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Così i talebani stanno tornando a regnare in Afghanistan

Gli occidentali hanno spacciato una fuga per un “ritiro”, lasciando campo aperto ai Taliban. E ora hanno anche la sfrontatezza di lanciare appelli al cessate-il-fuoco

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Umberto De Giovannangeli

5 Agosto 2021 - 16.40


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Hanno spacciato una fuga per un “ritiro”, lasciando campo aperto ai Taliban. E ora hanno anche la sfrontatezza di lanciare appelli al cessate-il-fuoco

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Afghanistan, fuga vergognosa

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L’Unione europea “chiede un cessate il fuoco urgente, totale e permanente per dare una possibilità alla pace” in Afghanistan e condanna la forte escalation di violenza in tutto il Paese causata dall’intensificarsi degli attacchi dei talebani”. Si legge in una nota congiunta dell’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, e del commissario europeo alla gestione delle crisi, Janez Lenarcic. In particolare nella dichiarazione vengono condannati l’attacco armato all’ufficio della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) nella provincia di Herat, l’attentato e i successivi combattimenti a Lashkar Gah, “che hanno causato almeno 40 vittime civili, e l’ultimo attacco contro la residenza di Kabul del ministro della Difesa Bismillah Mohammadi, che ha provocato la morte di otto persone e il ferimento di almeno 20”. “Questa violenza insensata sta infliggendo immense sofferenze agli afghani e sta aumentando il numero di sfollati interni. L’offensiva militare dei talebani è in diretta contraddizione con il loro impegno dichiarato per una soluzione negoziata del conflitto e del processo di pace di Doha”, affermano Borrell e Lenarcic. “Le violazioni dei principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani continuano a scuotere il Paese, in particolare nelle aree controllate dai talebani, come le uccisioni arbitrarie ed extragiudiziali di civili, la fustigazione pubblica di donne e la distruzione delle infrastrutture. Alcuni di questi atti – si evidenzia – potrebbero costituire crimini di guerra e dovranno essere indagati. Quei combattenti o comandanti talebani responsabili devono essere” assicurati alla giustizia.

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L’offensiva continua

 Non si ferma l’offensiva talebana in Afghanistan, dopo il ritiro definitivo delle truppe Usa, avvenuto il 1° maggio. Kabul è teatro di violenze sanguinose. I talebani hanno rivendicato uno dei due attacchi di ieri, quello contro la residenza del ministro della difesa, Bismillah Mohammadi. Un kamikaze si è lanciato con un’autobomba, almeno 8 persone sono morte e 4 sono rimaste ferite, ma il ministro è rimasto illeso.  Il ministero dell’Interno, tramite un portavoce, ha dichiarato che il bilancio delle vittime potrebbe aumentare. I talebani hanno rivendicato l’attentato tramite il portavoce Zabihullah Mujahid, sottolineando che l’azione è da considerarsi una rappresaglia per i recenti attacchi da parte delle forze afghane in varie province, che hanno causato vittime civili e sfollati e minacciano un’escalation di attacchi. Nel mirino talebano c’è la ‘green zone’, quella nel centro della capitale afghana che ospita gli edifici governativi, tra cui il palazzo presidenziale, le ambasciate e le sedi delle agenzie umanitarie. Testimoni riferiscono ad Al Jazeera che i terroristi entrano nelle case, in ristoranti e caffè e di scontri con le forze di sicurezza. E stamane sempre a Kabul, un altro ordigno è esploso in strada vicino al Ministero dei martiri e dei disabili, facendo tre feriti.  Ma il vero obiettivo talebano è il Sud del paese, dove hanno conquistato nove dei 10 distretti del capoluogo provinciale di Helmand, Lashkar Gah. Lo rendono noto residenti e funzionari. Le forze governative di Kabul hanno condotto attacchi aerei, sostenute dagli Usa, nel tentativo di difendere la città. C’è il rischio che Lashkar Gah cadi del tutto in mano agli estremisti islamici e sarebbe il primo capoluogo provinciale sotto il loro controllo da anni. Il comandante dell’esercito nell’Helmand, generale Sami Sadat, in un messaggio audio condiviso con i giornalisti ha chiesto alla popolazione che vive nelle zone prese dai talebani di fuggire immediatamente. E arrivano notizie anche di soldati giustiziati, agenti di polizia e civili che avevano legami con il governo di Kabul. A denunciarlo Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato ieri sera a New York. Secondo testimonianze di residenti, i talebani hanno chiesto ad ex agenti di polizia ed ex soldati di registrarsi nell’organizzazione in cambio di un documento che ne garantiva la sicurezza, ma successivamente hanno detenuto alcune di queste persone e le hanno giustiziate sommariamente. “L’esecuzione sommaria di chiunque sia in custodia, sia un civile che un combattente, è una grave violazione delle convenzioni di Ginevra ed un crimine di guerra”, ha commentato Patricia Gossman, direttrice per l’Asia di Human Rights Watch: “I comandanti talebani che sovrintendono a tali atrocità sono anche responsabili di crimini di guerra”.  Secondo un giornalista di Malistan, i talebani hanno ucciso almeno 19 membri delle forze di sicurezza afgane in loro custodia ed hanno bruciato l’abitazione di Abdul Hakim Shujoyi, un ex comandante della milizia che aveva lavorato con le forze statunitensi. Inoltre, Hrw ha ottenuto una lista con i nomi di 44 uomini provenienti dalla città di Spin Boldak nella provincia di Kandahar, che sarebbero stati uccisi dai talebani dal 16 luglio.  

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L’Unicef si dice “profondamente preoccupato per l’escalation di violenze contro bambini” nel paese. In una nota denuncia l’indignazione e la violenza “per la notizia di un ragazzo di 12 anni del distretto di Shirin Tagab, nel villaggio di Kohsayyad nella provincia di Faryab, che ha subito una brutale fustigazione da parte di un membro di un elemento antigovernativo. Il bambino – aggiunge – ha subito ferite alla schiena, alle gambe e ai piedi, ed è traumatizzato dal feroce attacco. Gli Stati Uniti condannano gli attacchi e parlano “senza ambiguità” di attentati “di marchio talebano”, ha commentato il portavoce del dipartimento di Stato. 

Le esplosioni a Kabul sono l’ultimo episodio di una spirale di violenza che ha colpito l’Afghanistan negli ultimi mesi per l’offensiva dei talebani, che hanno ampliato le loro conquiste ad oltre metà del territorio nazionale dopo il ritiro delle forze internazionali. Nelle ultime 24 ore, almeno 40 civili sono morti e altri 118 sono rimasti feriti nei combattimenti tra gli insorti e forze afgane nella città assediata di Lashkar Gah, nel sud del paese. L’esercito ha chiesto alla popolazione di lasciare la città per poter lanciare la controffensiva militare contro i talebani.  Il ministero degli Esteri turco ha definito gli Stati Uniti “irresponsabili” dopo che l’amministrazione Biden ha annunciato che amplierà gli sforzi per assistere i cittadini afghani a rischio facendoli ospitare in un Paese terzo prima di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato. Secondo il portavoce del ministero, Tanju Bilgic, la dichiarazione degli Stati Uniti aveva suggerito la Turchia come luogo per presentare domanda di asilo, ‘senza consultazione’ del Paese. Il portavoce ha affermato che la Turchia non ha la capacità di sostenere un’altra crisi migratoria. ‘Gli Stati Uniti possono trasportare direttamente queste persone in aereo. La Turchia non si assumerà le responsabilità internazionali dei Paesi terzi, ha detto Bilgic e ha aggiunto che la Turchia non permetterà che le sue leggi vengano abusate da altri Paesi. Ha sottolineato che l’annuncio degli Stati Uniti scatenerà una grave crisi di rifugiati. Il ministero della Cultura e dell’Informazione dell’Afghanistan ha reso noto che da quando è ripartita l’offensiva dei talebani nel Paese a maggio, 51 organi di stampa sono stati costretti a chiudere e due giornalisti sono stati uccisi. A rendere noto il dato l’organizzazione Data by Nai, attiva in Afghanistan, che specifica che hanno smesso di lavorare 5 canali tv, 44 stazioni radio e due agenzie, mentre 1.000 giornalisti hanno perso il lavoro. Negli ultimi giorni è stata particolarmente drammatica la situazione nella provincia di Helmand, dove 16 organi di stampa, tra cui un canale Tv, sono stati presi d’assalto dagli estremisti e costretti a chiudere, mentre 6 di questi sono sotto controllo talebano.Oltre ad Helmand, la situazione è drammatica nelle province di Kandahar, Badakhshan, Takhar, Baghlan, Samangan, Balkh, Sar-e-Pul, Jawzjan, Faryab, Nuristan e Badghis. 

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Al cuore di Kabul

L’offensiva militare degli Studenti coranici è riuscita a penetrare fino ai vertici del moribondo governo centrale di Kabul, la cui sopravvivenza oggi appare ancora più in discussione. L’altro ieri Ieri sera un’autobomba guidata da un combattente kamikaze si è fatta esplodere nei pressi della residenza del ministro della Difesa, Bismillah Mohammadi, con un commando armato che ha poi fatto irruzione in un edificio adiacente provocando uno scontro a fuoco con gli agenti della sicurezza a protezione dell’abitazione. Un’azione che ha provocato un bilancio sanguinoso di almeno 8 morti, tra i quali una donna, e 20 feriti, oltre a dimostrare la precarietà dell’esecutivo di Ashraf Ghani, ormai assediato dal sopravanzare delle truppe talebane in tutto lo Stato, dopo l’avvio del ritiro dei militari stranieri. A confermare l’attacco è arrivato anche il ministero degli Interni che, però, rassicura sul fatto che il titolare della Difesa e la sua famiglia non hanno subito conseguenze.

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 Gli uomini armati, secondo la ricostruzione, sono anche entrati nell’abitazione del parlamentare Mohammad Azim Mohseni che però non era in casa al momento dell’attacco. Se quindi l’offensiva non ha colpito direttamente alcun membro del governo di Kabul o del Parlamento, resta il duro colpo inflitto alle prospettive di sopravvivenza di un esecutivo che, nonostante il ritiro, rimane uno stretto alleato degli Stati Uniti e dei Paesi della coalizione, tra cui l’Italia, che per bocca dei loro rappresentanti hanno più volte assicurato sostegno anche dopo il ritiro delle truppe. 

La realtà racconta però di un Ghani assediato dalla nuova, violenta ondata di attacchi da parte dei gruppi Taliban che in questo momento impediscono alle istituzioni centrali il controllo di circa l’85% del territorio, dopo la nuova entrata degli uomini col turbante a Kandahar e l’assedio di Herat, città dove era presente fino a poche settimane fa il contingente italiano. Tanto che nei mesi scorsi il governo ha chiesto il sostegno dell’Alleanza del Nord, quei signori della guerra che negli Anni 80 erano riusciti a cacciare gli invasori sovietici e che ancora oggi detengono un importante potere sui territori che si sono spartiti negli anni successivi al conflitto. Una situazione che sembra però sempre più destinata a sfociare in una guerra civile che rischia di far aumentare il già altissimo numero di vittime del conflitto.

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I Taliban, nella loro rivendicazione diffusa dal loro portavoce militare, Zabihullah Mujahid, sostengono infatti che quest’ultimo attacco sia solo l’inizio di quella che viene descritta come una rappresaglia del movimento contro funzionari del governo. L’attacco viene descritto come un’operazione di “martirio”, che ha “inflitto grandi perdite al nemico” e che è stato sferrato mentre nella residenza del ministro della Difesa “era in corso una riunione importante”. “Questo attacco – aggiunge il portavoce – è l’inizio di una serie di operazioni di rappresaglia contro figure chiave dell’amministrazione di Kabul che ordinano attacchi contro i civili in varie zone del Paese, bombardamenti contro strutture pubbliche e che costringono ogni giorno le persone a fuggire dalle proprie case”. Mujahid accusa il governo afghano di “commettere crimini” in varie province del Paese e sostiene che il cosiddetto “Emirato islamico non resterà indifferente davanti ai crimini dell’occupazione e del nemico interno e si opporrà con tutte le sue forze”. Ma diverse organizzazioni internazionali denunciano violenze e soprusi nei confronti della popolazione proprio per mano dei Taliban, con le persone che, improvvisamente, si sono ritrovate nuovamente a dover rispettare le imposizioni oscurantiste del gruppo fondato dal mullah Omar.

E l’Occidente in fuga porta con sé una duplice responsabilità: aver iniziato la guerra, vent’anni fa, e oggi di aver lasciato campo libero ai propugnatori della dittatura della sharia. 

 

 

 

 

 

 

 

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