Tommaso Allione: sono figlio del patriarcato, anche se ho due genitori fantastici
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Tommaso Allione: sono figlio del patriarcato, anche se ho due genitori fantastici

A Roma con Se domani non torno, l'attore che interpreta Davide Cecchettin racconta l'incontro con il giovane fratello di Giulia, il lavoro con Paola Randi e la necessità di portare l'educazione affettiva nelle scuole.

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Tommaso Allione è Davide Cecchettin in Se domani non torno - Festa del cinema di Roma e Alice nella città
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

25 Ottobre 2026 - 18.21


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di Alessia de Antoniis

A Roma con Se domani non torno, l’attore che interpreta Davide Cecchettin racconta l’incontro con il giovane fratello di Giulia, il lavoro con Paola Randi e la necessità di portare l’educazione affettiva nelle scuole. «Non basta la buona volontà, servono competenza e professionalità».

Mentre dal partito di Vannacci si levano richieste di fermare gli interventi della Fondazione Giulia Cecchettin nelle scuole, il cinema sceglie di portare proprio nelle aule la storia di Giulia. Una richiesta che contraddice il protocollo sottoscritto nel gennaio 2025 dal Ministero con Gino Cecchettin per promuovere il rispetto e contrastare gli stereotipi di genere.

È in questo clima che il 23 ottobre arriva alla ventunesima Festa del Cinema di Roma e alla ventiquattresima edizione di Alice nella città, Se domani non torno, il film di Paola Randi ispirato al libro Cara Giulia, scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso e pubblicato da Rizzoli.

La regista, che firma la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan, sceglie di sottrarre il racconto alla spettacolarizzazione del delitto. Filippo Turetta non compare sullo schermo. Al centro ci sono Giulia e la sua famiglia, una quotidianità fatta di affetti, consuetudini e progetti, spezzata dalla scomparsa della giovane l’11 novembre 2023. La macchina da presa rimane accanto a chi resta, raccontando la trasformazione di un dolore privato in un impegno pubblico.

A interpretare Gino Cecchettin è Filippo Timi, mentre Sabrina Martina dà volto a Giulia, Tecla Bossi a Elena e Tommaso Allione a Davide. Completano il cast, tra gli altri, Linda Caridi ed Elisabetta De Palo. Prodotto da Notorious Pictures, in collaborazione con Mediaset, Sky Cinema e Fondazione Giulia Cecchettin, il film arriverà nelle sale il 5 novembre, distribuito da Notorious Pictures. Due giorni prima, il 3 novembre, una proiezione nazionale riservata alle scuole sarà seguita da un incontro in collegamento con Gino Cecchettin e il cast.

Tommaso Allione, classe 2003, è cresciuto a Savigliano, in provincia di Cuneo. Dopo il liceo classico si è formato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Ha lavorato in teatro e il suo curriculum cinematografico comprende anche The Resurrection of the Christ di Mel Gibson.

E il teatro? Che posto occupa oggi nella tua vita?

Ho aperto a Milano un laboratorio gratuito di training per attori. Sentivo la necessità di continuare a tenere vivi gli strumenti del teatro. L’oratorio di San Simpliciano ci ha messo a disposizione il teatro. Il gruppo è diventato sempre più numeroso, facciamo training teatrale, un lavoro molto fisico. Ci autofinanziamo: il laboratorio è gratuito, ma raccogliamo un’offerta per i parroci che ci ospitano.

Come sei arrivato al cinema? Che cosa ti sei portato dietro dal teatro e che cosa hai dovuto imparare da zero davanti alla macchina da presa?

Sono sempre stato un grande appassionato di cinema. Al liceo, non so perché mi punissi guardando i film che vincevano a Cannes. A volte mi annoiavo, però mi incuriosiva quell’aspetto intellettualoide del cinema. Adesso sto guardando tutt’altro, roba super americana, tipo i film della Marvel. Boh, è un momento così!

Da piccolo mio papà mi faceva vedere Star Wars, è un grande cinefilo. Il cinema mi entusiasma tantissimo come spettatore, ma farlo è un’altra cosa. È faticoso e difficilissimo!

È molto diverso dal teatro. Ci sono tanti soldi, le richieste sono alte, non si sgarra, ci sono esigenze produttive. Non mi aspettavo ritmi così serrati e una richiesta di efficacia così immediata. A teatro passi molto più tempo a farti domande, che a volte diventano anche filosofiche: chi siamo, che cosa vogliamo dire con questo lavoro? Ti interroghi anche umanamente. Al cinema devi andare sul set e funzionare subito, fare quello che serve.

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Poi ho lavorato con Filippo Timi, che faceva una scena in tre take. Quindi il ritmo era quello! Era la prima volta che mi trovavo a recitare così tante scene. Ho faticato, ma ho imparato tantissimo.

Filippo Timi è un grande interprete anche di teatro. Che cosa ha significato lavorare accanto a lui in uno dei tuoi primi film?

Filippo è stato fantastico, una specie di tutor per noi ragazzi. Mentre lavoravo con lui sentivo che è proprio un artista, più che un attore. È appassionato di ogni forma d’arte, dipinge, scrive, anche per il teatro.

E quando pranzavamo insieme non è che si parlasse del meteo! Porta una qualità umana particolare anche nella vita, nei discorsi che fa. È un appassionato dell’umano. Ogni tanto ci parlava di temi così profondi che noi eravamo lì a chiederci: “E adesso che gli rispondiamo?”.

Come sei arrivato a Se domani non torno?

Attraverso l’agenzia. Ho fatto un self-tape e ho passato la prima selezione video. Mi hanno chiamato a Padova per il secondo provino. Quel giorno dovevo prendere un pullman da Milano, da Lampugnano, per arrivare a Padova. Non mi rimborsavano il viaggio, quindi avevo pensato di risparmiare rispetto al treno. E quel giorno il pullman ha fatto un ritardo di quasi tre ore. A un certo punto ho pensato: “Vabbè, non vado, non mi presento neanche”.

Poi invece sono andato, li ho avvisati e ho fatto il provino per ultimo. Ha funzionato e mi hanno richiamato a Roma per la fase finale. Ero convinto che non mi avrebbero preso. L’altro ragazzo era di Treviso, veneto, aveva l’età di Davide all’epoca dei fatti, frequentava ancora il liceo. E gli somigliava pure! Ho pensato: “Boh, ciao, è andata”. Ma alla fine hanno optato per me.

Interpretavi una persona reale, dentro una storia ancora dolorosamente presente e sottoposta a un’enorme esposizione mediatica. Come hai vissuto il passaggio dalla finzione cinematografica alla realtà della famiglia Cecchettin?

Il fatto che fosse una storia realmente accaduta mi faceva empatizzare molto di più con quello che era successo. Non era una storia inventata, era accaduta veramente, in tutta la sua tragicità.

Durante le riprese era una sensazione particolare, perché certi giorni ti senti nella bolla della finzione. In parte questa storia è costruita per funzionare su uno schermo. Però in altri momenti precipiti improvvisamente nella realtà. Magari qualcuno dice qualcosa sul set, si fa una battuta su un personaggio e poi pensi: “In realtà c’è poco da scherzare”.

Sono diventato molto amico di Davide. Durante le riprese uscivo con lui, con i suoi amici. Anche Gino ogni tanto veniva sul set. Quando arrivava, si creava un’atmosfera di rispetto che secondo me faceva molto bene al film. Sentivi che quella era la storia di quell’uomo lì.

Interpreti Davide e poi lo incontri davvero. Come è stato trovarti davanti il ragazzo di cui stavi raccontando la vita?

Mamma mia, non sapevo che cosa aspettarmi! Il primo giorno siamo andati a giocare a basket insieme, perché sapevo che era una cosa che avevamo in comune. Nel film avevo anche una scena in cui gioco a basket, quindi mi sono detto: “Ok, ci sta. Stiamo un po’ nella leggerezza, giochiamo insieme”. E mi ha portato nel campetto da basket davanti al palazzetto intitolato a Giulia Cecchettin, vicino a casa sua, nella zona di Vigonovo.

Davide è una persona che è andata avanti. Ha una bella energia di rinascita, la sento dentro di lui. È uno studente universitario, sta per iniziare il secondo anno e ha voglia di crescere, di costruire la propria storia personale al di là di tutta quella vicenda.

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Abbiamo parlato molto poco della tragedia. Ma ci sta, non volevo conoscerlo per fargli l’intervista sul personaggio. Però credo sia significativo che la prima volta mi abbia portato proprio lì. Forse condividere con me quel luogo, senza bisogno di troppe parole, era importante. Non abbiamo mai speso troppe parole sulla vicenda. Ci siamo conosciuti al di là di quello che era accaduto. Ed è stato molto bello per me.

Paola Randi ha scelto di non dare un volto a Filippo Turetta e di non rappresentare gli aspetti più cruenti della vicenda. Quali indicazioni ti ha dato per interpretare Davide senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore?

Paola ha lavorato con me anche prima del set. Abbiamo fatto un paio di settimane di preparazione a Roma, poi sono andato a Padova. Lì, in un grande hangar dove c’era il campo base del film, abbiamo cominciato a lavorare sul personaggio.

Io sono arrivato tutto gasato, spavaldo: era il mio primo film da coprotagonista. Invece mi hanno subito rimesso in riga.

Davide è un personaggio molto umile, ha un tempo-ritmo, una dimensione molto più intima. Alcune scene non sono poi rientrate nel film perché temevamo che la loro drammaticità potesse essere gratuita.

Abbiamo cercato il più possibile di evitare il pianto facile, di andare troppo sull’emotività. L’obiettivo comune era raccontare con onestà e fattualità questa storia, non inseguire la pornografia del dolore.

Nel film Davide esprime moltissimo attraverso il corpo. Penso alla scena in cui esce dal cancello di casa e si trova davanti i giornalisti: abbassa la testa, passa in mezzo a loro senza parlare e prosegue. Come avete costruito questa presenza, fatta soprattutto di gesti e silenzi?

Con Paola abbiamo cercato di costruire un corpo un po’ chiuso, un po’ sofferente. È vero che nel montaggio finale ci sono molti momenti in cui sono soprattutto una presenza. Secondo me, però, questo rende giustizia al personaggio. Perché Davide era un ragazzo che si è trovato davanti a qualcosa di enorme. Non ho idea di che cosa abbia significato per lui essere lì, in quel momento. Forse mi sono avvicinato, ma la profondità di quella esperienza… chissà.

Forse proprio il silenzio, quel corpo un po’ fermo, possono restituire la dimensione di un ragazzo che non sa che cosa dire e non sa che cosa fare.

Vieni dalla Paolo Grassi e hai lavorato anche ad Amen, il testo di Massimo Recalcati che affronta il rapporto fra vita e morte. Qui invece ti trovi a recitare spesso senza parlare, affidandoti al corpo e all’ascolto. Che cosa ti ha fatto scoprire Paola Randi sul mestiere dell’attore?

Forse è stata soprattutto una lezione di umiltà. Ho sbattuto la testa contro il fatto che il personaggio fosse molto diverso da me. Io ho voglia di parlare, di esprimermi, di scherzare, di ridere. Però Davide non ha la stessa energia che ho io.

Paola mi ha fatto capire che il vero lavoro di entrare in un personaggio è anche esserlo un po’ fuori, mentre sei sul set. Mi ha aiutato a gestire la mia spavalderia, a capire che in quel caso non mi aiutava. Quindi, piano piano, ho iniziato ad avere un altro atteggiamento: più ascolto, più attenzione al mondo intorno. Sento che recitare con uno sguardo meno concentrato su se stessi, più silenzioso, più in ascolto di quello che accade fuori, può arricchire la mia recitazione.

Tu e Giulia appartenete alla stessa generazione. Nel film il controllo si manifesta attraverso comportamenti quotidiani, la gelosia, le pretese, l’invasione della libertà dell’altro. Perché è ancora così difficile riconoscere il momento in cui una relazione diventa possesso?

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In realtà, noi siamo dentro queste dinamiche quanto voi. Voi avete educato noi; quindi, anche inconsciamente, ci portiamo dentro i modelli del patriarcato. Ma è più complesso di così. C’è tutto quello che culturalmente ci aspettiamo dal partner, le pretese che abbiamo, anche inconsapevolmente.

Spesso le relazioni tossiche soddisfano un bisogno profondo, colmano un dolore. Ed è difficile avere la lucidità di riconoscere che la persona con cui stai ti fa del male, perché alla sofferenza si accompagna la gratificazione di ottenere ciò di cui senti di avere bisogno. Lasciare quella relazione significa affrontare la solitudine, le proprie paure. E durante l’adolescenza può essere terribile.

A volte è una merda essere adolescenti. Ma questi meccanismi esistono anche nelle famiglie dove c’è amore. Io ho due genitori fantastici, sono persone sensibili, eppure sono figlio del patriarcato. Me lo sento dentro, nonostante la sensibilità dei miei genitori. Adesso che sto crescendo me ne rendo conto e mi confronto anche con loro.

Secondo me è così difficile riconoscere questi schemi perché significa accettare che, a volte, stare da soli fa soffrire moltissimo.

Non trovi paradossale che il cinema si trovi a sensibilizzare i giovani sulla violenza di genere mentre esponenti del partito di Vannacci chiedono di bloccare la Fondazione Cecchettin nelle scuole, accusandola di criminalizzare i maschi?

Assurdo. Secondo me c’è una grande differenza tra l’arte e la politica. La politica semplifica, dà una sentenza e arriva a dire che il femminismo è pessimo perché criminalizza i maschi. L’arte, invece, dovrebbe restituire complessità, far emergere il conflitto. Ed è quello che spero questo film sia riuscito a fare.

C’è la tragedia di un ragazzo che soffre così tanto da commettere un gesto inaccettabile. L’arte ha la pazienza di osservare questa storia senza giudizio, dove la politica condannerebbe subito. E se osservi la storia di Giulia ti accorgi che il problema non è soltanto Filippo Turetta: è dentro di noi, dentro tutti noi. È il sistema culturale nel quale siamo immersi. E non è una robetta”.

L’educazione affettiva nelle scuole continua a dividere la politica. Secondo te come dovrebbe essere affrontata, perché non si riduca a una serie di prescrizioni su ciò che è giusto o sbagliato?

Educazione affettiva assolutamente sì, ma con esperti, persone che studiano davvero il fenomeno. Non basta che un insegnante legga in classe i dieci punti fondamentali della Fondazione Cecchettin. Serve qualcuno che sappia affrontare la complessità del tema.

Se dici a un ragazzo: “È sbagliato essere geloso della tua fidanzata”, non basta. La gelosia, se esiste dentro di te, devi prima riconoscerla e poi capire come gestirla, con l’aiuto di persone competenti. Non serve soltanto la buona volontà, servono professionalità e preparazione.

Questo non significa sottovalutare gli insegnanti. Molti dei migliori esempi che ho avuto erano persone capaci di prendersi cura degli alunni, anche in senso amorevole. Avere figure esterne alla famiglia che credono nella tua crescita umana è importantissimo.

Ma serve un piano nazionale di esperti che aiuti i ragazzi a guardarsi dentro, non a trovare risposte immediate, perché sarebbero finte. Imparare a gestire il rapporto con gli altri è un percorso che comincia da piccoli e continua per tutta la vita.

Il film arriverà anche nelle scuole?

Sì, lo porteremo nelle scuole. Il 3 novembre ci sarà una proiezione nazionale, credo con un collegamento online con scuole di tutta Italia.

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