variante K

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“Isis-K  – rimarca Gianluca Di Feo in un documentato report su Repubblica – vuole impedire qualsiasi stabilizzazione dell’Afghanistan. Combatte i talebani come negli scorsi anni ha cercato di aizzare la guerra civile, seminando bombe tra la comunità sciita degli hazara e la minoranza tagika. La sua roccaforte è sul confine pachistano, non lontano da Tora Bora dove Osama Bin Laden riuscì a sfuggire agli americani, con una radicata presenza nella capitale. Gli avanguardisti del Daesh non faticheranno a trovare armi più potenti, rifornendosi negli arsenali abbandonati dall’esercito nazionale, e probabilmente finanziatori stranieri interessati a indebolire i talebani. Con queste nuove energie cercherà di mettere a segno altri colpi clamorosi contro gli occidentali, necessari a propagandare le sue capacità ed arruolare reclute. E farà di tutto per creare cellule armate in Tagikistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan. Lo scenario più terribile è che, sull’onda di Kabul, questa epidemia rivitalizzi le schegge dello Stato Islamico disperse nel Medio Oriente dopo la disfatta di Mosul: l’ultimo comandante militare del Califfato era proprio un tagiko – Gulmurad Khalimov – ucciso nel 2017 dai russi in Siria. Isis-K non è che una delle tante sigle letali in grado di svilupparsi dal focolaio afghano. Nella galassia magmatica del fondamentalismo armato vengono già segnalate altre frange – come il Tehreek-e-Taliban pachistano – che aprono sedi a Kabul, convinte finalmente di avere un oasi dove agire alla luce del sole. Una situazione peggiore a quella anteriore all’11 settembre: gli Stati Uniti non avranno neppure una base nei Paesi vicini, mentre all’epoca potevano almeno contare sulle postazioni in Tagikistan e Kyrgyzstan, che adesso sono tornati al fianco di Mosca. Infiltrare spie sul terreno diventerà difficile, sia per la sfiducia generata dalla ritirata, sia per l’assenza di strutture stabili. La sorveglianza sarà affare di satelliti, droni e intercettazioni. Ossia la rete elettronica che ha fallito nel prevenire la distruzione delle Torri Gemelle: dallo spazio è impossibile distinguere una fattoria afghana da un comando di Al Qaeda, mentre le salve di missili lanciate più volte contro Osama Bin Laden non hanno mai scalfito la sua organizzazione. Lezioni di cui non abbiamo saputo fare tesoro”, conclude Di Feo.

D’altro canto,  anche i servizi americani  non riescono più a negare che Isis abbia ormai il controllo di vaste e popolate aree nella provincia di Nangarhar e che la sicurezza, nella zona, sia particolarmente deteriorata . La strategia dell’Isis in Afghanistan è stata quella di attingere le nuove forze fresche proprio dal movimento talebano

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“Il nemico del mio nemico…”

“In guerra si deve fare quello che devi per ridurre il rischio, non necessariamente quello che vorresti fare”, così il capo di Stato maggiore dell’esercito americano, il generale Mark Milley, ha commentato la cooperazione con i talebani durante le operazioni di evacuazione dall’aeroporto di Kabul. Un accordo nato dalla convenienza più che dalla volontà di fornire le basi per le relazioni future tra i due governi. Ma durante la conferenza stampa del Pentagono, ieri, Milley ha ammesso che “è possibile” che gli Stati Uniti cerchino di coordinarsi per condurre operazioni di anti-terrorismo contro l’Isis-K. Lo Stato islamico della provincia del Khorasan, affiliato dell’Isis in Afghanistan, è un nemico comune a Stati Uniti e talebani e il presidente americano Joe Biden ha più volte sottolineato l’interesse condiviso dai due.

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Il generale dei marines Frank McKenzie, capo del Comando centrale degli Stati Uniti, ha descritto il rapporto degli Stati Uniti con i talebani durante l’evacuazione come “molto pragmatico e professionale”, confermando che hanno contribuito a mettere in sicurezza l’aeroporto. Ma altri rapporti hanno descritto sparatorie e violenze e per impedire agli afghani di attraversare i cancelli.

Una recente inchiesta della Bbc metteva in evidenza come l’adesione allo Stato Islamico fosse divenuta economicamente più appetibile per gli afghani, considerato lo stipendio di 500$ mensili, cui il movimento talebano (in guerra dal 2001) non può sicuramente entrare in concorrenza. Dunque più si indeboliscono i talebani, più si rafforza l’Isis.  E per contrastarne la penetrazione i talebani schierano le loro forze speciali contro Isis. Il loro nome ufficiale è saraqitah “Red Group, Danger Group o Red Cell”. L’Emirato Islamico ha annunciato di aver schierato nell’est del Paese, in particolare tra le province di Laghman e Nangarhar, le sue unità top per dare la caccia ai piccoli gruppi Daesh presenti in zona e consolidare la leadership. Ciò dopo che i miliziani dello Stato Islamico avevano inflitto perdite alla formazione concorrente, conquistando porzioni di territorio. Finora, invece, i commandos jihadisti avevano operato soprattutto nel sud della nazione asiatica, nella guerra contro le forze di sicurezza (ANSF) di Kabul. Perciò, l’Isis – che in passato era definita spregiativamente poco più di una banda di criminali – è stato promosso a nemico numero. Forse anche prima delle forze internazionali e delle istituzioni afghane. Il pericolo di un progressivo sbilanciamento di forze a favore delle bandiere nere era stato denunciato dallo stesso leader Mullah Omar, ora defunto, in una lettera proprio rivolta al (pure lui defunto) Califfo Al-Baghdadi. Nella stessa il Mullah intimava il Califfo di “non cercare di penetrare in Afghanistan” e che la sua azione stava “pericolosamente dividendo il mondo musulmano. Nessuno –  spiega un comandante talebano intervistato dal Guardian  – sa chi sia la figura di riferimento di queste persone in Afghanistan e Pakistan. Semplicemente sono gruppi di una decina di persone che vanno su e giù per le montagne”. Le giovani reclute, sottolinea l’intervistato, e i Talebani sono mondi separati. Entrambi i gruppi puntano all’imposizione della sharia, la legge islamica, ma il Califfato non riconosce Stati né confini nazionali, mentre i Talebani sono nazionalisti che vogliono trasformare il proprio Paese. Sempre secondo il comandante talebano intervistato dal Guardian, ci sarebbe anche una differenza dottrinale. “Quando le persone – afferma  – chiedono ai militanti del Califfato che missione stia compiendo, loro rispondono ‘la vostra fede è debole e noi vogliamo renderla più forte'”. Gli ideologi dell’Isis sarebbero quindi troppo settari e intolleranti per i Talebani. Ed eserciterebbero una violenza cieca e insensata che i ribelli afgani avrebbero da anni respinto. Questi ultimi avrebbero quindi rinnegato la furia distruttrice verso opere d’arte e intere comunità esercitata in passato.  Una guerra nella guerra. Venticinque ottobre 2017:   intensi scontri si susseguono nella provincia settentrionale afghana di Jawzjan fra militanti dei talebani e uomini dell’Isis, con un di almeno 23 morti. Le vittime sono 13 seguaci del ‘Califfo’ e dieci dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Lo scrive oggi l’agenzia di stampa Pajhwok.   La battaglia, simile a quelle che in passato hanno contrapposto i due gruppi nelle province di Nangarhar e Nuristan, si svolge nel distretto di Qush Tepa, come ha confermato all’agenzia il suo capo amministrativo, Aminullah. La stessa fonte ha precisato che “le fazioni si stanno scontrando attualmente nei villaggi di Baiksar e Khanqa, facendo uso di armi sia pesanti che leggere”. Secondo Aminullah i Talebani avrebbero fatto convergere nella zona “almeno 1.000 combattenti provenienti dalle province di Helmand, Ghor, Badghis e Faryab. Mille combattenti armai dai russi. Perché questa è l’altra, significativa novità, sul fronte afghano. In funzione di contenimento della penetrazione dei foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq nelle repubbliche caucasiche ex sovietiche, Mosca ha stretto un’alleanza “sotterranea” con i Talebani. Nel luglio 2017 il giornale inglese Daily Mail”e la Cnn pubblicavano una serie di foto , in cui alcuni talebani venivano ritratti in possesso di armi russe. E ancora lo scorso 22 ottobre 2017 il Guardian riportava l’accusa esplicita fatta dal governo di Kabul contro Mosca, colpevole di continuare a rifornire di armi il movimento talebano. Si parla nello specifico, come era già stato dimostrato dalle foto, di armamenti leggeri e non eccessivamente sofisticati. Insomma mitragliatrici, lanciagranate e al massimo visori notturni per cecchini.  Zamir Kabulov, inviato del presidente Putin in Afghanistan, sintetizza così la nuova politica: i Talebani diventano i nostri alleati contro l’espansione del Daesh in Asia centrale e Caucaso. In cambio, gli concediamo una patente di legittimità politica (ed anche soldi e armi, ma questo Kabulov non può esplicitarlo).

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E anche in Afghanistan vale il patto d’azione Mosca-Teheran. Rispetto agli interessi militari e geopolitici, la religione viene accantonata e così l’Iran sciita si allea, con i Talebani (sunniti), L’obiettivo iraniano è quello di essere della partita afghana, in due modi: in due modi aumentando la sua influenza nelle province occidentali afghane, vicine al suo confine, come Farah e Herat; e sostenendo i talebani, che si oppongono anche alla presenza in Afghanistan degli americani e dello Stato islamico, entrambi nemici dell’Iran. Ora che l’ultimo militare americano ha abbandonato Kabul, la minaccia più seria, anche per Teheran, è rappresentata dall’Isis. Versione in parsi del vecchio assunto “il nemico del mio nemico è mio amico”.

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