Il Fondo di ripresa europeo” è risolutivo per l’Italia? Otto punti per una risposta
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Il Fondo di ripresa europeo” è risolutivo per l’Italia? Otto punti per una risposta

I “Recovery Fund”, con un potenziale ipotetico di risorse da utilizzare di 1000 miliardi di euro raccolti attraverso i cosiddetti Recovery Bonds saranno utili? L'analisi per una risposta

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Giuseppe M. Pignataro Modifica articolo

26 Aprile 2020 - 15.11


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Come ormai è stato acquisito nel summit di due giorni fa dei capi di governo Europei, il quarto ed ultimo punto che l’Europa varerà nelle prossime settimane, per contrastare la crisi in atto è il Fondo di Ripresa Europeo denominato anche “Recovery Fund”, con un potenziale ipotetico di risorse da utilizzare di 1000 miliardi di euro, raccolti attraverso i cosiddetti Recovery Bonds, così come avevamo previsto nel nostro articolo del 14.4 “Paesi del sud contro paesi del nord: “Chi vincerà la battaglia degli Eurobonds il 23 aprile? “        

Si tratta di uno strumento risolutivo per l’Italia?

Per dare una risposta ad una domanda così impegnativa occorre fare un’analisi molto accurata sotto il profilo tecnico, e altrettanto profonda sotto l’aspetto strategico.

Proviamo quindi a mettere insieme in sequenza i passaggi che ci servono per fare un corretto percorso logico di approfondimento.

Primo punto- La crisi che ci ha colpiti all’improvviso così duramente è molto anomala; avremo una recessione profondissima per alcuni mesi, poi avremo una ripresa lenta e contrassegnata da forti incertezze (per circa sei mesi) e nei primi mesi del 2021 potremo, con la somministrazione del vaccino, tornare alla normalità. A fronte di questa dinamica andamentale macroeconomica generale, pressochè certa, qual è la tipicità della situazione che abbiamo ed avremo davanti a noi nelle prime due fasi critiche?

 

Nella prima fase il  sistema produttivo, il nostro più importante asset strategico, la spina dorsale del nostro paese, ne uscirà devastato (abbiamo il numero più alto in Europa di piccole e medie imprese, con l’80% di lavoratori impiegati ed un peso sull’economia nazionale molto elevato); moltissime  imprese, con rare eccezioni, dovranno affrontare le conseguenze di  una paralisi economica che non avevano mai vissuto in precedenza, e verso cui sono totalmente impreparate, tra cui due effetti  certi ed immediati: una carenza di liquidità che rischia in molti casi di provocare un collasso irreversibile ed una caduta di fatturato che genererà perdite di bilancio mastodontiche, non riassorbibili nel breve tempo.

Nella seconda fase, il sistema, anche se avrà scongiurato sperabilmente l’asfissia per mancanza di liquidità, resterà comunque molto indebolito e poco competitivo fino al ritorno alla normalità.

Secondo punto- Tenuto conto che questa crisi è tanto anomala da prospettare anche un dato positivo del tutto inconsueto, rappresentato dal fatto che è previsto da tutti i previsori istituzionali un recupero consistente che inizierà nei primi mesi del 2021, quali sono gli interventi più appropriati di cui il paese ha bisogno per consentire al sistema economico e produttivo di traguardare il ritorno alla normalità nelle condizioni migliori possibili?

Abbiamo bisogno in primo luogo di robuste ed affidabili fonti di finanziamento (fino al 8/9% del pil  – il governo nel DEF  prevede 4.5% di nuovi interventi a sostegno dell’economia) dotate delle seguenti caratteristiche:

 

  1. disponibili subito, per sostenere con modalità adeguate ed efficaci tutte le attività economiche, fornendo loro, prima tempestivamente tutta la liquidità di cui hanno bisogno e subito dopo, ricapitalizzando tutte le imprese più duramente colpite;  salvare il nostro sistema produttivo intervenendo con la massima celerità e la massima adeguatezza è quindi una necessità esiziale; far fallire una buona parte di esso o lasciare deprimere in modo massiccio la sua capacità produttiva avrebbe delle implicazioni prospettiche drammatiche per l’intero tessuto socio-economico e finanziario del paese; il nostro pil rimarrebbe depresso per molti anni, i costi sociali aumenterebbero in modo esponenziale e la gestione del bilancio pubblico andrebbe in grave sofferenza per lungo tempo;
  2. in quantità sufficienti, per coprire tutte le esigenze finanziarie delle imprese e per rilanciare in modo robusto la domanda interna, affinché la loro capacità produttiva ritorni già entro il 2021 al punto ante crisi;

 

  1. a costi bassi, per non compromettere la possibilità futura di recuperare un buon equilibrio di sostenibilità del debito pubblico;

 

  1. capaci di non creare allarmismi negli investitori del nostro debito pubblico nonostante la crescita notevole del suo volume complessivo;
  2. e che ci diano spazio anche per realizzare in breve tempo un piano organico e ben strutturato di rilancio che ci renda davvero credibili nella capacità di rafforzare il nostro potenziale di crescita agli occhi di chi investe sul nostro paese.

 

Terzo punto- Cosa sono i Recovery Bonds che abiliteranno il funzionamento e l’attività del Fondo di Ripresa Europeo deciso nel summit del 23.4.2020?

 

Sono delle obbligazioni a lunga scadenza che saranno emesse da un organismo giuridico istituito dalla Commissione Europea e garantite dal suo bilancio; per questo godranno di un elevato merito di credito, riuscendo quindi ad ottenere anche bassi tassi interesse.

Tali bonds serviranno a potenziare la capacità della Commisione Europea di erogare facilitazioni agli stati membri della UE e per poter essere materialmente emessi, dovranno essere garantiti in forma solidale da tutti gli stati attraverso un aumento della quota di dotazione da conferire al bilancio della Comunità Europea, con modalità da stabilire.

Si dovrà inoltre decidere entro il 6 maggio (impegno assunto il 23.4 nell’ ambito della riunione del Consiglio Europeo) se e quanta parte dei fondi raccolti tramite i Recovery Bonds potranno essere distribuiti ai paesi più in difficoltà sotto forma di sussidi, ovvero di trasferimenti a fondo perduto, e quanta parte in forma di linee di credito con termini di rimborso molto lunghi.

Quest’ ultimo passaggio è uno dei più controversi perché implica che alcuni paesi diventeranno contributori netti, per importi più o meno elevati, in funzione della decisione della quota di trasferimenti a fondo perduto sul totale della dotazione del fondo che verrà fissata ed accettata da tutti i 27 paesi della UE, ed altri paesi prenditori netti; quest’ultimi, essendo già molto indebitati, sono molto determinati ad ottenere un livello elevato di risorse a titolo di trasferimento per cercare di rendere meno complessa la gestione della crisi, mentre i primi per evidenti ragioni contrapposte vogliono minimizzare questa modalità di utilizzo delle risorse del Fondo di Ripresa.

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In ogni caso affinchè questi passaggi possano diventare operativi è necessario che tutti i parlamenti dei 27 stati dell’Unione Europea approvino l’impostazione proposta prima dalla Commissione Europea il 6 maggio prossimo e poi ratificata dal Consiglio Europeo in una data ancora da stabilire.

 

Di conseguenza i tempi di avvio effettivo dell’operatività del Fondo di Ripresa Europeo potrà concretizzarsi solo nei primi mesi del 2021.

 

Quarto punto – Come funzionerà il Fondo di Ripresa Europeo?

 

Il fondo sarà gestito dalla Commissione Europea, l’organismo esecutivo della Comunità Europea. Ciò implica un potenziamento di fatto del ruolo di questa istituzione nei prossimi anni.

 

Allo stato attuale la commissione ha il compito di gestire fondi comunitari conferiti dai paesi della UE. Tutti i paesi versano pertanto la quota annuale pari all’1% circa del loro pil e la Commissione utilizza questi fondi per concedere facilitazioni, normalmente sotto forma di trasferimenti a fondo perduto a tutti i paesi per realizzare obiettivi strategici.

Questo meccanismo serve a canalizzare le risorse verso settori ad alta valenza strategica per l’Europa nel suo complesso e a ridurre le disparità economiche tra le varie aree geografiche europee. In questo modo si crea una suddivisione di fatto dei paesi della UE in due categorie: i prenditori netti ed i finanziatori netti.

I primi, normalmente i paesi di dimensioni più piccole, sono quei paesi che realizzano progetti ritenuti finanziabili, presenti in aree a bassa intensità industriale e di sviluppo. L’Italia è sempre stata, per ragioni di inefficienza interna un finanziatore netto. E gli strumenti di aiuti comunitari non sono mai stati pertanto per l’Italia un veicolo di impulso efficace alla sua crescita economica.

 

A seguito dell’adozione dei Recovery Bonds La Commissione userà le risorse affluite nel Fondo di Ripresa per dare la possibilità a tutti gli stati di recuperare le quote di prodotto interno lordo perdute a seguito della crisi in corso attraverso due canali: i sussidi, ovvero trasferimenti a fondo perduto, e linee di credito ai vari stati che ne faranno richiesta, alle stesse condizioni economiche che il fondo pagherà sui bonds. Se il Fondo avrà una capacità di spesa di 1000 miliardi (come da alcuni leaders indicato), i trasferimenti e le linee di credito attivabili per l’Italia si attesteranno su un valore di circa 110 miliardi di euro (circa l’11% del pil della UE) e saranno spendibili solo nei tempi e per le finalità stabilite dalla Commissione Europea.

 

Le linee di credito saranno rimborsate dai vari stati con quote annuali di rimborso con una decorrenza iniziale da stabilire.

La differenza tra i sussidi e le linee di credito è, ad evidenza, sostanziale e dirimente, in quanto i primi non determinano indebitamento per il paese che li riceve mentre le seconde vanno direttamente ad accrescere il livello del debito dei singoli stati (un tema questo che tocca in particolare l’Italia per effetto del suo altissimo livello di debito già accumulato); tuttavia i sussidi non sono risorse che si generano dal nulla, ma altro non sono che contributi di ricchezza degli stati più forti verso i paesi più in difficoltà.

 

Soprattutto per tale ragione nella riunione del 23.4, stante una netta contrapposizione tra paesi del sud e paesi del nord sulle modalità di utilizzo delle risorse, si è fatto un annuncio di principio sulla volontà di costituire il Fondo di Ripresa Europeo ma si è preso tempo per definire le modalità con cui tale strumento funzionerà concretamente.

 

Possiamo comunque provare a fare una previsione ragionevole di come si chiuderà il contrasto tra i due schieramenti di paesi: verrà chiesto un incremento significativo degli apporti fatti annualmente dagli stati al bilancio comunitario (attualmente 165 miliardi di euro) e verrà fissata una quota marginale di aiuti dati sotto forma di trasferimenti (tra il 15 ed il 25% del volume di risorse attivabili), mentre tutta la quota restante sarà erogata sotto forma di prestiti.

In questo modo si attenuerà l’effetto netto dei sussidi effettivamente concessi ai paesi più in difficoltà e la possibilità di riceverli, sia pur in quote differenziate, sarà aperta per tutti gli stati, in modo tale da rendere politicamente digeribile per tutti la soluzione.  E’ questo il risultato migliore in cui i paesi del sud possono confidare, tenuto conto della fortissima resistenza di molti paesi del nord a prendere in considerazione forme di aiuto di pura sussistenza.

 

Quinto punto – Alla luce dei meccanismi di funzionamento del Fondo di Ripresa Europeo, quali saranno le implicazioni sulle nostre  politiche fiscali e di bilancio future?

Superata la fase più acuta della crisi il nostro paese si ritroverà nel 2020 con un rapporto debito/pil notevolmente peggiorato ( il più alto della storia repuvvlicana), in una misura di almeno 20 punti percentuali; una dinamica negativa mai verificatasi in precedenza nel dopo guerra e che ci porterà a raggiungere o ad avvicinarci al picco massimo nella storia del debito dello stato italiano dalla sua nascita (1861) ad oggi (160% dopo la fine della prima guerra mondiale).

In una situazione di questo tipo e con un volume di debiti da rimborsare verso un soggetto pubblico molto rilevante (superiore ai 100 miliardi di euro, se useremo tutti gli strumenti di debito che si stanno predisponendo a livello europeo), in presenza di una bassa crescita reale e bassa inflazione, non basterà il QE rinforzato della BCE a rendere gestibile il nostro debito; non avremo pertanto alcuna altra scelta possibile davanti a noi, se non quella di realizzare alti avanzi primari. Non solo perché ci verrà richiesto dall’Europa, che da ora in avanti diventerà anche il nostro principale creditore ma perché saremo costretti dalle situazioni di fatto: rating su livelli molto insidiosi ed investitori privati poco disponibili a rinnovare la propria fiducia.

Gli avanzi primari da realizzare e cioè la differenza tra entrate ed uscite di bilancio al netto del pagamento degli interessi sul debito devono essere altissimi per poter risultare idonei a ridurre un rapporto debito/pil del 155% in un tempo ragionevole per portarlo a livello della media europea dei prossimi anni (100%); il valore richiesto sarà almeno pari al 4/5 % del pil (oggi siamo al 1.7%).

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Per realizzare gli alti avanzi primari richiesti (circa 70/80 miliardi di euro per anno contro i 30 attuali), in assenza di tassi di crescita e di inflazione molto elevati, ci sono solo due strade possibili: aumentare considerevolmente le imposte a famiglie ed imprese e ridurre drasticamente le spese. In pratica rischiamo di essere condannati ad un regime di austerity ad oltranza che farà, arretrare economicamente e socialmente il paese in modo drammatico per almeno un quinquennio; e non ci sarà alcuna possibilità di invocare con successo politiche di risanamento basate su politiche fiscali accomodanti, per la semplice ragione che esse portano inevitabilmente in una prima fase ad una crescita ulteriore dell’indebitamento a cui non potremo, per motivi oggettivi, far ricorso.

 

L’italia peraltro è stata sin dagli anni antecedenti alla creazione dell’euro (dagli anni 90) il più grande produttore di avanzi primari d’Europa, sia in termini relativi che assoluti, con il risultato che abbiamo tutti sotto gli occhi: siamo tra i grandi paesi d’Europa e del mondo il più vulnerabile. Per quale ragione?

Abbiamo sbagliato sistematicamente strategia.

Gli alti avanzi primari servono a compensare gli impatti negativi sul bilancio prodotti dall’elevatissimo volume degli interessi che paghiamo ogni anno sul debito accumulato.

Tuttavia i contraccolpi depressivi che essi provocano sulla crescita economica se realizzati, non attraverso una crescita del pil reale e dell’inflazione ma attraverso un incremento delle imposte e una riduzione delle spese, vanificano gli sforzi fatti per realizzarli, facendoci, quando il clima economico globale è favorevole performare in termini di ricchezza prodotta in misura molto più contenuta degli altri paesi europei e quando il clima volge al peggio di arretrare molto più degli altri.

Siamo pertanto impantanati in una situazione paradossale: siamo sistematicamente da molti anni tra i paesi più virtuosi nella gestione del bilancio statale ma siamo sistematicamente i peggiori nello sviluppo della ricchezza collettiva; e così vediamo aumentare sempre più le nostre fragilità e la nostra vulnerabilità.

Nel 2008 avevamo un debito pubblico di 1670 miliardi di euro ed un pil nominale dello stesso livello. Alla fine dell’anno in corso, dopo tre pesanti shock avversi, secondo le previsioni del governo del 24.4 (DEF) avremo un pil di circa 1660 miliardi ed un debito di circa 2600 miliardi. Di conseguenza in soli 12 anni abbiamo incrementato di quasi 1000 miliardi il nostro debito pubblico, peggiorando parallelamente la nostra situazione economica. Una performance disastrosa non riscontrabile per dimensione in nessun paese del mondo. Cosa deve ancora succedere per comprendere che non siamo sulla strada giusta?

Siamo in pratica intrappolati in un circolo vizioso da lunghissimo tempo e ora ci accingiamo ad entrare di nuovo in un tunnel estremamente insidioso.

Per quale ragione? Siamo un paese povero che non ha risorse sufficienti per ritrovare un equilibrio? No! Siamo tra i paesi più ricchi al mondo per ricchezze private. La motivazione è quindi prettamente politica: non riusciamo a trovare un modo incisivo per ridurre  l’evasione fiscale che in Italia viene stimata nell’ordine di 130 miliardi di euro all’anno, non riusciamo ad estirpare i nostri mali endemici come la burocrazia ed il cattivo funzionamento della giustizia e non vogliamo trovare un modo efficiente per evitare di pagare ogni anno oltre 60 miliardi di euro di interessi sul debito (quasi il doppio della Francia che ha lo stesso volume di debito)  per uscire da un  sistema demenziale e perverso che ci fa spendere questa somma abnorme per arricchire abbondantemente le rendite finanziarie, mentre il paese nel suo insieme si impoverisce e si indebolisce sempre di più.

Per tali ragioni proponiamo (senza successo) fin dal 2012 di cambiare strategia andando ad aggredire, tra l’altro, alla radice la causa che mortifica l’Italia  rispetto a tutti i principali paesi del mondo, da almeno un ventennio, e cioè il volume degli interessi pagati annualmente sul debito pubblico (sono stati pubblicati due libri con la casa editrice del Sole 24 ore: “Riequilibrio e Rilancio” nel 2012 e “Cambio di Strategia” nel 2015 , ed in questi saggi abbiamo rimarcato con forza che il paese, senza un cambiamento di approccio, in presenza di nuovi shock avversi sarebbe entrato inevitabilmente in forte agonia).

 

Sesto punto- In considerazione di quanto indicato nei cinque punti precedenti, possiamo affermare che il Fondo di Ripresa Europeo, soddisfa le esigenze che scaturiscono dalla crisi in atto e che abbiamo indicato al punto due?

 

Siamo entrati in una situazione di grave emergenza e servono reazioni e soluzioni di emergenza estremamente tempestive e chiaramente appropriate nella consistenza, qualitativa e quantitativa.

 

Il Fondo di Ripresa Europeo, così come si profila, detiene queste caratteristiche?

Non sono state ancora definite le modalità di funzionamento: ampiezza del fondo, destinazione dei finanziamenti, entità delle risorse da distribuire a fondo perduto.

Tuttavia sappiamo con certezza che:

c’è un problema di “momentum” nella disponibilità delle risorse;

ci potrebbe essere un problema di mismatching  tra l’allocazione delle risorse e le priorità delle esigenze dei singoli stati;

ci sarà un problema, più o meno elevato, di impatto sulla crescita dell’indebitamento e sui riflessi che esso avrà sulla gestione dei debiti dei paesi con maggiori difficoltà, anche in funzione delle modalità di rimborso;

ci sarà un problema di asimmetria temporale tra momento della disponibilità delle risorse e momento di effettiva realizzazione degli effetti espansivi sull’ economia.

Infatti i recovery funds serviranno per finanziare prevalentemente investimenti infrastrutturali e solo in parte potranno indirizzarsi verso il sostegno delle nostre imprese.

In pratica offriranno soluzioni standardizzate a problemi dei vari stati tra loro diversificati e con un timing incoerente.

Di conseguenza, sulla base degli elementi attualmente disponibili, è possibile affermare che il Fondo di Ripresa Europeo insieme al MES non rappresentano la cura più appropriata al nostro paese in questo momento (vedi articolo del 18.4 “Ecco perché il MES non è una buona soluzione per l’Italia”).

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Coloro che esultano per l’ottenimento del risultato del vertice europeo del 23.4, considerano un fatto positivo poter assumere nuovo debito pubblico dal 2021 per rilanciare la ripresa nei prossimi anni, mentre il pil sta collassando ora, in forma strutturale, per effetto della depressione che si sta abbattendo sulle nostre imprese.

Settimo Punto – Se il Fondo di Ripresa Europeo non è nel momento attuale una soluzione appropriata per il nostro paese, il pacchetto di aiuti europei va respinto o accettato per mancanza di alternative?

L’efficacia degli interventi messi in campo dalle istituzioni europee, in questa fase, non vanno valutati come elementi a sé stanti, ed in modo standardizzato; ciò che può apparire utile per un paese, non lo è per altri, in quanto gli effetti della crisi sono più o meno simmetrici ma le situazioni di partenza molto differenziate, determinano esigenze quali-quantitative altrettanto differenziate.

La loro validità deve essere quindi misurata solo in termini di entità del loro scostamento dalle esigenze specifiche strategiche di ogni paese.

Il significato concreto di questa affermazione implica la valutazione dei seguenti aspetti:

in un contesto di capacità di indebitameno limitata per l’Italia, se ci stiamo indebitando ulteriormente per potenziare il nostro sistema sanitario (ricorso al MES) anziché utilizzare quella capacità di indebitamento per mettere in sicurezza il nostro sistema produttivo, e cioè la nostra spina dorsale, stiamo facendo un bene o un male per il paese in questo momento?

Se ci stiamo indebitando ulteriormente per finanziare investimenti pubblici futuri al fine di sostenere la ripresa dei prossimi anni (Recovery Bonds), anziché usare quella capacità di indebitamento aggiuntivo, nel momento giusto, per non perdere dosi massicce di pil in forma duratura, mettendo subito tutte le nostre imprese in grado di riprendere a competere, stiamo facendo un bene o un male al paese?

Quello che stiamo attraversando è uno dei momenti più delicati della nostra storia post bellica, non possiamo permetterci di sbagliare nulla; ed un approccio non ottimale in questa fase potrebbe avere dei risvolti  tragici.

Occorre evitare pertanto di accettare, in ogni caso, solo soluzioni subottimali, per ragioni di mantenimento di buone relazioni intergovernative; questa volta non possiamo permettercelo. Quindi vanno mantenute aperte tutte le opzioni fino a quando non otterremo tutto ciò che serve davvero a salvare il nostro futuro, assumendo un approccio negoziale estremamente determinato.   

Ottavo punto – Se gli Eurobonds non sono attuabili per l’ostracismo dei paesi del nord ed anche i Recovery bonds non sono una soluzione risolutiva, quali sono allora le richieste su cui il nostro paese deve puntare ed insistere?   

 

Nella situazione data, un paese molto indebitato nel pubblico ma ricco nel privato come il nostro, deve fare tre cose irrinunciabili:

  1. chiedere innanzitutto che venga messa in sicurezza la gestione del debito pubblico accumulato in passato e che venga fatto di conseguenza ogni sforzo per abbassare significativamente il livello dello spread; se, in questa fase di crescita rilevante della nostra vulnerabilità, non esiste questa sicurezza, non esiste un futuro tranquillo per il nostro paese e questa assicurazione ce la può garantire solo la BCE; dobbiamo quindi chiedere come misura prioritaria assoluta  un coinvolgimento ancora più chiaro ed esplicito della Banca centrale europea  che sia in grado di soddisfare pienamente e con certezza assoluta tale scopo, attraverso l’uso di tutte le sue armi  a disposizione, fino al ritorno alla normalità;
  2. siamo in una situazione di assoluta emergenza e dobbiamo chiedere che vengano individuati e forniti gli strumenti  di emergenza straordinari ed idonei ad attivare una crescita robusta della domanda interna per compensare la contrazione inevitabile delle esportazioni e del turismo e forme di accesso a nuove forme di finanziamento capaci di soddisfare nell’ immediato, in misura sufficiente ed efficiente, le esigenze di sostegno alle imprese e ai lavoratori fino al ritorno alla normalità, senza creare vulnus ulteriori alla gestione del nostro debito pubblico; ciò deve avvenire attraverso strumenti innovativi realmente in grado di rispondere efficacemente a queste necessità; noi abbiamo proposto un pacchetto di misure che comprendono gli ESB – European Solidarity Bonds ( vedi nostro articolo del 16.4 “MES o Eurobonds ? C’è una soluzione: gli ESB”) ma se non saranno presi in considerazione, bisogna trovare altre formule che ci consentano di finanziare la ripresa con le modalità descritte al punto due;
  3. infine, ma contestualmente alle altre due richieste,  dobbiamo, sul piano interno, fare la nostra parte fino in fondo e pertanto dobbiamo presentare al più presto un piano di modernizzazione del paese ben strutturato, di aggressione ai mali endemici ad ampio spettro e con impegni chiari, cadenzati e vincolati al mantenimento degli altri due interventi; per rassicurare ed infondere fiducia in tutti gli stakeholders  sulla nostra capacità di iniziare finalmente un percorso virtuoso di risanamento e di sviluppo indiscutibilmente sano; non  possiamo solo chiedere aiuti e sperare di ottenerli,  se non siamo noi per primi pronti a dimostrare che stiamo facendo tutto il possibile per aiutare noi stessi, facendo cose che risultino avere un elevato tasso di discontinuità con il passato(vedi articolo del 4.4 “ La guerra in economia la vinceremo con le nostre forze: quindici misure da mettere in campo” e “Un Progetto per l’Italia” in “Cambio di Strategia” Sole 24 ore, 2015).

Se non agiremo seguendo questa impostazione, data la gravità della nostra situazione, emergerà presto ed in modo evidente che le soluzioni per affrontare la crisi prospettate in sede europea, ancorchè apprezzabili sotto alcuni aspetti, non risulteranno idonee a mettere il nostro paese in condizioni di ritrovare un cammino tranquillo e virtuoso.

E saremo costretti di conseguenza a chiedere di riaprire un tavolo di trattative per non cadere nel baratro.


Sperando che il momento in cui lo faremo non risulti già troppo tardi.

 

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