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L'Afghanistan ha un nuovo capo: il figlio del mullah Omar

Mentre i talebani continuano ad avanzare parla il Mullah Muhammad Yaqoob, figlio maggiore, poco più che ventenne, del fondatore dei talebani afghani Mullah Omar

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Umberto De Giovannangeli

11 Agosto 2021 - 17.46


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Ormai si sentono vincitori. E da vincitori dettano le loro condizioni.  Mentre i talebani continuano ad avanzare portando a otto i capoluoghi conquistati, parla il Mullah Muhammad Yaqoob, figlio maggiore, poco più che ventenne, del fondatore dei talebani afghani Mullah Omar. In un raro messaggio audio, ha esortato i miliziani a rispettare le case e le proprietà nelle città conquistate, a concentrarsi sulla “linea del fronte e combattere”. I talebani dovrebbero anzi garantire la sicurezza dei residenti, ha detto, aggiungendo che, se il personale dell’esercito nazionale afghano si arrendesse, nessuno sarebbe ferito”.

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“Qualsiasi governo che in Afghanistan conquisti il potere con la forza non sarà riconosciuto dalla comunità internazionale”. È questo l’avvertimento che l’inviato Usa per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ha lanciato ai talebani nell’incontro di Doha, in Qatar, dopo la striscia di conquiste militari da parte degli insorti. Secondo quanto riporta il Guardian, Khalilzad avrebbe riferito agli “studenti coranici” che la ricerca della vittoria sul campo di battaglia non porterà loro alcun vantaggio, ma solamente l’emarginazione da parte della comunità internazionale. Con la caduta di Farah, l’ultimo capoluogo provinciale conquistato dai talebani, ammonta ora a circa il 65% del territorio afghano la porzione del Paese sotto il controllo degli insorti. Un dato confermato da fonti Ue, secondo cui gli insorti «minacciano di conquistare 11 capoluoghi di provincia e privare Kabul del supporto delle forze governative stazionate nel nord», aggiunge la fonte.

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Il segretario alla Difesa Lloyd Austin “ha sostenuto che continueremo ad appoggiare” le forze afghane “dove e quando sarà possibile», perché «non sempre sarà fattibile»” e questo appoggio comprende attacchi aerei e antiterrorismo, ha spiegato il portavoce del Pentagono, John Kirby, ribadendo come secondo Austin «le forze afghane abbiano la capacità di fare una grande differenza sul campo di battaglia». Kirby ha parlato di «molti vantaggi» del governo di Kabul sui Talebani, facendo riferimento agli oltre 300.000 soldati e poliziotti, alla forza aerea, agli equipaggiamenti moderni e alla struttura organizzata delle forze di sicurezza, pur riconoscendo che i combattimenti nel Paese «chiaramente non stanno andando nella giusta direzione» dopo l’avanzata degli insorti in almeno cinque grandi città.

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Intanto il ministero della Difesa di Kabul spiega che l’esercito è impegnato nel tentativo di riconquistare terreno. “Le forze del commando hanno lanciato un’operazione. Alcune aree, compresi gli edifici della televisione e della radio nazionale, sono state riconquistate dai terroristi Talebani”, ha affermato il ministero in una nota. Taj Mohammad, comandante delle forze afghane, ha detto che “i nemici hanno intensificato gli attacchi nella città di Kunduz nelle ultime 24 ore e hanno subito pesanti perdite”. L’emittente Tolo News riferisce di decine di negozi ed edifici che si trovano vicino all’aeroporto di Kunduz e al quartier generale della polizia che hanno preso fuoco nella notte a causa dei combattimenti. Decine di famiglie hanno abbandonato le loro case.

Al di là dei comunicati, la realtà sul campo racconta di un primo ministro, Ashraf Ghani, assediato dalla nuova, violenta ondata di attacchi da parte dei gruppi Taliban che in questo momento impediscono alle istituzioni centrali il controllo di circa l’85% del territorio, dopo la nuova entrata degli uomini col turbante a Kandahar e l’assedio di Herat, città dove era presente fino a poche settimane fa il contingente italiano. Tanto che nei mesi scorsi il governo ha chiesto il sostegno dell’Alleanza del Nord, quei signori della guerra che negli Anni 80 erano riusciti a cacciare gli invasori sovietici e che ancora oggi detengono un importante potere sui territori che si sono spartiti negli anni successivi al conflitto. Una situazione che sembra però sempre più destinata a sfociare in una guerra civile che rischia di far aumentare il già altissimo numero di vittime del conflitto.

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Dopo una guerra di 20 anni

I talebani  hanno  controllato il Paese tra il 1996 e il 2001, fino all’invasione statunitense decisa a seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington dell’11 settembre 2001. Si voleva scovare i vertici di al Qaeda, gruppo ritenuto responsabile al quali i talebani offrivano protezione. In Afghanistan dunque gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra di 20 anni, iniziata proprio con il rovesciamento del regime talebano, nell’ottobre del 2001.

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Nell’ultimo anno, dopo che il governo statunitense aveva annunciato il ritiro delle proprie truppe dal Paese, i talebani sono riusciti a prendere il controllo di circa la metà dei 400 distretti in cui è diviso l’Afghanistan, consolidando la propria presenza soprattutto nelle zone rurali. Ora hanno iniziato a puntare anche alle città: hanno aumentato la pressione su Herat, nell’ovest, su Kandahar, nel sud, e su Mazar-i-Sharif, nel nord, dove fino a non molto tempo fa era impensabile una presenza così forte da parte dei talebani. E hanno iniziato diverse offensive attorno alla provincia di Kabul, la capitale, che si teme possa trovarsi presto assediata dagli insorti con l’obiettivo di costringere il governo afghano alla resa.

Intanto, il portavoce militare dei Taliban, Zabihullah Mujahid, è tornato ad accusa reil governo afghano di “commettere crimini” in varie province del Paese e sostiene che il cosiddetto “Emirato islamico non resterà indifferente davanti ai crimini dell’occupazione e del nemico interno e si opporrà con tutte le sue forze”. Ma diverse organizzazioni internazionali denunciano violenze e soprusi nei confronti della popolazione proprio per mano dei Taliban, con le persone che, improvvisamente, si sono ritrovate nuovamente a dover rispettare le imposizioni oscurantiste del gruppo fondato dal mullah Omar.

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Tragedia umanitaria

In un comunicato ufficiale l’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte di un’imminente crisi umanitaria in Afghanistan, in una fase in cui l’acuirsi del conflitto sta causando maggiori sofferenze tra i civili, costringendo alla fuga un numero sempre più elevato di persone.
Si stima che, soprattutto a causa di violenze e assenza di sicurezza, da gennaio 2021 i nuovi sfollati interni afghani siano 270.000, cifra che porta il numero totale di persone in fuga a oltre 3,5 milioni. Le famiglie costrette ad abbandonare le proprie case nelle ultime settimane hanno detto di essere fuggite principalmente a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza.
Oltre ai combattimenti in corso, i civili in fuga hanno riferito a Unhcr e partner di casi di estorsione per mano di gruppi armati non governativi e della presenza di ordigni esplosivi improvvisati (Ied) lungo le strade principali. Molti hanno segnalato interruzioni all’erogazione di servizi sociali e perdita di reddito dovute a condizioni di sicurezza sempre più instabili.
Il numero di vittime civili è cresciuto del 29 per cento nel primo trimestre di quest’anno rispetto al 2020, secondo i dati in possesso della UN Assistance Mission in Afghanistan. Una crescente proporzione di donne e bambini è stata presa di mira.
Le esigenze di quanti sono stati costretti a fuggire all’improvviso sono pressanti. L’Unhcr e i partner, nell’ambito di una risposta coordinata, stanno prestando assistenza ai nuovi sfollati afghani assicurando alloggi di emergenza, cibo, cure mediche, approvvigionamento idrico, servizi igienico-sanitari e supporto in denaro, nonostante le difficoltà nel raggiungere i gruppi di persone vulnerabili. Il protrarsi del conflitto, la crescita del numero di persone in fuga, l’impatto del Covid-19, le ricorrenti catastrofi naturali, come la siccità, e l’aggravarsi dei livelli di povertà hanno portato al limite la capacità di resilienza del popolo afghano. Circa il 65 per cento della popolazione afghana – all’interno e al di fuori dell’Afghanistan – è composta da bambini e ragazzi.
L’incapacità di raggiungere un accordo di pace e di porre fine alle violenze in corso in Afghanistan provocherà ulteriori esodi tanto all’interno del paese, quanto verso i paesi limitrofi e quelli lontani dalla regione. Iran e Pakistan accolgono quasi il 90 per cento degli afghani in fuga, vale a dire oltre due milioni di rifugiati afghani registrati in totale. Entrambi i paesi hanno garantito ai rifugiati afghani accesso al territorio e protezione, nonché assistenza medica e istruzione attraverso i rispettivi sistemi nazionali. L’ospitalità e le politiche inclusive da essi assicurati, da decenni e generazioni, non devono essere date per scontate.
L’Unhcr  – recita ancora la nota – accoglie con favore i rispettivi impegni dei governi ad assicurare accesso alle procedure di asilo, in un contesto mondiale segnato dalle criticità sanitarie e socioeconomiche derivanti dalla pandemia di Covid-19. L’Agenzia è pronta a rafforzare il sostegno umanitario in tutti i Paesi di accoglienza, nel caso in cui si registrassero arrivi supplementari. In questa fase decisiva, l’Unhcr esorta la comunità internazionale a intensificare il supporto a favore del Governo e del popolo dell’Afghanistan e dei paesi vicini, in uno spirito di solidarietà e di condivisione di responsabilità.
Le risorse umanitarie attualmente disponibili sono drammaticamente scarse. L’appello dell’Unhcr per la situazione in Afghanistan (comprese le operazioni per i rifugiati afghani presenti in Pakistan e in Iran) resta gravemente sottofinanziato, dal momento che è stato coperto solo il 43 per cento dei 337 milioni di dollari richiesti”.

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L’Unicef, dal canto suo, si dice “profondamente preoccupato per l’escalation di violenze contro bambini” nel paese. In una nota denuncia l’indignazione e la violenza “per la notizia di un ragazzo di 12 anni del distretto di Shirin Tagab, nel villaggio di Kohsayyad nella provincia di Faryab, che ha subito una brutale fustigazione da parte di un membro di un elemento antigovernativo. Il bambino – aggiunge – ha subito ferite alla schiena, alle gambe e ai piedi, ed è traumatizzato dal feroce attacco.

Fallimento annunciato

Nei primi anni duemila quasi tutti i pachistani e gli afghani che stimo erano convinti che gli Stati Uniti avrebbero fallito. I diplomatici, i militari e i giornalisti occidentali tuttavia erano convinti che il sostegno militare ed economico dell’occidente avrebbe aiutato Washington a rendere l’Afghanistan una democrazia moderna. L’Unione Sovietica a Kabul aveva brutalmente cercato di modernizzare e centralizzare un paese con molte comunità linguistiche ed etniche povere che vivevano in aree remote. Perché gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere successo dove i comunisti avevano fallito? Come avrebbero potuto i loro alleati, tra i quali ci sono sempre stati alcuni degli uomini più malvagi e corrotti dell’Afghanistan, contribuire a costruire la democrazia e proteggere i diritti delle donne? 

Quello che mi colpì allora fu il fatto che poche persone ponevano queste domande a chi voleva riformare lo stato. Le rare voci afgane che si sentivano provenivano quasi tutte da un’élite che si sforzava di prendere il posto dei Taliban. I giornalisti afghani, che oggi sono numerosi, erano sconosciuti. Ce n’erano alcuni bravi a Peshawar. Ma la loro convinzione che gli Stati Uniti non avevano altra scelta se non quella di negoziare con i taliban non veniva ascoltata. Quando scrivevo per i periodici statunitensi mi sentivo sollecitato a non discostarmi troppo dal consenso nazionale (a cui all’inizio aderirono anche riviste di sinistra come The Nation) a favore dell’invasione dell’Afghanistan. 

È per questo che quella guerra appare oggi, più di tutto, un enorme disastro culturale, un fallimento nel riconoscere una realtà complessa. Un fallimento che ha prodotto tutti gli altri fallimenti – diplomatici, militari e politici – tanto in Iraq quanto in Afghanistan. Probabilmente è troppo ottimista immaginare che questi disastri, il cui prezzo è stato spaventoso, avrebbero potuto essere evitati da opinioni meno conformiste e da un’apertura alle ragioni di chi era contrario, compresi gli afgani. Tuttavia si può trarre una lezione dalla sconfitta degli Stati Uniti: la diversità intellettuale, spesso presentata come un imperativo morale, è anche una necessità pratica. Specialmente se in futuro gli Stati Uniti vorranno evitare errori peggiori nella loro politica estera”.

Le considerazioni dello scrittore Pankaj Mishra,  che sono parte di un lungo e “profetico” articolo meritoriamente pubblicato da Internazionale (traduzione di Federico Ferrone), riassumono perfettamente il fallimento dell’Occidente in Afghanistan. Un fallimento annunciato durato vent’anni e costato centinaia di migliaia di morti. 

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