Basta vendere armi a Erdogan: la richiesta dei pacifisti, le promesse non mantenute di Di Maio

Da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di ‘armi e munizioni’. E questo nonostante aver assicurato il blocco delle vendite

Erdogan, Conte e Di Maio

Erdogan, Conte e Di Maio

Umberto De Giovannangeli 22 ottobre 2020

L’Italia non armi il “Sultano” Erdogan, come ha fatto col “Faraone” al-Sisi.  A chiederlo è la Rete Italiana Pace e Disarmo.


“Nei giorni scorsi notizie di stampa – afferma l’organizzazione pacifista in un comunicato - hanno riportato la richiesta del Ministro degli esteri greco ad Italia, Francia, Spagna, Germania per un’iniziativa di embargo sulla vendita di armi alla Turchia. Una richiesta che trae le sue motivazioni dalle tensioni tra i due Paesi, entrambi alleati Nato, sul Mar Egeo e in generale dalla politica di proiezione militare messa in atto da Ankara negli ultimi tempi. La Rete Italiana Pace e Disarmo, pur non volendo entrare nello specifico del contenzioso tra i due Paesi, rilancia in questo contesto la richiesta di blocco completo del flusso di armamenti verso la Turchia e il regime di Erdogan. 


Armi a un guerrafondaio


L’evidente autoritarismo del governo turco, le gravi violazioni dei diritti umani e le ingerenze dirette in vari conflitti (Libia, Nagorno Karabakh) e indirette su tutto lo scacchiere geo-strategico del Mediterraneo giustificano una tale richiesta sia secondo i dettati delle norme nazionali ed internazionali sia secondo valutazioni di carattere politico. La nostra Rete pone questo problema in particolare dall’ottobre 2019, quando la Turchia ha deciso di intervenire militarmente nel Kurdistan siriano. L’attenzione di media e politica verso tali ostilità ci avevano permesso di sottolineare la grande rilevanza della Turchia come cliente dell’industria bellica italiana e avevano portato il Ministro gli Esteri di Maio ad una serie di dichiarazioni e decisioni, di cui però non è mai stata rivelato il dettaglio formale e concreto, relative a ripensamenti e rivalutazioni delle licenze di esportazione rilasciate verso Ankara. In particolare il 16 ottobre dell’anno scorso il Ministro Di Maio aveva annunciato di aver firmato un atto interno alla Farnesina per bloccare le ‘vendite future di armi alla Turchia’ e per ‘avviare un’istruttoria sui contratti in essere’.


Nonostante tale presa di posizione l’Italia ha nei fatti continuato a inviare armamenti alla Turchia. Un’attenta analisi dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) dei dati del registro dell’Istat sul commercio estero evidenzia infatti che da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di ‘armi e munizioni’, una cifra che costituisce il massimo storico dal 1991. Solonel primo semestre del 2020 l’export si attesta a quasi 60 milionidi euro. Si tratta in gran parte di munizionamento pesante, prodotto ed esportato soprattutto da aziende della provincia di Roma (ad esempio il colpo completo di calibro 105/51 millimetri HEAT-T e di 120 millimetri HEAT-MP-T). Sono tipi di munizionamenti multi-purpose altamente esplosivi che vengono impiegati nei teatri di guerra anche in funzione anti-carro. Ciò significa che sono continuate le forniture alla Turchia di munizionamento militare autorizzate negli anni scorsi.


In generale la Turchia si colloca al decimo posto complessivo per totale di autorizzazioni all’export di armi nell’ultimo quinquennio (2015-2019) con un totale di 954 milioni di euro e al primo posto tra i Paesi non Eu/Nato per le consegne effettive nello stesso quinquennio, con 802 milioni di euro di armamenti spediti.


Inoltre la Relazione governativa al Parlamento sull’export di armi (richiesta dalla Legge 185/90) non solo non fa alcuna menzione della decisione del ministro degli Esteri di ottobre 2019 prima ricordata, ma vengono evidenziate nuove autorizzazioni per oltre 63 milioni di euro e nuove consegne per oltre 338 milioni che fanno della Turchia il primo destinatario delle forniture di armamenti italiani nell’anno. Le 59 nuove autorizzazioni rilasciate nel 2019 – e mai ufficialmente sospese – riguardano anche armi automatiche, munizioni, bombe, siluri, razzi e missili, apparecchiature per la direzione del tiro e aeromobili.


La Rete Italiana Pace e Disarmo reitera dunque la propria richiesta di blocco totale e immediato di qualsiasi fornitura militare verso la Turchia, decisione che si sarebbe già dovuta e potuta prendere senza dover mettere in campo istruttorie e verifiche sul passato, nel pieno rispetto del dettato Costituzionale (art. 11), della legge 185/1990 che regolamenta le esportazioni di armamenti e delle norme internazionali (Posizione Comune UE e Trattato ATT) sottoscritte dall’Italia”. 


Parole al vento


Un passo indietro nel tempo. “L’Europa oggi parla con una voce e tutti gli Stati condannano quello che la Turchia sta facendo nel territorio siriano e soprattutto si sono impegnati tutti a bloccare l’export degli armamenti”. Così Di Maio a margine del Consiglio dei ministri degli Esteri Ue, in cui l’Italia ha avanzato a ‘tutti gli Stati europei’ la richiesta d bloccare ‘nel futuro l’export per gli armamenti verso la Turchia’ perché non possiamo accettare quello che sta facendo”. E nelle prossime ore, ha aggiunto, l’Italia – come hanno già fatto Francia e Germania – varerà un decreto ministeriale “che devo firmare come ministro degli Esteri” per bloccare “l’export di armamenti verso la Turchia per tutto quello che riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni“.


Il solenne proclama è del 14 ottobre 2019. Un anno dopo, l’Italia continua a vendere le armi all’autocrate turco.


Armi alla Turchia, gli affari dell’Italia


La giustificazione presentata dall’unità che presso la Farnesina si occupa delle autorizzazioni alle esportazioni di materiale di armamento fa appello alla partecipazione del Paese all’interno della Nato come stato membro, dipingendo la Turchia come alleato fondamentale sul territorio contro le milizie dello Stato Islamico, ma è paradossale che il “baluardo anti-Isis” utilizzi queste stesse armi occidentali per annientare invece le popolazioni curde, tra i principali oppositori dello Stato Islamico. Sulla base di queste motivazioni – o per meglio dire, pretesti – l’Italia autorizza l’esportazione di una quantità ingente di armi e munizionamento. Sulla base delle statistiche ufficiali, la principale impresa italiana interessata in questo commercio risulta essere l’ex Finmeccanica, oggi Leonardo, che alla Turchia vende sistemi di armi complessi, tra i quali elicotteri, sistemi radar e altre tipologie di armamenti. 
L’indagine di Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, si sofferma invece su soggetti meno noti, ma che giocano allo stesso tempo un ruolo decisivo in queste trame, in particolare aziende addette al munizionamento pesante, domiciliate in provincia di Roma.
Dati Istat alla mano, è dalle aziende in provincia della capitale che sono partite tra il 2018 e il 2019 le quote più rilevanti di armi e munizioni dirette verso Ankara. Tra queste spicca il nome di “Meccanica per l’elettronica e servomeccanismi” (Mes), esportatrice di munizioni e spolette, allo stesso tempo partner e fornitore del ministero della Difesa. “E il flusso milionario tra Roma ed Ankara non solo non si è fermato – sottolinea Facchini -  ma proprio nel mese dell’offensiva turca sui territori del Kurdistan, nel Nord-Est della Siria, ha fatto registrare un picco inedito. Sono un lontano ricordo gli annunci del Governo in quei giorni di uno stop per decreto alla vendita di materiale d’armamento, poi divenuti un più mite blocco delle future licenze senza intaccare quelle esistenti. L’atto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio -peraltro- è a oggi inaccessibile: la Farnesina ha opposto il diniego alla sua pubblicazione dopo il nostro accesso civico. È di drammatica attualità, invece, la crescente tensione in Libia, dove l’intervento turco è divenuto determinante.”


Le bombe made in Italy e la Costituzione 


Annota Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla Vita Cristiana delle Acli: “Lo abbiamo già scritto altre volte, una legge (la 185, del 1990) vieta l’esportazione e il transito di materiali di armamento verso Paesi in conflitto, a meno che non siano stati aggrediti da altri Paesi, verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione. (Lo ricordate, vero? “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”). La Costituzione vieta anche la vendita di armi anche verso Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate Onu, Ue o Consiglio d’Europa. Cosa che Ankara fa sistematicamente”.


“Bisogna fermare l'invasione da parte della Turchia, siamo al fianco del popolo curdo. Mobilitiamoci in tutte le città. Il Governo Italiano, oltre ai provvedimenti che sta adottando, valuti subito il blocco delle esportazioni delle armi alla Turchia”, così affermava il segretario del Pd, Nicola Zingaretti su Twitter il 12 ottobre 2019.


Bei propositi, rimasti tali. Lo stesso giorno dal palco di Italia a 5 Stelle, Di Maio promette che chiederà all’Ue di bloccare la vendita di armi ad Ankara.


Un anno dopo, nonostante la pulizia etnica nel Rojava prosegua incessantemente, con tanto di stupri di massa e altri abomini perpetrati dai miliziani jihadisti al soldo di Ankara, della solidarietà verso i curdi siriani si è persa traccia e, come non bastasse, l’Italia continua ad armare la Turchia. Armi che il Sultano ha utilizzato in Libia, nel Nord della Siria, e ora anche nel Caucaso. Qualcuno lo ricordi allo “smemorato della Farnesina”.