Wonder Woman al teatro Vascello: la legge come violenza
Top

Wonder Woman al teatro Vascello: la legge come violenza

Latella porta in scena l’assoluzione per stupro di Ancona: la gente che “mormora”, la legge che assolve, il corpo che resiste. Teatro civile per un mondo incivile

Wonder Woman - Antonio Latella - teatro Vascello - recensione di Alessia de Antoniis
Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti - Wonder Woman di Antonio Latella
Preroll

Alessia de Antoniis Modifica articolo

18 Gennaio 2026 - 17.48


ATF

di Alessia de Antoniis

Non c’è soglia. Non c’è tempo per prepararsi. Il teatro è buio. Poi la luce si accende anche in platea e resta accesa. Nessuna protezione, nessuna distanza di sicurezza. Non guardi al riparo del buio: sei esposta. È così che Wonder Woman decide il suo campo di battaglia: non la scena, il giudizio.

Il patriarcato, qui, non coincide con un genere: è uno schema culturale. Lo dimostra il paradosso che sta al cuore della vicenda e del testo: un collegio giudicante composto da donne costruisce l’assoluzione su un pregiudizio estetico e identitario. La violenza non ha bisogno dell’uomo in quanto tale; le basta una grammatica condivisa.

Il lavoro di Antonio Latella catapulta lo spettatore dentro una sentenza come la ragazza fu catapultata nella violenza.

Wonder Woman porta in scena un caso reale: nel 2017 la Corte d’Appello di Ancona assolse due giovani dall’accusa di stupro ai danni di una ragazza peruviana. La motivazione: sul cellulare di uno dei due stupratori, la vittima era registrata “Vichingo”. Troppo brutta, troppo mascolina per essere desiderabile. Ergo: non stuprata.

Wonder Woman sembra procedere per quadri, ma è un unico rito che cambia liturgia.

Un rito che non comincia in tribunale: comincia fuori, dove la comunità si traveste da prudenza. «Il paese è piccolo e la gente mormora. Mormora. Mormora. Mormora.» Anche mormorare è un rito, dove si sorveglia, si corregge, si anticipa la sentenza. «La denuncia è una cosa grave… può rovinarti la vita per sempre.» E quando l’intimidazione non basta, arriva il sigillo: «a quelli come te non crede mai nessuno.»

È una sentenza popolare, detta a bassa voce perché funzioni meglio: non ti proibisce di parlare, ti persuade che parlare è inutile. Perché non è la violenza a essere incredibile, è la credibilità della vittima a essere negoziabile. «Soprattutto la denuncia di un’extracomunitaria che viene stuprata.»

In scena Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti: vestite di nero, scarpe rosse, armate di microfoni con filo rosso che diventano lacci della verità, cordoni ombelicali, fili di sangue. Quattro corpi, una voce: una fusione che non le confonde. Nelle parti corali sono perfettamente all’unisono. Non come “brave attrici che hanno imparato la parte”, ma come un organismo unico. E quando si frammentano, lo fanno in una polifonia accusatoria in cui il confine tra vittima, giudice, imputato e testimone si frantuma colpendo il pubblico muto. Inerme. Ipnotizzato.

Latella sposta poi la battaglia dal campo dell’opinione a quello della carne.

Una vittima che attraversa ventisette gironi: non quelli di un altrove mitologico, ma quelli del sistema. Interrogatori, esami ginecologici, test tossicologici, trasfusioni di sangue, ricostruzioni chirurgiche. Il corpo diventa referto vivente, macchina della verità che non mente: l’imene deflorato, le escoriazioni vaginali, l’emorragia che richiede un intervento d’urgenza. Il corpo diventa prova, ma la sentenza può permettersi di scrivere: “non si riscontrano lesioni esterne”. Una legge che non è più cornice: è parte attiva della violenza.

Wonder Woman è un flusso senza tregua. Un testo in cui tre registri linguistici collidono con violenza: il linguaggio asettico della sentenza (“La Corte di appello presume che i rapporti sessuali non siano stati caratterizzati né da violenza né costrizione”), il flusso di coscienza traumatico della vittima durante lo stupro (il conteggio ossessivo delle trentatré birre che diventa litania), e lo stillicidio degli interrogatori in questura.

«Lo stupratore sei tu! Le guardie! I giudici! Lo Stato! La Chiesa!» riecheggia nel teatro come quel “¡El violador eres tú!” delle femministe sudamericane. Lo stupratore non è solo l’individuo che penetra con violenza, ma il sistema che normalizza, minimizza, assolve. «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!»: è il teatro di Latella che recupera la funzione di agorà. Non più la piazza che giudica, ma la piazza che risponde. Tutti lì, insieme, sotto la stessa luce.

E quando, alla fine, la parola non basta più, arriva una lunga danza tribale: non catarsi borghese, ma liberazione arcaica. Quando la parola non regge più il peso del rito, resta il corpo. Non come metafora, ma come necessità primordiale. La danza: un gesto che non chiede consenso né comprensione. Che non risolve, non assolve, non ripara. Scioglie. Restituisce al corpo ciò che il linguaggio istituzionale aveva sequestrato: ritmo, peso, respiro. E in quel movimento collettivo – ancora una volta quattro e una – il teatro non spiega nulla. Espone una possibilità: che la verità non debba sempre passare dalla credibilità, dalla coerenza, dalla forma giusta della testimonianza; che esista un livello più profondo, irriducibile, in cui il corpo c’è e resiste.

Credo esista una linea netta tra buon teatro, ottimo teatro, e la magia del teatro. La seconda romana di Wonder Woman (al teatro Vascello fino al 18 gennaio) è stata sicuramente una magia. Un’alchimia tra testo, recitazione e performance. Una di quelle occasioni in cui esci in strada, cammini, e sei scossa. Non è testa né cuore: è ogni singola cellula del tuo corpo che continua a sentire. E ti ricordi cosa rende unica quell’antica arte che resiste ancora oggi per condividere idee, pensieri, emozioni. Tutti lì, insieme, sotto la stessa luce.

WONDER WOMAN
di Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
Costumi Simona D’amico
Musiche e suono Franco Visioli
Movimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile
Durata 80 minuti

Info: 06 5881021 – 06 5898031

promozioneteatrovascello@gmail.compromozione@teatrovascello.it

Native

Articoli correlati