Viaggio a Hong Kong: quando il silenzio di Lombardi dice più delle parole
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Viaggio a Hong Kong: quando il silenzio di Lombardi dice più delle parole

Al Teatro India, Pascal Rambert dirige Sandro Lombardi in un monologo sul lutto. La precisione dell'attore non riscatta una scrittura prolissa, che scambia l'accumulo per intensità

Sandro Lombardi in scena in Viaggio a Hong Kong di Pascal Rambert al Teatro India di Roma, nella scenografia di Aliénor Durand - ph.Luca Del Pia - recensione di Alessia de Antoniis
Sandro Lombardi in Viaggio a Hong Kong, testo e regia di Pascal Rambert, al Teatro India di Roma. Foto © Luca Del Pia
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6 Novembre 2026 - 16.17


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di Alessia de Antoniis

“J’ai figé mes sourires et j’ai glacé mes pleurs“. Hier encore di Charles Aznavour suona, Sandro Lombardi si siede e ascolta. Non racconta il dolore, non lo descrive, non cerca di spiegarlo. Eppure, in quel corpo immobile, la vecchiaia e la solitudine diventano finalmente visibili. C’è la tenerezza di una vita condivisa, il peso di chi non c’è più, il tempo che resta. Poi Lombardi ricomincia a parlare. E torna quella cadenza uniforme che attraversa quasi tutti i settantacinque minuti di Viaggio a Hong Kong, appiattendo il desiderio, l’ironia, la rabbia e la disperazione in una recitazione formalmente accurata, ma raramente capace di farli vivere.

Al Teatro India dal 3 all’8 novembre, Viaggio a Hong Kong è la versione italiana di Ranger, scritto e diretto da Pascal Rambert per Jacques Weber. La traduzione è di Chiara Elefante. Un anziano scrittore, a Hong Kong per ricevere un premio letterario, trascorre la notte in albergo parlando alla fotografia del compagno morto da un anno. Hanno condiviso cinquantacinque anni, libri, letti, viaggi, dipendenze. Ora lui mette in ordine carte e ricordi, nell’attesa di raggiungerlo. La camera diventa così il luogo di un lungo congedo, nel quale la memoria privata si intreccia con la storia politica e culturale attraversata dai due uomini.

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«L’assenza è una questione di corpi», dice il protagonista: non gli manca un’astratta idea d’amore, ma la schiena a cui appoggiarsi, il respiro accanto al proprio, una mano cercata nel buio. Basterebbero questi dettagli. Rambert invece sembra diffidare della loro capacità di parlare da soli. Li ribadisce, li spiega, li circonda di altre frasi. E quando un’immagine finalmente colpisce, la scrittura non sa lasciarla risuonare.

Il monologo accumula città dove i due hanno fatto l’amore, libri, fotografie, pratiche burocratiche, incontri e paesi attraversati. L’elenco potrebbe essere il gesto di chi, prossimo alla fine, tenta disperatamente di non perdere nulla. Ma sulla scena diventa spesso un inventario senza urgenza. Non è un testo lungo: è un testo che fa pesare la propria lunghezza. E la noia, in teatro, non diventa automaticamente profondità perché si parla di dolore.

La lunga parentesi sul ricevimento del premio è esemplare. Il protagonista racconta la serata appena trascorsa, fra funzionari cinesi, giornalisti italiani e un’interprete che lo accompagna negli incontri ufficiali. I corrispondenti leggono il suo discorso secondo le rispettive posizioni ideologiche; l’interprete, che ha studiato a Roma, attacca l’ipocrisia dei giovani rivoluzionari benestanti e racconta la repressione subita dalla sua famiglia. Sua nonna, mentre le incendiavano la casa, aveva inghiottito due orecchini per sottrarli alla confisca. Il pubblico ride alle battute, alcune intuizioni colpiscono, eppure il racconto si perde fra schermaglie e precisazioni. Il problema non è ciò che Rambert racconta, ma quanto impiega a raccontarlo.

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Durante la stessa cena, lo scrittore osserva un giovane che non ricambia il suo sguardo. Comprende di essere diventato invisibile, escluso dal desiderio degli altri. La vecchiaia gli restituisce la crudeltà che lui stesso aveva riservato agli uomini più anziani. È una delle intuizioni più efficaci del testo, come quella dell’orsetto appartenuto al compagno, conservato dall’infanzia e diventato il custode silenzioso delle violenze subite da bambino. Due immagini nelle quali il dolore trova una forma concreta, prima che le parole tornino a sovraccaricarla.

Protagonista, insieme a Federico Tiezzi, di una delle esperienze più significative della ricerca teatrale italiana, Sandro Lombardi possiede una padronanza della parola che pochi interpreti possono vantare. Ma in Viaggio a Hong Kong non riesce a opporre una necessità teatrale alla verbosità del testo. 

Rivolge a lungo lo sguardo alla fotografia sul tavolo, poi la sposta sulla mensola e continua a parlarle; la geografia dello sguardo cambia, non abbastanza la temperatura della voce. Si può raccontare una vita senza gridarla; non senza farne avvertire il peso.

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Rambert firma anche la regia: è sua la scelta di affidare quasi tutto alla continuità del dire. 

Resta Lombardi, in silenzio, sulle note di Aznavour. Per pochi istanti non c’è nulla da dimostrare, nulla da enumerare. Il dolore arriva più lontano proprio perché nessuno lo commenta. Un paradosso amaro per uno spettacolo che parla quasi ininterrottamente: la vita di quell’amore si vede davvero quando il racconto si interrompe.

VIAGGIO A HONG KONG

Testo e regia: Pascal Rambert
Con: Sandro Lombardi
Traduzione: Chiara Elefante
Scenografia: Aliénor Durand
Luci: Pascal Rambert
Produzione: Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, in collaborazione con Compagnia Lombardi-Tiezzi

Dove: Teatro India, Roma
Quando: dal 3 all’8 novembre 2026
Orari: ore 20.00; domenica ore 18.00
Durata: 75 minuti

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