Libia, quel sequestro infinito dei pescatori mentre l'Italia è sotto scacco

A Mazara del Vallo da 91 giorni ci sono diciotto famiglie in attesa. Il tempo sembra sospeso da quando i pescherecci  Medinea e Antartide sono stati sequestrati e portati a Bengasi con gli equipaggi

Il generale Haftar

Il generale Haftar

Umberto De Giovannangeli 5 dicembre 2020

Un silenzio che dura da oltre tre settimane. Un silenzio pesante, gravido di preoccupazione. L'ultimo contatto lo scorso 11 novembre, a 72 giorni dal sequestro. Una telefonata con gli otto marittimi italiani dell'Antartide e del Medinea, i due pescherecci di Mazara del Vallo (Trapani), bloccati dallo scorso primo settembre in Libia, dopo essere stati fermati dalle milizie del generale Haftar.

"Da allora è passato quasi un altro mese ed è di nuovo calato il silenzio assoluto", dice all'Adnkronos Marco Marrone, armatore del Medinea. Il premier Giuseppe Conte, in un'intervista a Repubblica, ribadisce l'impegno del Governo nelle trattative: "Stiamo lavorando intensamente, notte e giorno, a tutti i livelli".


"Noi siamo all'oscuro di tutto, non ci danno nessuna notizia", dice adesso Marrone, che non nasconde lo "sconforto".  "Ci siamo sempre fidati delle parole del presidente del Consiglio, del ministro degli Esteri e dell'Unità di crisi, ma con il passare dei giorni è normale che subentri un po' di sconforto". La speranza è che i 18 marittimi possano tornare presto a casa.


"Dopo oltre 90 giorni l'auspicio è che la liberazione sia imminente. Sarebbe bello ricevere questo regalo per Natale".  La telefonata dello scorso 11 novembre Marrone la ricorda bene. La voce di Pietro, il comandante del suo peschereccio, che rassicurava la famiglia sulle proprie condizioni di salute, ma al tempo stesso chiedeva aiuto. "'Stiamo impazzendo, fateci uscire da qui', ci ha detto".  Dopo quel contatto telefonico l'incontro con il ministro Di Maio. "Ci ha rassicurato, ci ha spiegato che avevano trovato un nuovo canale, che poteva essere la volta buona - ricorda Marrone -. Da allora non l'abbiamo più sentito, siamo in contatto con l'Unità di crisi, ma continuano a ripeterci sempre le stesse cose 'state tranquilli, stiamo lavorando, le trattative sono delicate'". Per 55 giorni le famiglie dei 18 marittimi hanno protestato a Montecitorio. Incatenati per chiedere attenzione. "Il ministro Bonafede mi è stato molto vicino - ricorda adesso Marrone -. Mi piacerebbe ricevere la stessa vicinanza umana e personale dal ministro Di Maio e dal premier Conte, sarebbe bellissimo ricevere una loro telefonata, sentire il conforto da parte del Governo nazionale".  


Ma il telefono resta muto.


Sequestro infinito


Solo una cosa è certa: Mazara del Vallo da 91 giorni ci sono diciotto famiglie in attesa. Il tempo sembra sospeso da quando, la notte tra l'1 e il 2 settembre, i pescherecci  Medinea e Antartide sono stati sequestrati e portati a Bengasi con a bordo i loro equipaggi. Fermati a 40 miglia dalle coste africane dalle milizie del generale Haftar, che in Libia controlla una parte del territorio, prima di essere trasferiti in carcere con l'accusa di aver invaso le acque territoriali libiche. Nella città della provincia di Trapani, in cui ogni famiglia ha almeno un parente pescatore, ci sono madri che aspettano i propri figli e mogli che sperano in un rientro a casa dei propri mariti. Almeno per le festività natalizie. In attesa che qualcuno dia delle buone notizie, hanno deciso di occupare pacificamente l'aula consiliare del comune. Sono stanchi e si sentono abbandonati. Le giornate trascorrono tutte uguali, sperando in una svolta diplomatica che permetta ai loro cari di tornare a casa e trascorrere il Natale in famiglia. "La speranza è l'ultima a morire, ma chiediamo aiuto al Governo. Che il presidente Conte e il ministro Di Maio ascoltino le nostre parole" dice con rabbia la signora Rosetta Incargiola, 74 anni, che da quando suo figlio Pietro Marrone è stato arrestato, occupa l'aula consiliare.


La posta in gioco


Scrive su Avvenire Nello Scavo, il giornalista che più e meglio di tanti altri conosce e racconta da tempo il “caos libico”:” È una storia di gambero rosso e di oro nero. Di ostaggi usati come bottino da mettere all’asta in una partita a poker con troppi giocatori. Dal generale Haftar che cerca un appiglio per non finire definitivamente scaricato dai protettori russo-egiziani, alla Francia che può incassare la gratitudine dell’Italia dopo anni di contrapposizione in terra libica. Da oltre novanta giorni 18 pescatori siciliani sono prigionieri del signore della guerra Khalifa Haftar. E nel negoziato, non sapendo più a che santo votarsi, anche la diplomazia maltese si offre per dare una mano e trovare una soluzione entro Natale. La mediazione è difficile. Ad ogni apparente punto di svolta sembra che i negoziatori debbano ricominciare daccapo. Il generale ribelle, che dopo aver fallito l’assalto a Tripoli sta tentando di riguadagnare peso, sta giocando la carta dello scambio di prigionieri, assicurando di voler riportare a Bengasi quattro libici arrestati in Sicilia cinque anni fa, condannati a 30 anni ciascuno in primo e in secondo grado a Catania per la morte in mare di 49 migranti nel 2015. Uno scambio impraticabile per l’Italia. All’inizio sembrava solo un modo per alzare il prezzo del rilascio, ma ora lo stesso Haftar è ostaggio delle sue promesse alla popolazione. Il governo di Tripoli – rimarca Scavo - ne approfitta per regolare i conti con Roma, accusata di aver scelto la politica del piede in due scarpe: le trattative riservate con le milizie e i trafficanti fedeli a Tripoli, intanto cercando con Haftar il dialogo sui pozzi petroliferi; l’inutile e costoso vertice di Palermo nel 2018 e le missioni navali che non contrastano per davvero il traffico di armi destinate ad Haftar e non proteggono neanche i pescatori siciliani. Non è un caso che a perorare la causa di un plateale scambio di prigionieri, certo più imbarazzante di un qualsiasi segreto pagamento in denaro o di concessioni politiche da non sbandierare, sia proprio il vicepresidente del consiglio presidenziale di Tripoli, Ahmed Maitig. «Credo la direzione sia quella dello scambio con i calciatori libici condannati al carcere in Italia», ha dichiarato al Corriere della Sera. La polizia di Haftar, dopo avere minacciato l’incriminazione per traffico di droga a danno dei pescatori, al momento sembra avere desistito. In gioco c’è altro. L’Italia, ha ricordato Maitig ai negoziatori di Roma, conserva un vantaggio nel giocare da mediatore nel dialogo multilaterale tra Egitto, Turchia, Grecia e Libia. Un “dialogo”, viene fatto notare anche da fonti diplomatiche maltesi, ‘che può essere decisivo per la spartizione, l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti nel Mediterraneo”.


Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, continua a lavorare “sotto traccia”, e come lui l’Unità di crisi della Farnesina, e sul campo, i nostri 007. Dalla Farnesina si predica il silenzio e fonti diplomatiche che ben conoscono il dossier libico dicono a Globalist che “si sta lavorando per riportare a casa i nostri connazionali entro Natale”, ma per il generale Haftar e i suoi sponsor esterni, in primis l’Egitto di al-Sisi, non è questioni di soldi, di un sostanzioso riscatto. La partita è politica e investe gli equilibri di potere nella “nuova Libia”.  Sulla “scacchiera” libica, i marinai di Mazara del Vallo sono “pedoni” che Haftar intende usare per dare scacco matto all’Italia.