Bengasi, quei pescatori liberati grazie ai nostri 007 e al "pizzo del gambero rosso"

Quello che l’uomo forte della Cirenaica voleva dall’Italia non erano né denaro né armi, ne ha in abbondanza, ma un riconoscimento politico. Ed  è quello che Conte e Di Maio, gli hanno regalato

I pescatori di Mazara del Vallo sequestrati a Bengasi

I pescatori di Mazara del Vallo sequestrati a Bengasi

Umberto De Giovannangeli 17 dicembre 2020

Gioiscono e a ragione i famigliari dei 18 pescatori finalmente liberi. Potranno passare, sia pure in tempi di Covid, un Natale sereno. Ma il Governo italiano non ha proprio nulla da festeggiare. E non solo perché ci sono voluti oltre 100 giorni per ottenere dal generale Khalifa Haftar la liberazione dei 18 sequestrati. Non c’è da festeggiare e neanche fregiarsi di medaglie immeritate, vero ministro di Maio? Perché ciò che l’uomo forte della Cirenaica voleva dall’Italia non erano né denaro né armi, ne ha in abbondanza, ma un riconoscimento politico. Ed  è quello che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, gli hanno regalato, volando a Bengasi per celebrare la liberazione dei pescatori.

Un riconoscimento politico che, come ha più volte scritto Globalist, non ha mai avuto come oggetto la liberazione dei “calciatori”-scafisti condannati dai tribunali italiani per gravi reati di traffico di esseri umani e procurata strage. Il riconoscimento riguarda un diritto che i libici rivendicano su acque internazionali che non gli appartengono. E’ il “pizzo del gambero rosso” quello che l’Italia ha pagato. E di questo non c’è nulla, ma proprio nulla, di che rallegrarsi.


E se un merito va attribuito, per la lunga trattativa che ha portato alla liberazione dei 18 sequestratI, questo va alla nostra intelligence che ha lavorato sul campo a strettissimo contatto con il nostro corpo diplomatico in Libia, a cominciare dall’ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi.


Il “pizzo del gambero rosso”.


Finalmente liberi. Dopo più di 100 giorni bloccati in Libia. Era il primo settembre scorso quando due pescherecci italiani, di base al porto di Mazara del Vallo, venivano sequestrati al largo della Libia, a 35 miglia da Bengasi, dalle forze al comando del generale Khalifa Haftar. Tra i 18 membri dell'equipaggio, otto italiani. L'accusa? Si è fatto riferimento a una presunta violazione della "zona militare" dichiarata dal fronte Haftar nel tratto di mare in cui sono stati bloccati i marittimi.


"I nostri pescatori sono liberi – annuncia con un post su Faceboook Maio, dopo le notizie sulla missione a Bengasi con il premier Giuseppe Conte - Fra poche ore potranno riabbracciare le proprie famiglie e i propri cari". Il titolare della Farnesina dice "grazie all'Aise (la nostra intelligence esterna) e a tutto il corpo diplomatico che hanno lavorato per riportarli a casa".


"Un abbraccio a tutta la comunità di Mazara del Vallo - scrive ancora - Il Governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. E' ciò che io e il presidente Giuseppe Conte abbiamo ribadito oggi stesso ad Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi. Viva l'Italia".


Il fermo dei marittimi era avvenuto, secondo alcuni non a caso, all'indomani di una visita in Libia del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che diversamente da altre volte, si era recato solo a Tripoli e non anche a Bengasi per incontrare Haftar. Circostanza questa che aveva fatto pensare a una sorta di 'ricatto' all'Italia.


A metà ottobre il direttore del Dipartimento della guida morale dell'autoproclamato Esercito libico (Lna), Khaled Al-Mahjoub, accusava i pescatori di aver "sconfinato nelle acque territoriali libiche".


La loro storia si è intrecciata con quella di quattro giovani libici partiti nel 2015 da Bengasi con il sogno del mondo del pallone e condannati in Italia come assassini e trafficanti di migranti. Sui loro casi si attende la Cassazione. Era stato per primo un sito libico a mettere in relazione le vicende dei quattro giovani con quella dei marittimi.


Per settimane i familiari dei pescatori hanno portato avanti un sit-in davanti a Montecitorio. "Non ho dimenticato i nostri pescatori che sono in Libia, ce la stiamo mettendo tutta e continueremo a lavorare", diceva ieri nel corso di una diretta Facebook il ministro degli Esteri, parlando di un "grande lavoro di mediazione".


"Sappiamo che quello dei pescatori italiani è un problema umanitario e vorremmo vederli tornare a casa molto presto", aveva detto a inizio mese, al Forum Med, il vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig, parlando al contempo di "questioni legali" da risolvere e rilanciando l'accusa di ingresso "illegale" nelle acque libiche. "Sono sicuro - aggiungeva - che questi problemi saranno risolti molto presto dalle due parti".


Da anni la Farnesina sconsiglia di pescare nelle acque dove si è verificato il sequestro di pescherecci. "La Libia ha dichiarato nel 2005 una zona di protezione della pesca su un'area di mare estesa fino a 74 miglia dalla propria costa e dalla linea che chiude idealmente il golfo della Sirte - si legge sul sito viaggiaresicuri.it - In conseguenza di tale atto le autorità libiche applicano in maniera rigida misure sanzionatorie nei confronti delle imbarcazioni straniere impegnate in attività di pesca in detta area di mare che si concretizzano, frequentemente, nell'intercettazione, sequestro e detenzione dei pescherecci stranieri e dei loro equipaggi da parte delle autorità libiche e delle milizie locali. Sono state parimenti applicate consistenti sanzioni pecuniarie, oltre a provvedimenti di confisca delle imbarcazioni, delle attrezzature di pesca e dell'eventuale pescato".


La polemica politica


"Oggi sono 108 giorni dal sequestro, con comodo...". Parte all'attacco  il leader della Lega, Matteo Salvini insieme a Giorgia Meloni"E' una giornata umanamente felice per noi e per Fratelli d'Italia, abbiamo imparato a conoscere mogli, madri e figli dei pescatori a lungo con una tenda di solidarietà davanti a Montecitorio alla quale il presidente del Consiglio non ha mai pensato di passare a portare un saluto e una parola di confronto. Sono contenta, ma non la considero una vittoria della diplomazia italiana e della politica italiana, perché 108 giorni per liberare 18 pescatori perfettamente innocenti che pescano in acque contestate sul piano del diritto internazionale, sono un'enormità".  "Sono felice per la liberazione dei 18 pescatori sequestrati in Libia. È una felicità doppia: da "figlio" di Mazara del Vallo e come membro di un Governo che, fin dal primo momento, non ha mai smesso di lavorare a testa bassa per ottenere questo risultato. Ringrazio il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che hanno reso possibile il ritorno dei pescatori dai loro cari. Ai familiari dei pescatori va il mio abbraccio più grande!". Lo scrive in un post su Facebook Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia e capo delegazione de 5 Stelle al governo. "I pescatori di Mazara del Vallo tornano a casa, vi aspettiamo! Oggi è un giorno felice per l'Italia". Così su twitter il segretario Pd Nicola Zingaretti.  "Una bellissima notizia per il nostro Paese: i pescatori di Mazara del Vallo tornano in Italia dalle loro famiglie. Grazie a tutte le istituzioni che con un lavoro costante e silenzioso hanno contribuito alla loro liberazione". Lo afferma il presidente della Camera Roberto Fico.


Sì, è un giorno di festa che non merita di essere buttato in “caciara” politica.


Ma gioire non significa porre questioni scomode all’attenzione di chi ha responsabilità politiche e di governo. Detto del lavoro decisivo dei nostri 007, restano diversi interrogativi a cui dare risposta: E’ stato pagato un riscatto? Sono stati coinvolti Paesi che sostengono, più o meno direttamente, Haftar, vale a dire l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Russia e la Francia? E visto che in questi frangenti nessuno fa niente per niente, cosa abbiamo dovuto concedere? Ad Haftar di certo un riconoscimento politico che non farà piacere al suo rivale di Tripoli, quel Fayez al-Sarraj che guida il Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Italia. E’ indicativo, a tal proposito, il silenzio di Tripoli sul viaggio di Conte e Di Maio a Bengasi. Un silenzio pesante, che viene rotto con Globalist da una fonte molto vicina ad al-Sarraj: “Va bene la liberazione, ma il fatto che sia il Primo ministro italiano che il ministro degli Esteri si siano precipitati a Tripoli è un riconoscimento politico che Haftar farà pesare su più tavoli. E questo non aiuta la stabilizzazione della Libia”.