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Undo Motherhood di Diana Karklin: un appuntamento preciso e circostanziato con l’amore e il dolore della maternità

Il coraggio di condividere l’intimità per smantellare le insidie di una potente istituzione conservatrice.

Undo Motherhood di Diana Karklin: un appuntamento preciso e circostanziato con l’amore e il dolore della maternità

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24 Maggio 2022 - 14.21


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di Francesca Parenti

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Esiste un solco profondo che segna la difformità tra l’apparenza (accettata e accettabile) e la verità (scomoda e fastidiosa). Accade sovente, complice la miopia del quotidiano, che di alcune scelte, situazioni e vicissitudini, non si discuta se non mantenendo sempre, o quasi, la medesima attitudine. Un dicktat accolto, dal sentore di ordine indilazionabile e imposizione tassativa, depaupera ogni possibilità di negoziazione dialettica o confronto proficuo. 

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Mi riferisco, nello specifico circoscritto e circostanziato, ad una scelta determinante, quella dell’essere madre. Più precisamente e con tono perentorio, alla maternità spesso considerata non come lieta possibilità, ma come obbligo: le donne sono concepite per concepire.  Punto, e senza a capo. Punto, e basta. Chi, tra esse, non compie questo passo è declassata al ruolo di femmina incompleta, come se la nascita fosse forzatamente duplice e, dunque, figlio e donna venissero alla luce insieme.

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Chi, per qualunque motivo, non ha dato la vita, si ritrova con il proprio percorso esistenziale macchiato indelebilmente da un’onta anacronistica di retaggio religioso, sociale, storico. Un lascito che, da un passato remoto e retrogrado, si è catapultato, con estremo ingombro, fino a noi; un tarlo di ottusità si è insinuato subdolamente e continua a lavorare senza soste previste. Così, il verbo dovere diviene despota, sovrano assoluto, dittatore nel governo di un mondo dominato in ogni pertugio. 

Ne deriva un sillogismo che di logico e consequenziale ha poco davvero; una deduzione prevede che le opinioni debbano essere le stesse, i comportamenti anche, le frasi fatte pure. E queste ultime devono essere abituali, accolte ed approvate. Ancora meglio, se la possibilità inalterabile di procedere si traduce in una marcia i cui passi sono scanditi a suon di forgiati stereotipi e luoghi comuni. Più che un ragionamento è un cortocircuito, autoalimentato da perbenismi e compiacenze.

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A complemento gravoso, la maternità deve essere un’esperienza, esclusivamente e senza opposizioni di sorta, positiva. Una parvenza limitante, in cui non sussiste nessun’altra chance. Ma una donna, per essere considerata pienamente tale, deve per forza essere madre? La maternità è, in via esclusiva, un’ininterrotta esperienza meravigliosa? E ancora, come si vive realmente il diventare e l’essere mamma?

La fotografa Diana Karklin (Mosca, 1981) ha affrontato, con ragguardevole temerarietà ed assoluta franchezza, questi ed altri interrogativi orbitanti intorno al focus della maternità, portando a compimento un progetto a lungo termine di durata quinquennale. Da pochi mesi, esso è divenuto un libro dall’eloquente titolo di Undo Motherhood(marzo 2022, Schilt Publishing, 340 pp., 60 €, lingua inglese).

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L’autrice smantella gli elencati pregiudizi intorno alla potente istituzione conservatrice, smonta comportamenti convenzionali e preconfezionati con una ricerca che è spietata e dura indagine, in quanto oltremodo sincera. Il suo racconto manifesta il lato controverso ed il dato discusso: è suadente come la texture di un velluto ed impattante quanto una caduta rovinosa sul cemento. Diana si avvale di due linguaggi: il supporto delle immagini e l’ausilio della parola, testimonianze entrambe provenienti da altre madri. Un’andatura narrativa e un’organizzazione che, al pari di una partitura musicale, sono sorrette da contrappunti tra passaggi, rimandi e salti azzardati; tra il basso (delle difficoltà) e l’alto (delle gioie) nell’alternanza inevitabile di note acute e gravi. Una composizione sostenuta da un pentagramma in cui le notazioni, eclatanti o sommesse, sono le chiavi per poter svelare prima, e dosare poi, il giusto carico interpretativo. 

Uno sguardo che si erge a schianto contro il miracolo del procreare e presa di coscienza di un atteggiamento divergente, forgiato attraverso un cambiamento di rotta ineludibile.  Un approdo inderogabile per chi è madre, per chi non lo è ancora, per chi non potrà esserlo, per chi lo sarà, per chi non vuole esserlo.  Per i padri, anche, siano essi presenti, assenti, impauriti, amorevoli, fuggitivi, inesistenti.

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Diana possiede fondamenta forti, rette da una posizione ferma, un parere lucido e convinzioni salde, espressi in stringenti linee guida: “Ho finito questo progetto quinquennale tre settimane dopo aver dato alla luce mio figlio. Sarò per sempre grata a quelle donne coraggiose che hanno condiviso con me la loro intimità e svelato le trappole della maternità come una potente istituzione conservatrice che, sin dalla più tenera età, ci spinge a diventare madri e ci abbandona, spesso a costo della nostra stessa vita. Grazie alle loro storie, ho potuto vedere oltre l’immagine idealizzata della maternità normativa e decidere veramente non solo se volevo essere una madre, ma soprattutto come volevo vivere questo viaggio. La mia più profonda speranza è che questo progetto possa aiutare altre persone a prendere la decisione giusta. E che influenzerà la discussione pubblica sui ruoli di genere e sulle strutture di potere nelle famiglie e nella società in generale.”

Undo Motherhood è esplorazione dei moventi intimi che spingono ad interrogarsi sulle scelte fatte. Le protagoniste sono donne che amano i loro figli e madri eccellenti secondo gli standard ordinari; eppure soffrono dell’oppressione derivante dal ruolo imposto che le ha derubate e private di porzioni del loro essere: senso di inadeguatezza, stanchezza (il sentirsi stremate o svuotate), rinuncia (agli spazi sociali, al riposo, alle aspirazioni lavorative), accantonamento (di sogni e desideri), fino alla cura di sé e alle piccole salvifiche distrazioni quotidiane.

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La raffinatissima fattura editoriale sposata alla combinazione del volume e all’impostazione secondo la quale l’analisi viene svolta, pensata e proposta danno vita ad un prodotto prezioso in cui l’impeccabile contrasto e connubio uscenti sono un colpo al cuore. Pensiero ed oggetto parlano il medesimo idioma: hanno levato l’inutile e finto abito di madre perfetta, indossando con fierezza quello di mater (im)perfecta, come il solo possibile; si servono della scrittura, luminosa o d’inchiostro, come di un equipaggiamento, un’armatura e un faro illuminante.

Undo Motherhood non è un libro scomodo, semmai rivelatore e in grado di dissolvere le tenebre, cominciando dalla sua stessa ossatura.  Un assemblage, affrancato da ascendenze dadaiste o surrealiste, esemplare e folgorante, complesso eppur comprensibile, studiato senza essere complicato e, soprattutto, fruibile. Un’intelaiatura costruttiva a matrioska composta da sette capitoli.

Sette parti, ognuna con un titolo, a rappresentanza di altrettanti stati d’animo attraversati dalle madri che li animano: Rabbia, Paura, Isolamento, Esaurimento, Colpa, Rassegnazione e Accettazione. La fotografa presenta sette storie relative a sette paesi diversi in piccoli libretti separati: ciascuno ha una vivace copertina floreale, dal gusto romantico, casalingo e rétro, che chiude il singolo notebook. L’insieme complessivo è poi, a sua volta, racchiuso in un cofanetto. 

Una disposizione eloquente, speculo investigativodella ricerca stessa, che “mette in evidenza la solitudine di queste madri intrappolate nelle loro case e condannate al silenzio” e, al contempo, dimostra il tentativo di dar vita ad “una voce collettiva”, come sostiene Diana.

Sette tasselli, ognuno dei quali è discesa viscerale in un aspetto: vivono autonomamente, tuttavia, uniti fisicamente nello scrigno cartaceo che li imbriglia, formano una trincea comune, di vicinanza e condivisione. Narrativamente ricostruiscono l’intero ciclo che, pur avendo uno svolgimento tracciato, lascia spazio al prima, al dopo e non preclude affatto l’esperienza altra.

Le vicende sono proposte attraverso le immagini, le dichiarazioni franche delle protagoniste e le loro storie sintomatiche di madri. Ognuna è isolata e, al contempo, insieme alle altre, nell’emersione di una solitudine soffocante, della casa come trappola e dell’apparente condanna al mutismo. Grazie all’ingresso di Diana e alla descritta struttura completa ed unitaria, le loro voci flebili e grida appartate, diventano (in parte) un coro collettivo. Si trasformano raggiungendo un orizzonte non più spento, non più frantumato, ma rinforzato dalla comunione di intenti, dalle trame del vissuto e da un magnifico senso di solidarietà compartecipata.

Del resto, non ci si può nascondere e Diana lo sa bene: è una giovane madre consapevole e una fotografa adulta, matura nell’argomentare, forte dell’esperienza personale e della sua formazione. Nata a Mosca nel 1981, attualmente vive in Germania, alternando soggiorni in Spagna, Russia e Messico. Fotografa professionista, ha studiato per diventare International Master in Contemporary Photography e Personal Projects presso il Centro Internazionale di Fotografia e Cinema efti di Madrid (2014-2016). Le sue ricerche, sorrette da un denominatore comune, ruotano attorno al tema della “libertà individuale contro norme stabilite”, declinato attraverso una tenace attenzione al genere e al femminismo. Diana combina lo stile documentaristico con elementi cinematografici, ereditati dalla sua pluriennale esperienza nella produzione e distribuzione cinematografica. 

Consentitemi (e consentiamole) alcune precisazioni: in primo luogo, la sua è una lettura, non l’unica possibile; in seconda istanza, le mie parole sono lettura della sua lettura, filtrata attraverso la mia sensibilità che è quella di una donna-non madre. Non c’è pertanto una verità assoluta e valevole per tutti, ma un ventaglio di possibilità in cui qualcuno si identificherà pienamente, molti in parte e altri per nulla.

Diana sa che l’amore materno ha delle conseguenze e invita a prenderne atto: la maternità non è solo e sempre gioia, è più complessa, talvolta molto dolorosa.

I luoghi comuni, da lei fuggiti, sono limitazioni borghesi, nell’accezione spregiativa della connotazione, e da logori benpensanti. Solo le avversità, di un senso di inadeguatezza palesato sotto il cocente sole della lucidità e la luce accecante del rivelato, non sono sintomi di un atteggiamento patologico da sgretolare.

Che le sentenze da frettoloso intellettualismo e le pastoie approssimative restino dunque, chiuse e in salvo, nella loro turris eburnea.

In Undo Motherhood di Diana Karklin abita la magia della semplicità che rende fondata la sua ricerca: il dato biografico ed il racconto di sé (confrontato e rapportato all’altrui) sono i pilastri portanti della sua grandiosa rappresentazione artistica.  La necessità di esordire dal dato personale, patito e pertanto più autentico possibile, è conoscenza introspettiva e ammissione della difficoltà nel decifrare.

Infatti, non è possibile indossare alibi o afferrare attenuanti: Diana e le donne che sostanziano il suo lavoro non lo fanno. Non sono ammesse controfigure, come nella sceneggiatura di un film; non si richiedono inutili semplificazioni e nessuna ovvietà: c’è solo, soltanto e solamente la maternità. Ciò che serve, per scandagliarla, è la testimonianza: assodata, lenta, ponderata, travagliata.

Inizialmente, ascoltiamo una polifonia di voci stremate dall’incoerenza, adoperanti stonature e cacofonie. Proseguendo, è l’univocità delle accortezze e tribolazioni, a consentire la formazione di una melodia di setata dolcezza e intimità esperita attraverso il varco della compartecipazione emozionale. Il lavoro di Diana Karkling, di cui la solidarietà e la condivisione femminile sono i cardini, ci accarezza, ci cade addosso, ci travolge.

La vergogna non è prevista e la schiettezza non è sfacciataggine: non è questione di crudeltà, ma di un’ammissione in cui amore e dolore vanno a braccetto, lungo tutto il percorso. Un tracciato complesso, cosparso e costellato da coriandoli di turbamenti; un gomitolo intricato che Diana riesce a sbrogliarle.

La maternità (per lei, le madri del progetto e molte altre) non è un percorso lineare, piuttosto una strada irta di ostacoli, un cammino che diventa incespicare, un annaspare per afferrare la gioia passando attraverso un continuum di prove.

Una via crucis laica, le cui stazioni sono appunto Anger, Fear, Isolation, Exhaustion, Guilt, Resignation, Acceptance. Disposizioni di spirito, simboli di una quête e recherche instabile, dettati dall’alternanza di antinomie, privazioni, espiazioni punitive, castighi e pene sottotesi alla logica del sacrificio. Tra le intemperie burrascose, vi sono temperamenti che tracciano una navigazione scandita da penitenze e discordanze, in bilico tra perdita e ritrovamento, contraddizione e riconciliazione bramata e dal raggiungimento auspicabile.

Una scalata ripida lungo il pendio del sé dubbioso e affaticato, della rinuncia improcrastinabile e costosa, della privazione non arrendevole. La felicità e la gioia sono sì il raccolto agognato, ma il loro ottenimento esige impronte di perseveranza, coraggio e sforzo.

Ci sono una vita quotidiana, casalinga e allo spasimo, e un conto (o conteggio) alla rovescia da cui le donne, narrate e narratrici, tentano di non farsi divorare. Undo Motherood è un risveglio dal torpore della presunzione, un allontanamento dall’accettazione del convenzionale e un ribaltamento di logiche assodate. 

È un appuntamento esistenziale con l’amore e, altrettanto preciso e circostanziato, con il dolore; è un’agenda puntuale in cui entrambi fissano rendez-vous non procrastinabili e implacabili; è la liquefazione, solerte e minuziosa, delle approssimazioni irrimandabili ed irrinunciabili. Provvidenzialmente, Undo Motherood genererà un aspro dibattito. Menomale. Ora, era ed è davvero giunta l’ora.

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