di Mariano Sabatini
Dramma semiserio di inattesa e misteriosa gestazione paterna in un interno. Semiserio perché si sorride anche, eccome se si sorride e si ride persino. È in estrema sintesi il nucleo drammaturgico del coinvolgente testo di Stefano Ferrara, andato in scena nel romano Teatrosophia, dal titolo “Il gioco delle forme”: triangoli, quadrati, rettangoli, cerchi che solo la fantasia più libera e gioiosa può divertirsi a ricombinare nei modi meno consueti o prevedibili. Già, perché non ci si pensa mai che certi giochini didattici, in apparenza innocui, possono allenare i più piccoli al conformismo, alla ripetizione coatta di dannosi stereotipi mentali, ai quali si finisce per aderire in modo acritico. Ed è invece necessario e bello rimanere accoglienti verso le mirabili sorprese della vita.
Chi lo dice che in un cerchio non entri un quadrato? O che in un rettangolo non possa incastrarsi bene un triangolo? Allo stesso tempo chi ci dice che un maschio, etero e cisgender non possa ritrovarsi con un pancione, alle prese con le angosce, i dolori, i pesi alle caviglie di un feto che gli cresce nella pancia. A regalare a un pubblico folto e attentissimo (con qualche inevitabile mugugno di fastidio per le tematiche che serpeggia alla fine) uno spettacolo di oltre un’ora e mezza, sempre da solo in scena, in un monologo che passa dall’introspezione ai tentativi di dialogo provocatorio con gli astanti, è l’eccellente Bruno Petrosino, 34 anni, di origini salernitane. Un attore giovane, ma con un solido e articolato percorso teatrale alle spalle – si legge sul comunicato stampa. – Un volto dai tratti inconfondibili che ha già conquistato il pubblico nella prima parte della stagione con Nessuno dopo di te. Petrosino torna in scena con un monologo intenso e delicato: un atto di resilienza gentile, un invito ad andare oltre le apparenze, a mettere in discussione l’idea che esista una forma “giusta” in cui incasellarsi. Un augurio sincero: imparare ad amare qualcuno per ciò che custodisce dentro.
Petrosino è Emidio, un uomo incinto come Marcello Mastroianni e Arnold Schwarzenegger nei relativi film. Il motivo per cui lo sia non è noto, è così e basta (in realtà poi un’ipotesi si farà), è come il miracolo del concepimento di Gesù, solo che non c’è stato nessun arcangelo fluttuante ad annunciarglielo. Come comportarsi in questi casi? Come dare una spiegazione razionale a qualcosa che capita e basta, un qualcosa di extraordinario che rende straordinarie queste vite ordinarie? Emidio è un uomo incinto che soffre il concetto atavico di genitorialità. Com’è possibile poter sacrificare la propria vita per dare al mondo un’ulteriore bocca da sfamare, proprio lui che, a detta sua, tornando indietro, non ci metterebbe proprio piede su questo mondo? Emidio è un uomo incinto che non sa accudire e pensa solo ai fatti suoi. Non vuole assumersi la responsabilità di sé stesso, figuriamoci di un altro. Emidio è un uomo incinto che quando si siede non sta mai comodo, che cambia sempre posa della schiena, che beve l’ultimo goccio della bottiglia.
Petrosino, bravissimo, padrone del palcoscenico, ineccepibile nelle trasmutazioni di umore del personaggio, in una lunga rapsodica danza di sensi e senso, mette la sua imponente fisicità al servizio dell’indesiderata gestazione e in modo carismatico induce il pubblico a ripetere con lui “siamo genitori di merda”. Inutile negarlo, spesso è vero. Soprattutto se nell’egoismo di gestire i figli secondo i nostri desideri dimentichiamo di spingerli per tempo fuori dal nido e ne facciamo nostri bolsi cloni. In una dipendenza affettiva che li avvilisce e spersonalizza. E se ci volesse un padre, un padre in grado di partorire con dolore (già ma da quale orifizio?), per trovare il coraggio di concedersi e rispettare il privilegio della libertà, nostro e altrui? Libertà anche di non nascere. Di immaginare. Di opporsi all’inesprimibile e irriducibile.