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'Il piccolo di papà': memorie di una guerra sulla soglia di casa

Il piccolo di papà non è un bollettino di guerra. Per la verità, è un memoir che si legge quasi come un romanzo di formazione, non fosse che i ricordi d’infanzia di Tony fanno da preludio alla tragedia finale e allo scoppio vero e proprio del conflitto

'Il piccolo di papà': memorie di una guerra sulla soglia di casa
Guerra civile in Irlanda

GdS

15 Febbraio 2022 - 14.38 Giornale dello Spettacolo


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di Rock Reynolds

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“Ehi, hanno sparato a tuo padre”. Sono parole agghiaccianti, ancor più se a pronunciarle è un bambino di nove anni, rivolgendosi a un coetaneo di fronte a casa con la nonchalance di un ragazzino che si fa latore della peggior notizia possibile, senza interrompere una partita di biglie in corso sulla strada.

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Il piccolo di papà – Storia di un’infanzia nell’Irlanda del Bloody Sunday (Nutrimenti, traduzione di Maria Antonietta Binetti, pagg 224, euro 17) Tony Doherty avrebbe tranquillamente potuto iniziarlo così. In fondo, si tratta del memoir di un uomo nato nel 1963 a Derry, entrato come molti concittadini nelle file dell’IRA e passato direttamente dalla lotta armata al carcere duro, prima di risalire la china e di riannodare i fili della sua vita nel tentativo di far riabilitare le 14 vittime (tra cui suo padre) di uno degli episodi più infami della storia britannica, la “domenica di sangue” (Bloody Sunday) celebrata da canzoni e romanzi.

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Pochi giorni fa, il 30 gennaio, se n’è ricordato il cinquantennale. Un reparto addestratissimo di paracadutisti britannici sparò su una folla pacifica che si era radunata per chiedere l’applicazione dei diritti civili a tutta la popolazione e non solo ai protestanti del paese, uccidendo 14 persone e ferendone decine. Per molti anni, nonostante inchieste-farsa conclusesi in un sostanziale nulla di fatto, le autorità britanniche nascosero una verità che era di fronte agli occhi di tutti, prima che il primo ministro David Cameron, in un celebre discorso di fronte alla Camera dei Comuni, ammettesse il plateale insabbiamento inglese di quello che era stato un atto “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato”, come ha scritto Riccardo Michelucci nella bella prefazione al libro. Michelucci è autore del recentissimo Guerra, Pace e Brexit (Odoya) ed è uno dei massimi esperti italiani della questione irlandese. De Il piccolo di papà – Storia di un’infanzia nell’Irlanda del Bloody Sunday ci ha detto quanto segue: “Questo libro ci offre una testimonianza preziosa sulla vita in Irlanda del Nord alla fine degli anni Sessanta. La narrazione di Tony Doherty ci fa entrare, come in una pellicola virata in seppia, nella realtà quotidiana di una popolazione che all’epoca viveva una condizione di miseria e di oppressione coloniale che non aveva eguali, almeno nell’Europa occidentale. E attraverso lo sguardo innocente e incredulo di un bambino ci aiuta a comprendere il clima nel quale si verificò una delle vicende più paradigmatiche del nostro passato recente”.

Doherty ha faticosamente compiuto un percorso di riappacificazione personale con quanto successo a suo padre e alle altre vittime di quel giorno e dei Troubles, rielaborando la rabbia e l’odio causati dall’inaccettabile sottomissione a cui la sua generazione di adolescenti cattolici non voleva più sottostare, una sottomissione fatta di abusi costanti a opera di un sistema creato ad arte dal colonialista britannico per favorire la comunità protestante e il mantenimento di uno status quo a esso favorevole. Oggi, dopo essersi battuto per decenni insieme all’associazione delle vittime di Bloody Sunday perché la verità finalmente venisse a galla – ancora tanto resta da fare, considerate le reticenze delle forze armate britanniche e l’indisponibilità del governo britannico a un’assunzione piena e univoca di responsabilità – Doherty è impegnato in un ruolo istituzionale nella riforma del sistema sanitario pubblico nordirlandese. Il piccolo di papà è il primo capitolo di una trilogia dedicata al padre di cui è già uscito il secondo volume in lingua inglese: The dead beside us.

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La scelta di elaborare lutti e sofferenze attraverso la scrittura è comune a molti popoli segnati da conflitti sanguinosi. E il popolo irlandese, oltre che le stimmate dei martiri, vanta un DNA lirico con pochi eguali. Mi vengono in mente Sam Millar, Laurence McKeown – ma pure lo stesso Bobby Sands, che scriveva poesie – Danny Morrison: militanti dell’IRA accomunati dalla lotta armata e poi dalla passione per la letteratura e, talvolta, divisi da una visione insanabile dello stato dello scontro per l’indipendenza. In questo memoir ci sono probabilmente echi di cose già lette in romanzi come il bellissimo Eureka Street di Robert McLiam Wilson, On the Brinks dello stesso Sam Millar, e addirittura reminiscenze de Le ceneri di Angela di Frank McCourt, ma pure di altri memoir come A Belfast Boy di Michael Phillips. C’è una nostalgia di fondo che unisce questi autori in una sorta di rievocazione di un Ulster che non c’è più, di contesti urbani come quelli di Derry o di Belfast in un tempo sospeso in cui i bambini potevano ancora ritrovarsi a giocare a pallone in strada, prima che l’esercito britannico – giunto dopo i primi pogrom anti-cattolici per fare da paciere, da forza di interposizione tra la comunità cattolica e quella protestante e presto trasformatosi in baluardo anticattolico – si annunciasse con il ruggito dei blindati Sixer e Pig. Prima, di fatto, che il lancio di lacrimogeni, le irruzioni immotivate nelle case della gente comune, i proiettili di gomma e le costanti vessazioni settarie si trasformassero a loro volta nella normalità.

Il piccolo di papà non è un bollettino di guerra. Per la verità, è un memoir che si legge quasi come un romanzo di formazione, non fosse che i ricordi d’infanzia di Tony fanno da preludio alla tragedia finale e allo scoppio vero e proprio del conflitto, ovvero la “domenica di sangue” in cui troverà la morte il padre dell’autore.

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Tra scorribande di ragazzini nelle vie delle bande nemiche, marachelle di quartiere, litigi in famiglia e momenti di gioia domestica, affiorano anche le prime note del clima politico in fermento, addirittura dell’accoglienza tutto sommato positiva dei primi soldati inglesi da parte delle donne, che in quei ragazzini spesso imberbi non riuscivano ancora a percepire un pericolo e un nemico. La mamma di Tony che litiga con il marito seccato perché lei ha offerto un tè caldo alla pattuglia di turno è tipico di molti racconti da me letti negli anni: davvero, prima della “battaglia del Bogside – un quartiere cattolico che nell’estate del 1969 venne chiuso all’esercito e alla polizia da un comitato di cattolici in armi, con tanto di barricate, molotov e tattiche di guerriglia, al punto che ancor oggi un murale annuncia con orgoglio, “State entrando nella Derry libera” – e, soprattutto, prima dell’insensato massacro di “Bloody Sunday”, la lotta armata repubblicana non aveva preso quota. Mettersi nei panni di Tony Doherty può bastare a capire come quella scelta militare scellerata abbia dato la stura a una campagna di reclutamento senza precedenti tra le fila dell’IRA, rinsaldando lo spirito di corpo tra i nazionalisti che nei decenni precedenti si era sopito. La cecità del colonialista traspare persino da alcuni commenti ingenui dell’allora giovanissimo Tony e dei suoi amici e parenti.

Mantenere tale ingenuità è impossibile. “Volevo infliggere agli inglesi quante più perdite possibili. Leggevo di un centinaio di morti tra le forze armate britanniche: non mi bastava. Avrei voluto leggere di migliaia di vittime inglesi. Avrei voluto che tutte le sofferenze inflitte al mio popolo e che tutte le violenze e le umiliazioni che io avevo subito da quella gente venissero loro restituite con gli interesse” ha dichiarato Sam Millar. Tony Doherty si è riconciliato con il suo passato. Forse grazie alle parole del padre: “Sì, figliolo. L’odio ti mangia il cuore. La morte del piccolo Damien (N.d.A. Un amichetto di Tony investito e ucciso da un blindato inglese) è una cosa terribile ma l’odio non lo riporterà indietro”. Non tutti fanno lo stesso percorso. Non tutte le ferite sono uguali o si rimarginano con la stessa velocità. Sam Millar ha imboccato una strada solo in parte simile a quella di Doherty. “Ho abbandonato la lotta armata, ma non tradirò mai l’obbiettivo che ci eravamo dati e che gli Accordi del Venerdì Santo hanno in larga parte tradito. Però, non lascerò che i miei figli vengano coinvolti attivamente nel conflitto. Il dolore di sapermi in carcere e di non poter mantenersi in contatto con me ha distrutto mio padre, trasformandolo in un alcolista.”

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Nemmeno la sensazione che “un conflitto a bassa intensità” come quello “potesse assumere un carattere immutabile, endemico, definitivo” può rendere assuefatto chi si sente defraudato di un diritto, come ha ben scritto Riccardo Michelucci nella sua prefazione. Ben venga, dunque, un memoir come quello di Tony Docherty: il ricordo, talvolta, è tutto.

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