di Alessia de Antoniis
«Il nostro compito non è divertirci, ma far divertire chi giocherà con noi».
Un frase agghiacciante che riassume Bambole da collezione, presentato in prima nazionale a Primavera dei Teatri 2026 dalla compagnia Le Lila. L’educazione sentimentale della brava bambina, poi brava ragazza, poi brava donna. Sorridi. Non disturbare. Non desiderare troppo. Non godere prima tu. Lascia che qualcuno giochi con te, possibilmente senza rovinare la confezione.
Una bambola da collezione vale di più se nessuno l’ha toccata, se la scatola resta chiusa, se il sigillo tiene. Da questa immagine parte Bambole da collezionee: il corpo femminile come oggetto da conservare, valutare, proteggere, rimettere eventualmente a nuovo. Non un corpo vivo. Un corpo garantito.
Scritto da Erica Fusini, con la regia di Cristiana Vaccaro, lo spettacolo nasce da testimonianze reali attorno alla verginità, ma non cade nella trappola del “raccontami il tuo trauma che poi ci commuoviamo tutti”. Fusini e Vaccaro costruiscono un dispositivo corale, una piccola macchina scenica dove cinque figure esposte, truccate, educate e desiderabili vengono attraversate da un repertorio di voci che parlano prima di loro, sopra di loro, al posto loro.
Alessia Debandi, Erica Fusini, Sara Morassut, Miriam Nicolosi e Marta Porfiri portano in scena questa macchina con una freschezza che fa bene al lavoro. Non hanno ancora una forma perfettamente levigata, e meno male: sarebbe stato il modo più rapido per imbalsamare uno spettacolo che parla proprio di corpi messi in vetrina. Hanno energia, ritmo, sfrontatezza, qualche inciampo fertile. Si muovono tra gioco e ferocia senza lucidare troppo la superficie.
Il nodo non è solo la verginità: è la fabbrica dell’immaginario femminile: fiabe, religione, maternità, purezza, amore romantico, decoro, giudizio sociale. Prima ancora del corpo ci sono le storie che gli spiegano come dovrà stare al mondo.
La ragazza che racconta la Sirenetta non sta raccontando una favola. Sta passando un manuale di autosacrificio. La Sirenetta non è una storia d’amore. È la cronaca di una ragazza che rinuncia alla voce, modifica la propria natura e si annulla per un uomo che sceglie un’altra. Si suicida. Se fosse scritta oggi, probabilmente la chiameremmo relazione tossica. Siccome è una fiaba, la regaliamo alle bambine. E la chiamiamo storia d’amore.
Lo spettacolo non si limita a dire che le fiabe sono tossiche. Le apre, le lascia sanguinare, mostra il trucco sotto la cipria. La bambina ascolta, la donna eredita, il corpo paga. Una catena di montaggio. Solo che invece dei bulloni produce brave ragazze.
Poi arriva il sacro. Invocazioni mariane, maternità come destino, purezza come valore da custodire, rinuncia come virtù. Non folklore. Sono istruzioni ancora attive, frasi che modellano il modo in cui una donna viene guardata e, peggio, il modo in cui impara a sorvegliarsi da sola.
In questo paesaggio la verginità smette di essere un dato biologico o una scelta intima. Diventa valore di scambio, certificato di garanzia, packaging. Il passaggio sulla “seconda prima volta”, sul sapone della verginità, sulla purezza trasformata in prodotto è uno dei più riusciti: una televendita oscena e comica dove la morale diventa marketing e il corpo femminile merce ricondizionata. Fa ridere. Malissimo, ma fa ridere.
Il quiz sulla verginità aggiunge un altro strato: non più soltanto educazione antica, ma ignoranza contemporanea con la grafica da gioco a premi. Si ride, ma con quel fastidio dietro la nuca di quando capisci che l’assurdo ha un pubblico, dei sostenitori, forse anche qualche rappresentante istituzionale.
E poi c’è la scatola. Restare chiuse significa valere. Uscire significa perdere prezzo. Bambole da collezione ribalta perfino la malinconia di certi giocattoli mai usati: Stinky Pete, il giocattolo mai uscito dalla scatola di Toy Story 2 era disperato perché nessun bambino lo aveva scelto. Qui il meccanismo è più infame: alla bambola femmina si chiede di essere scelta e insieme di restare nuova. Disponibile, ma non usata. Esposta, ma non libera.
La frase «se non mi sostenete, cosa faccio da sola?» arriva come una crepa. Non è l’inno Instagram alla sorellanza. È la denuncia del vuoto quando il sostegno resta dichiarazione e non diventa gesto.
Il mantra “non troppo, non troppo poco” è la formula più esatta della gabbia. Non troppo libera, non troppo pura. Non troppo desiderante, non troppo fredda. La femminilità ben educata è una trattativa infinita con lo sguardo altrui.
Le Lila firmano un lavoro ancora giovane, a tratti da stringere. Alcune traiettorie potrebbero asciugarsi, alcune immagini respirare. Ma c’è materia viva, urgenza riconoscibile, e un’immagine centrale capace di tenere insieme corpo, mercato, fiaba e addestramento sociale.
Non raccontano soltanto la verginità: la usano come cavallo di Troia. Raccontano il prezzo simbolico che viene ancora applicato ai corpi femminili. E il momento, disturbante e necessario, in cui l’oggetto esposto comincia finalmente a guardare chi lo guarda.
Bambole da collezione Primavera dei Teatri 2026, Teatro San Girolamo Prima nazionale, 28 maggio 2026 Testo: Erica Fusini | Regia: Cristiana Vaccaro Con: Alessia Debandi, Erica Fusini, Sara Morassut, Miriam Nicolosi, Marta Porfiri Produzione: Compagnia Le Lila Costumi: Eleonora Lipuma Aiuto regia: Veronica Buccolieri, Giulia Balboni