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Dal crollo del muro di Berlino al populismo giustizialista: Colarizi racconta la fine della prima Prima repubblica

Colarizi esprime nel suo ultimo volume "Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994" l'idea secondo la quale i caratteri degenerativi dell’attuale stato politico e morale italiano sono gli stessi che hanno contraddistinto la Prima repubblica

Dal crollo del muro di Berlino al populismo giustizialista: Colarizi racconta la fine della prima Prima repubblica
SIMONA COLARIZI DOCENTE

globalist

23 Maggio 2022 - 14.30


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Di Antonio Salvati

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La teoria di fondo che Simona Colarizi esprime nel suo ultimo volume, Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994 (Laterza 2022, pp. 224 € 20) – secondo la quale i caratteri degenerativi dell’attuale stato politico e morale italiano di fatto sono gli stessi che hanno contraddistinto la Prima repubblica e soprattutto il suo periodo finale – è nel complesso decisamente condivisibile. Attraverso documenti storici inoppugnabili – dagli atti delle sedute parlamentari agli articoli dei maggiori quotidiani del periodo storico analizzato – la storica vuole fare emergere una soluzione senza continuità della storia politica italiana dal punto vista sociale, in cui la stessa classe politica non è altro che lo specchio della società italiana. Gli scenari geopolitici erano assai diversi e mutarono profondamente con la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Urss. In Italia questi cambiamenti ebbero effetti devastanti per via della sua natura geografica – per la quale veniva considerata un paese di frontiera della Nato, data la sua posizione proiettata nel Mediterraneo – e per la presenza del Partito Comunista italiano, il più grande partito comunista d’Europa per numero di iscritti e per la sua capillare organizzazione strutturale sul territorio. Due fattori che avevano assicurato, per quasi cinquant’anni, un equilibrio politico e sociale.  Con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss, la strategia geopolitica nel Mediterraneo degli Usa lasciò l’Italia ai margini. La trasformazione del Pci in Pds aveva di fatto favorito anche la fine della Dc, perché il nemico rosso era venuto meno. Inoltre, l’accordo di Maastricht del ’92, a seguito del quale le politiche economiche nazionali passarono de facto in gestione alle istituzioni della Comunità europea, fu solo il de profundis per la fine di questa politica di bilanciamento delle due forze politiche in Italia e che comportò anche la fine delle politiche di sviluppo del Welfare State. Politiche sociali che, se da una parte avevano avuto lo scopo di accontentare le classi sociali elettrici di tutti gli schieramenti politici, avevano avuto l’effetto di provocare un altissimo debito pubblico e – come si sentenziò – «con l’entrata dell’Italia nella moneta unica europea tutti i nodi sarebbero giunti al termine».

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Con l’inchiesta milanese «Mani pulite», nel 1992, l’Italia fu descritta come una grande Tangentopoli e centinaia di parlamentari vennero incriminati. Le elezioni dell’aprile 1992 avrebbero dovuto confermare la solidità del Caf, l’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani. In realtà, segnarono la pesante sconfitta dei partiti di governo. Le difficoltà di bilancio e gli ammonimenti delle istituzioni internazionali avevano fatto capire a tutti che l’era della finanza allegra era finita. Si aggiunse, inoltre, l’ampia partecipazione al voto referendario del 1993, cui fece seguito una riforma elettorale in senso prevalentemente maggioritario, e subito dopo una legge per l’elezione diretta dei sindaci. Avemmo tra il 1992 e il 1994 un forte ricambio della classe politico-parlamentare, e le sigle dei partiti che avevano dominato il cinquantennio precedente sparirono d’un tratto dalla scena.

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La parte del volume che appare più accattivante è quella relativa al mito della società civile, paradossalmente spesso sviluppato dagli stessi uomini dei partiti, che hanno cercato la propria legittimazione affannandosi a presentarsi come espressione della società suddetta, dei suoi ideali, delle sue esigenze, e naturalmente delle sue intrinseche virtù. Non solo opportunismo – precisa la Colarizi – ma anche il desiderio, in qualche modo radicato nell’inconscio politico del Paese, di vedere finalmente cancellata una sua tara storica, secondo la quale l’elemento decisivo dell’arretratezza storica italiana sulla via della modernità scaturirebbe dallo scarso sviluppo della sua società civile. La mancanza di una società civile nella vita nazionale ha di fatto dato spazio al ruolo soverchiante dello Stato e di conseguenza della politica. Un ruolo soverchiante dello Stato nell’ambito economico, ma soprattutto nel costume e per così dire nella vita morale del Paese. Da qui la forte propensione italiana al conformismo, all’ossequio almeno apparente verso i «superiori», a stare stretti al proprio «particulare». «In Italia — scriveva intorno al 1820 Giacomo Leopardi, parole adatte ai giorni nostri —la società stessa, così scarsa com’ella è, è un mezzo di odio e di disunione (…); la società che avvi in Italia è tutta a danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno».

Negli anni ’80-’90 si diffonde il mito della società civile. Non quello della «riforma intellettuale e morale degli Italiani» che auspicava Gramsci e tanti altri prima e dopo di lui. Ma anche questa volta però qualcosa non ha funzionato. Pochi erano interessati al bene generale, alla soluzione più razionale e conveniente per tutti, alla necessità di rispettare pure nella protesta più accesa le esigenze elementari della collettività. La sola cosa che c’importa è che non vengano toccati i nostri interessi: anche se poggiano su privilegi ingiustificabili. Non in sintonia con l’idea di società civile; la quale dovrebbe rappresentare un polo di sostanziale positività. Un ambito composto dagli animal spirits, ma tenuti insieme e a freno da modalità di razionalità e di attenzione per gli altri. Ma come i fatti hanno mostrato le cose in Italia non stanno per nulla così. Siamo stati e continuiamo a essere il paese delle corporazioni con il loro peso enorme. Esiste una vasta letteratura sulla famiglia (termine non a caso fatto proprio da associazioni criminale del paese), sul clan, sulla corporazione, su tutto ciò che è di «parte», che ha radici nel «locale», nel «paese», negli «amici», nelle cose «di casa». Lo spasmodico perseguimento di interessi settoriali non ci consente di conformarci alle caratteristiche della «buona» società civile.

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A questo, va aggiunto il fattore populismo, elemento fondamentale per interpretare tutta la fase della politica italiana dagli anni ’80 ad oggi, dove fenomeni populisti quali il giustizialismo, il razzismo, le reminiscenze antipartitiche, la continua avversione verso il fattore istruzione, prendono piede. «Un magma antidemocratico e qualunquista – spiega la Colarizi – era sempre esistito in una democrazia giovane come l’Italia, ma le responsabilità di averlo fatto lievitare pesa sulle forze politiche che hanno abbattuto la prima repubblica». Un aiuto importante alla delegittimazione della politica nell’opinione pubblica nei confronti della vita politica del proprio Paese fu la comunicazione, soprattutto quella veicolata attraverso il mezzo televisivo. Tutti ricordiamo il protagonista di questa stagione, Michele Santoro, con la trasmissione “Samarcanda” su Rai 3 dove di fatto organizzò una guerra mediatica contro la classe politica: «stampa e televisione avevano costruito e alimentato la favola di una società civile, dominata per quasi mezzo secolo da partiti corrotti, collusi con la criminalità organizzata, colpevoli di avere dilapidato le risorse economiche e persino di aver trasformato contro le istituzioni democratiche». Qualche anno prima, nell’89, Scalfari, dalle pagine della sua la Repubblica, si era spinto a definire i partiti della maggioranza di governo, una “nomenklatura corrotta” come quelle dell’Urss.

Il paese aveva fortemente chiesto giustizia contro i corrotti, ma sarebbe stato necessario anche uscire da questo clima di soffocante giustizialismo, per «ritrovare la fiducia, sempre attraverso azioni di giustizia», come auspicò l’allora premier Giuliano Amato. Era necessario opporre la forza della legge contro ogni «linciaggio», contro ogni «estremismo», «in nome della ragione e dei valori ai quali ho sempre creduto e che ho insegnato […]. La giustizia è diritto, la giustizia è regola, la giustizia è distinzione», disse giustamente Amato. In seguito all’ondata di indignazione suscitata dalle modalità dell’arresto del democristiano Enzo Carra – la sua traduzione in manette dal carcere al tribunale, dove per tutto il percorso fino all’aula era stato sottoposto alla gogna delle Tv -, la cui colpa era stata il ruolo ricoperto come capo ufficio stampa della Dc (sarebbe stato assolto da tutte le imputazioni), sembrava per un momento avesse colmato la misura. I due estremismi di sinistra e di destra si erano toccati nella replica del missino Maceratini, sceso in difesa della magistratura che «sta compiendo il suo dovere», come testimoniato dai ben 200 mandati di cattura arrivati ai politici. Giovanni Conso, uno dei pilastri della cultura giuridica progressista cattolica, nominato ministro di Grazia e Giustizia sostenne: «Credo sia giunto il momento di uscire da una mentalità sempre più perversa, che si annida, si avvita nel paese, e che porta a chiedere soltanto sanzioni su sanzioni, che porta al “dagli all’untore”, alla berlina, alla gogna». In accordo con il premier, era stato stilato un decreto legge che depenalizzava il reato di finanziamento illecito, da sanzionare con misure amministrative e pecuniarie. Il provvedimento fu approvato da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Malgrado le parole concilianti e “garantiste” apparse su Il manifesto del 26 febbraio 1993, a firma di D’Alema, che pur dichiarandosi «contrario alle amnistie, alle cancellazioni dei reati», aveva riconosciuto l’efficacia dei paletti posti da Conso nel decreto: «le confessioni, la restituzione delle tangenti e l’uscita dalla vita politica» erano clausole che escludevano si potesse definire il decreto «un colpo di spugna». Gli aveva fatto eco Petruccioli sullo stesso numero del quotidiano: «In teoria la derubricazione delle violazioni di legge sul finanziamento a reato amministrativo ha un fondamento e Conso merita credibilità». Alessandro Galante Garrone, magistrato antifascista da tutti stimato, aveva proposto per i reati di violazione della legge sul finanziamento pubblico «una sensibile diminuzione della pena o addirittura una depenalizzazione, fatte salve le debite sanzioni amministrative». Sappiamo come andò a finire. Scatta la protesta contro il “colpo di spugna” da parte di quello che viene chiamato “il popolo dei fax”. Alla fine, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro non firma il decreto, che viene ritirato. Conso fu sconfitto e con lui lo fu, purtroppo e per decenni, un’intera concezione del diritto e della giustizia che era stata sino a quel momento patrimonio della sinistra laica e cattolica.

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