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Riccardo Chailly difende l'opera russa: "Quella musica non è propaganda per Putin"

Riccardo Chailly risponde al console ucraino a Milano Adrii Kartysh, che ha scritto al sovrintendente della Scala per chiedere di non aprire la stagione della Scala il prossimo 7 dicembre con un'opera russa, cioè Boris Godunov di Modest Musorgskij.

Riccardo Chailly difende l'opera russa:  "Quella musica non è propaganda per Putin"
Riccardo Chailly

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12 Novembre 2022 - 11.54


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A fianco dell’Ucraina sì ma attenzione a trasformare la difesa di un paese sovrano dall’invasione in una nuova russo-fobia che colpisce perfino la cultura e l’arte e in particolare la musica classica russa che è un patrimonio dell’umanità.

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«Siamo tutti con l’Ucraina in attesa che il conflitto termini, ma la politica e le sue conseguenze non possono essere coercitive per la cultura». Così il direttore musicale Riccardo Chailly risponde al console ucraino a Milano Adrii Kartysh, che ha scritto al sovrintendente della Scala Dominique Meyer, al sindaco Giuseppe Sala e al presidente della Regione Attilio Fontana per chiedere loro di non aprire la stagione della Scala il prossimo 7 dicembre con un’opera russa, cioè Boris Godunov di Modest Musorgskij.

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«Puskin e Musorgskij – dice Chailly, che sarà sul podio del Piermarini per l’inaugurazione della stagione lirica – sono elementi che hanno creato l’arte e la musica dell’Ottocento. Toccare loro sarebbe come farlo con Dante o Shakespeare. Il Boris Godunov è un’opera che racconta di un personaggio che per l’omicidio commesso per arrivare al potere pagherà un prezzo prima con la follia e poi con la morte. Quando si vedrà lo spettacolo, con l’interessante regia di Kasper Holten, ci si renderà conto che non c’è alcuna propaganda per Putin».

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«A un mese dall’inizio della guerra – ricorda Chailly dalle pagine del Corriere della Sera – con cento musicisti e un cast internazionale siamo saliti sul palco per esprimere la partecipazione del teatro in difesa dell’Ucraina. Il 4 aprile abbiamo diretto lo «Stabat Mater» di Rossini e quell’Amen, In sempiterna saecula fu il grido di dolore milanese contro la guerra. Una serata senza onorario e con i fondi raccolti (380 mila euro ndr) a favore dei profughi ucraini. Togliere dall’ascolto un capolavoro, che finisce con follia e morte dello zar, è penalizzare la cultura. L’idea è di collegare «Macbeth» con «Boris», legandoli all’abuso del potere che consuma e porta alla follia. Vogliamo abolire Shakespeare? A gennaio eseguiremo Ciaikovskij, poi un concerto per i 70 anni della morte di Prokofiev, genio ucraino. C’è mancanza di obiettività rispetto all’arte. L’arte non deve pagare lo scempio di quello che avviene dal 24 febbraio». 

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