Dalla guerra impensabile alla pace dimenticata: come l’Europa si è abituata ai conflitti senza fine
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Dalla guerra impensabile alla pace dimenticata: come l’Europa si è abituata ai conflitti senza fine

In La guerra a cui nessuno credeva, Shaun Walker racconta errori, illusioni e sottovalutazioni che precedettero l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Dalla guerra impensabile alla pace dimenticata: come l’Europa si è abituata ai conflitti senza fine
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31 Maggio 2026 - 23.28


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di Antonio Salvati

Oggi si discute di guerra e armamenti, di riarmo, e poco di pace. La guerra a tanti preoccupa di meno. Fare la guerra, per buona parte dell’opinione pubblica, non suona così scandaloso o innaturale, ha sostenuto Andrea Riccardi. Si pensa che la guerra sia questione di altri, anche se poi gli altri non sono poi così lontani. Ucraina, Palestina e Iran non sono più guerre lontane, ma eventi che ci riguardano direttamente, che bussano alle porte dell’Europa e interrogano l’Occidente sul suo ruolo nel mondo globale. È, dunque, tornata la guerra, hanno detto e scritto non pochi, in alcuni casi con malcelata e insensata soddisfazione. Si dice sia realismo, più spesso – ha osservato lo storico Adriano Roccucci, esperto di cose russe – «è ideologia di chi la realtà della guerra non la conosce, o tutt’al più la prende in considerazione a distanza, online». Dulce bellum inexpertis, scriveva Erasmo da Rotterdam: «La guerra è dolce per coloro che non la conoscono». La “barca” europea – hanno osservato Mauro Ceruti e Edgar Morin – si trova oggi a fluttuare in un mondo dove risorgono pulsioni autoritarie e imperiali, sia a Oriente sia a Occidente. Imperialismi complici o antagonisti minacciano l’Europa dall’esterno.

Per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo innanzi tutto saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Non significa divenire accademici o esperti, ma seguire con costanza e attenzione il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune.

Ci aiuta un piccolo ma denso volume del giornalista britannico del quotidiano The Guardian Shaun Walker, La guerra a cui nessuno credeva. Perché Kiev e i servizi segreti europei hanno ignorato gli allarmi sull’invasione dell’Ucraina (Internazionale Extra Large 2026 € 7,00 pp. 72). Walker racconta – attraverso un’inchiesta basata su più di cento interviste a funzionari, politici e diplomatici europei, russi e ucraini – che negli ultimi mesi del 2021 i servizi d’intelligence di Stati Uniti e Regno Unito avevano accumulato un gran numero di indizi e informazioni che attestavano con certezza che la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina. Eppure, convinti che un’azione simile fosse del tutto irragionevole dal punto di vista militare, politico ed economico, i paesi europei – e soprattutto Kiev – non presero sul serio i loro avvertimenti.

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La storia raccontata in queste pagine è quella di uno spettacolare successo dell’intelligence, ma anche dei suoi tanti errori. La Cia e l’MI6 (i servizi segreti esteri britannici) avevano individuato correttamente il rischio di un’invasione, ma ne avevano sottovalutato gli effetti, ipotizzando una rapida vittoria russa. Dalla vicenda emerge anche il fallimento dei servizi di intelligence europei, incapaci di accettare l’idea di una guerra su vasta scala in Europa nel ventunesimo secolo. A gravare sulla memoria collettiva, impedendo una corretta valutazione dei fatti, c’era – spiega Walker – il controverso dossier usato nel 2003 per giustificare l’invasione dell’Iraq, «un precedente che alimentava la diffidenza verso gli Stati Uniti rispetto a quella che sembrava poco più che una previsione fantasiosa». Il punto fondamentale è che il governo ucraino era del tutto impreparato di fronte a un attacco ormai imminente. Per mesi il presidente Volodymyr Zelenskyj aveva liquidato gli avvertimenti statunitensi, via via più insistenti, come ingiustificato allarmismo, minimizzando anche le preoccupazioni espresse appena prima del conflitto dai vertici militari e dell’intelligence ucraina, che alla fine decisero in autonomia di prepararsi alla guerra, aggirando le indicazioni della leadership politica. «Nelle ultime settimane i responsabili dei servizi segreti avevano cominciato a capire. Il clima era cambiato. Ma i leader ucraini si sono semplicemente rifiutati di accettare la realtà fino all’ultimo momento», ha raccontato un funzionario dell’intelligence statunitense.

I primi indizi del piano di Putin sono emersi nella primavera del 2021, quando le truppe russe hanno cominciato ad ammassarsi lungo i confini dell’Ucraina e in Crimea, occupata da Mosca dal 2014, ufficialmente per condurre delle esercitazioni militari. Nell’estate del 2021 Putin pubblica un lungo saggio sulla storia dell’Ucraina Risale fino al IX secolo per sostenere che la «vera sovranità dell’Ucraina è possibile solo in un partenariato con la Russia». Quel testo inquietò diverse capitali, ma a Londra e a Washington l’attenzione era monopolizzata dal caotico ritiro dall’Afghanistan. A settembre l’esercito russo riprese ad ammassare soldati lungo i confini con l’Ucraina e le dimensioni della mobilitazione erano difficili da ignorare. A metà novembre Ben Wallace, ministro della difesa del Regno Unito, in una visita a Kiev comunica a Zelenskyj che Londra considerava l’invasione russa inevitabile: era solo questione di tempo. Lo invita a predisporre le difese del paese. Il leader ucraino reagisce in modo piuttosto passivo. Del resto, Zelenskyj era stato eletto nel 2019 con un programma incentrato sulla necessità di negoziare con Mosca per mettere fine al conflitto scatenato dalla Russia nell’est dell’Ucraina nel 2014. A quel punto non credeva più a un accordo con Putin, ma temeva – spiega Walker – che parlare apertamente di un conflitto più ampio potesse scatenare il panico nel paese. Questo avrebbe potuto innescare una crisi economica e politica, facendo crollare l’Ucraina senza che la Russia dovesse mandare nemmeno un soldato oltre il confine. Zelenskyj sospettava che fosse questo il vero piano di Putin. Inoltre, a Kiev prevaleva la convinzione che gli avvertimenti statunitensi fossero esagerati. Da otto anni l’Ucraina combatteva contro milizie sostenute dai russi nel Donbass, ma l’idea di una guerra su vasta scala – con missili, carri armati e truppe in marcia sulla capitale – era considerato da tante diplomazie inimmaginabile. Un funzionario dei servizi di un paese europeo confidò: «Pensavano davvero che non sarebbe successo nulla, che fosse tutta propaganda. Il massimo immaginabile era uno scontro nel Donbass».

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Tutta la pianificazione strategica dell’attacco russo era organizzata nel quartier generale dello stato maggiore nel centro di Mosca: era lì che i piani di guerra venivano redatti e perfezionati, all’insaputa di parte dei vertici dell’esercito. Solo pochi funzionari non militari erano al corrente del piano. Anche il ministro degli esteri Sergej Lavrov non ne era al corrente. Anche se per farlo funzionare il piano militare servivano – come sostenne il giornalista statunitense Bob Woodward citando una “fonte umana nel Cremlino” – così tante operazioni che mantenere la segretezza era molto difficile. Ma Putin fece di tutto per nascondere le sue intenzioni anche alla maggior parte del suo entourage. Fino a poche settimane prima dell’attacco solo una manciata di persone conosceva i piani dell’invasione.

Secondo alcuni servizi d’intelligence europei uno dei motivi della diffidenza era legato alla convinzione che Putin fosse un leader sostanzialmente razionale, non intenzionato – secondo loro – a intraprendere un piano destinato a fallire. Secondo stime russe – spiega Walker – raccolte da un’agenzia occidentale, Mosca stimava che appena il 10 per cento degli ucraini avrebbe combattuto contro gli invasori russi, mentre il resto della popolazione avrebbe sostenuto, o accettato a malincuore, l’occupazione. Una valutazione decisamente ottimistica: anche solo il 10 per cento significava circa quattro milioni di persone. La forza ammassata dalla Russia, secondo gli europei, non sarebbe stata sufficiente per affrontare una resistenza simile.

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Perfino la Polonia, tradizionalmente intransigente nei confronti della Russia, riteneva impossibile un’invasione su vasta scala. La Polonia aveva una buona conoscenza della vicina Bielorussia, dove erano schierate le forze che avrebbero potuto avanzare su Kiev da nord, apparentemente le più deboli di tutte. Sembrava che dovessero servire principalmente ad allontanare l’attenzione e la potenza di fuoco ucraina dal Donbass, non certo una forza in grado di combattere e di occupare gran parte del paese.

A quattro anni di distanza, questi eventi offrono lezioni importanti su come vengono raccolte e analizzate le informazioni d’intelligence. Con il mondo in una fase di crescente instabilità, forse l’insegnamento più rilevante è che escludere uno scenario perché in un determinato momento sembra impensabile o irragionevole può rivelarsi un errore molto grave.

Verrebbe da chiedersi: quattro anni di guerra in Ucraina hanno insegnato qualcosa? La guerra – per tornare alle parole di Andrea Riccardi – sembra riabilitata come strumento per raggiungere i propri obiettivi o risolvere i conflitti, mentre la pace è troppo spesso considerata un sogno da anime belle o un’utopia del passato. Non si trova la via per uscire dalla morsa che attanaglia gli ucraini: bombardamenti, profughi, morti, feriti, mutilati. Uno dei mali del nostro tempo è l’assuefazione al dolore degli altri. Noi italiani ed europei, che abbiamo goduto di una lunga pace, purtroppo l’abbiamo considerata scontata. Oggi le guerre si eternizzano; lo sanno bene i popoli di tanti Paesi, troppo spesso dimenticati: il Mali, la Somalia, il Sudan, la RDC, Il Myanmar, Gaza, per citarne alcuni. Il cardinale Matteo Zuppi ha ricordato recentemente che siamo tutti sempre chiamati «alla speranza di poter realizzare un mondo migliore: una consapevolezza che deve essere propria anche della Chiesa, capace di parlare al cuore e mettere l’io in relazione al noi». E ha poi ribadito l’invito a sentire in noi «la ferita delle guerre che “si eternizzano”, e che quindi non fanno bene all’ecologia umana». Anche perché «se oggi la pace diventa solo una tregua, vuol dire che non abbiamo capito nulla della generazione di uomini e donne che ci hanno preceduto e che hanno dato la vita» per eliminare i conflitti.

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