Esce oggi, 14 maggio, nelle sale italiane Il Principe della Follia, il nuovo film scritto e diretto da Dario D’Ambrosi, presentato in anteprima alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Proiezioni Speciali. Prodotto da Giovanni Saulini e Silvia Innocenzi per Red Post Production e distribuito da Notorious Pictures, il film porta al cinema un racconto duro, disturbante, non pacificato, attraversato dalla fragilità umana, dalla malattia, dalla disabilità e dalla dignità degli invisibili. Nel cast Stefano Zazzera, Carla Chiarelli, Mauro Cardinali, con la partecipazione di Alessandro Haber e Andrea Roncato.
Ma Il Principe della Follia non è, o almeno non è soltanto, un film “sulla disabilità”. Sarebbe una definizione comoda e insufficiente. Il film guarda ciò che normalmente viene rimosso: non solo il corpo fragile, ma tutto ciò che quel corpo produce intorno a sé. La casa che si chiude. La famiglia che resiste finché può e poi si spezza. I fratelli, le madri, i padri, chi resta, chi non scappa, chi si ammala senza avere diritto a essere considerato malato.
D’Ambrosi, fondatore del Teatro Patologico, non edulcora nulla. E, in un Paese in cui l’assistenza resta terreno di tagli, rifinanziamenti parziali e famiglie lasciate troppo spesso sole, Il Principe della Follia sceglie un’altra strada: non consola, non assolve, non trasforma la sofferenza in messaggio edificante. La sbatte davanti allo spettatore e gli chiede di restare.
Un film che arriva dopo oltre quarant’anni dall’ingresso di D’Ambrosi al Paolo Pini di Milano. Perché ora?
Dopo Sanremo mi sono reso conto ancora di più di quante famiglie, in Italia, vivano ogni giorno il problema della disabilità mentale. Ho sentito che serviva un film di rottura, un film capace di denunciare quella condizione di abbandono. Doveva essere forte, provocatorio. E credo che Il Principe della Follia lo sia.
Lo definisco il mio “Joker italiano”, ma è un Joker autentico: quello americano recitava, questo invece soffre e vive. Ti fa vivere le sue emozioni attraverso lo schermo. Spero davvero che tanta gente lo veda, soprattutto le famiglie che abbiamo incontrato e che sanno quanto si possa essere lasciati soli in questo Paese.
Nel film la fragilità non viene nascosta: viene esposta, sbattuta sullo schermo, quasi venduta. È una metafora o un’accusa precisa al modo in cui oggi consumiamo il dolore degli altri?
È proprio voluto. In questi anni molti hanno affrontato il tema della disabilità, ma spesso senza avere davvero qualcosa da denunciare. Si sono fatti film, documentari, lavori di persone che non conoscono quel mondo, che non lo hanno vissuto. Io mi sono permesso di fare un film potente dopo quarant’anni, dopo aver curato e assistito 1700 ragazzi. Non credo ci sia uno psichiatra al mondo che abbia conosciuto tanti casi clinici quanti ne ho visti io, pur non essendo psichiatra.
Per questo non volevo fare un film pietistico. Volevo sbattere in faccia alla gente la realtà delle famiglie che vivono queste situazioni: famiglie che si spappolano, si spaccano, diventano anche violente nel tentativo di affrontare il problema della disabilità.
Che cosa le fa più rabbia del modo in cui normalmente viene raccontata la disabilità?
Mi fa rabbia quando viene raccontata per farne un manifesto, una pubblicità. Si dice: “grazie allo spettacolo abbiamo fatto inclusione”. Ma di che cosa stiamo parlando? Non c’è nessuna inclusione, se poi non esiste la possibilità concreta di dare una vita dignitosa e di aiutare queste famiglie.
Ho vissuto e sofferto quarantacinque anni accanto ai malati di mente. Ho anche rischiato la vita lavorando con loro. Per questo dico che spesso è pura pubblicità.
Con Stefano Zazzera il rischio era enorme: che lo spettatore guardasse più la malattia che l’attore. Come ha lavorato per evitarlo?
All’inizio avevo pensato a un attore come Claudio Santamaria, Riccardo Scamarcio. Poi a un certo punto il ruolo doveva farlo Marco Bocci e avevamo anche cominciato a ragionare sulle protesi, perché potesse rappresentare il Parkinson.
Poi un giorno ho rivisto Stefano e ho capito che era lui il protagonista del mio film. Lui mi disse: “Ma io non ho mai fatto l’attore”. Ho avuto la fortuna di lavorare con Mario Pizzuti, acting coach straordinario, che ha seguito tra gli altri Penélope Cruz nei suoi film italiani e il cast di Romanzo criminale – La serie. È stato lui a portare Stefano davanti alla macchina da presa. Certo, non è stato semplice: quando Stefano aveva crisi molto forti, a volte nemmeno la camera riusciva più a seguirlo. È stata un’impresa enorme, ma con un risultato straordinario.
Il teatro mantiene una distanza. Il cinema entra addosso ai corpi, li ingrandisce, li registra. Ha avuto paura che la macchina da presa diventasse troppo violenta?
Sì, ci sono stati momenti che ho dovuto tagliare, perché capivo che saremmo andati troppo oltre. Il direttore della fotografia, Davide Leone, e io ci siamo guardati e ci siamo chiesti: che cosa vogliamo fare? Vogliamo rompere davvero lo schema cinematografico o vogliamo restare dentro la possibilità di entrare in una sala cinematografica?
Alla fine ho detto: no, voglio andare in sala. E quindi abbiamo tagliato anche cose molto violente, impossibili da presentare.
Una delle scene più dure è quella a tavola, quando la madre dice al figlio: “Tu sei una persona normale, non puoi capire”. E lui esplode: “Io normale? Guarda come mi vesto, come mi trucco”. Poi urla al fratello disabile: “Io l’ho fatto per te, per sentirmi una merda come te. Potevo andarmene e sono rimasto”. È una scena devastante, perché mostra il dolore di chi resta accanto alla malattia.
In quella scena ci sono grandi attori. Alessandro Haber, che resta quasi in silenzio, per me è il più grande attore teatrale vivente. Ma sono straordinari anche Carla Chiarelli e Mauro Cardinali.
Dentro quella scena, però, c’è una crudeltà vera. Io ho assistito a situazioni devastanti, a famiglie che si spappolano davvero a causa della disabilità. Spesso quelli che soffrono di più sono le persone vicine: i fratelli, le sorelle. A un certo punto diventano loro stessi più gravi a livello patologico. Vivono una grande emarginazione, una grande frustrazione, e ogni giorno portano sensi di colpa che non dovrebbero avere, ma che si creano.
Quando lui dice “guarda come mi sono ridotto”, sta dicendo proprio questo: mi sono ridotto così per farmi vedere ridicolo come il mondo vede ridicolo te.
Quindi il film non racconta soltanto la disabilità, ma la disabilità attorno alla disabilità?
Sì, proprio questo. Lo hai descritto con due parole. Era l’intento, era il progetto.
La famiglia del film non è mostruosa. È sfinita, logorata, non ce la fa più. Era già questa la sua idea dall’inizio?
Sì, era già nel progetto. Però non la immaginavo così vera, così cruda, così potente e provocatoria. Quando al cinema arriva quella scena, non vola una mosca. È un pugno allo stomaco.
Lei non addolcisce mai la sofferenza. Oggi invece abbiamo spesso bisogno di raccontarla con parole più morbide: nessuno muore più, “se ne va”; nessuno ha un cancro, ha “un brutto male”. Nel suo lavoro questa delicatezza non esiste. È una scelta?
Sì. Dopo tanti anni, se fossi stato falso o non sincero, sarebbe stato evidente a chi conosce il mio lavoro. La mia madre teatrale, Ellen Stewart, mi diceva sempre: “Usa la violenza, se serve. Usala per difendere il tuo lavoro, per difendere i tuoi malati di mente”.
Avevo bisogno di raccontare una storia sincera, pura, vera. Una storia senza falsità. Molta gente che mi vede lavorare con i ragazzi malati resta sconvolta da quanto mi arrabbio, da quanto li tratto come attori veri. Alcuni pensano che a teatro debba esserci pietismo, che bisogna essere sempre carini, dare sempre ragione. Io invece dico cose anche molto dure. È il mio percorso, il percorso di Dario D’Ambrosi e del Teatro Patologico.
Il buonismo nasce spesso da un senso di colpa: io sono sano, tu sei malato, quindi ti tratto con accondiscendenza…
Sono pienamente d’accordo. Spero davvero che il Teatro Patologico venga riconosciuto come una delle esperienze più forti di questo momento, perché il 10 ottobre andremo all’ONU per dimostrare che la teatroterapia può diventare una cura psichiatrica. Sarebbe una rivoluzione mondiale.
Oggi si parla molto di inclusione. È una parola che le basta o le sembra troppo pulita?
Secondo me è una parola molto falsa. Si parla di inclusione, ma non c’è inclusione da nessuna parte. Si raccontano alcune esperienze come se bastassero a dimostrare che un Paese include davvero le persone disabili, ma non è così. Soprattutto quando parliamo di disturbi psichici gravi, schizofrenia, psicosi, depressioni importanti.
Lei non vuole che Il Principe della Follia venga definito solo un film sulla disabilità. Allora che film è?
È un film che racconta le difficoltà di tutte le famiglie. Anche quelle che non vivono il problema della disabilità, ma magari vivono quello del bullismo, che tante volte può essere altrettanto drammatico. È una storia sulle famiglie, su quello che le famiglie attraversano, su quello che le può distruggere.
Argomenti: Cinema