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"Il sapere mitico", un incontro per discutere cosa ci insegnano le conoscenze antiche

Il 21 gennaio, alle 15, al Palazzo S. Niccolò, si terrà la presentazione coordinata da Luigi Spina de“Il sapere mitico”. Ne parleranno Maurizio Bettini, Simone Beta e i curatori del volume

"Il sapere mitico",  un incontro per discutere cosa ci insegnano le conoscenze antiche
Protagora

globalist

19 Gennaio 2022 - 18.40


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di Luigi Spina

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Antropologia del mondo antico – AMA (Centro di ricerca e Associazione) – vuole iniziare il 2022 con un ritorno in presenza nell’Università di Siena, riprendendo il filo delle proprie riflessioni e iniziative. Lo chiamerei un continuare a insegnare, cioè lasciare segni che modifichino il paesaggio della formazione, cercando nuovi spazi per la riflessione sulle culture antiche, greca e romana.

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La discussione sul volume Il sapere mitico (il Mulino, Bologna 2021), curato da Maurizio Bettini e realizzato da oltre trenta fra studiose e studiosi, offre l’occasione per riconoscere i segni lasciati da Greci e Romani, segni diversi fra loro e all’interno di ciascuna cultura, segni che continuano a insegnare purché riconosciuti e maneggiati con competenza e leggerezza, senza appesantirli con ideologie e pedagogie opprimenti.

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Uno scambio fra pensieri umani, riconoscibili e diversi, con reciproco rispetto e libertà di critica. Vanno in scena, in questo incontro, i miti, i racconti che esperti narratori, capaci anche di far vedere attraverso le loro parole, mettevano a disposizione delle poleis e delle civitates, dei loro abitanti, in occasioni pubbliche e attraverso circolazioni private di testi, nelle forme compositive le più varie. Racconti da ascoltare e/o da leggere.

Il racconto è stato quasi sempre, naturalmente in forme diverse, il mezzo di autorappresentazione di una cultura nelle sue più varie sistematizzazioni, un modo per fissare i conflitti, le discordie, così come le soluzioni ai tanti problemi. Una sorta di “istruzioni per l’uso” che, a differenza degli odierni astrusi librettini che accompagnano moderni apparati tecnologici, sceglievano il linguaggio, il ritmo e l’accessibilità del discorso dell’anziano al bambino. Lo spiegava bene Platone, nel dialogo intitolato Protagora, quando metteva in scena l’incontro fra il famoso sofista di Abdera e Socrate. Al centro della discussione era la domanda sulla virtù, se fosse cioè insegnabile o meno. Socrate la poneva direttamente a Protagora, al quale riconosceva una grande esperienza personale. Ebbene, Protagora accettava la sfida della spiegazione, della risposta, ma proponeva una duplice possibilità: mostrare, quasi indicare, far vedere – “alla maniera dei più vecchi quando parlano ai più giovani” – usando un racconto, un mythos; oppure procedere con un ragionamento, un logos, percorrendone le varie tappe. Ho tentato di rendere con i corsivi le due modalità e la differenza dei verbi scelti da Platone per indicarle, quasi due metafore che sottintendono alle possibili operazioni.

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La prima, visiva: vedere accadere un fatto e trarne le conseguenze; la seconda, di tipo spaziale: intraprendere quasi un viaggio cognitivo fatto di tappe successive. Due modalità che coesistono, che non sono gerarchicamente collocate, che avevano, per chi le maneggiava, probabilmente la stessa validità e forza persuasiva.

Il volume in questione sceglie in qualche modo la modalità del racconto come strumento prioritario per raggiungere una migliore conoscenza dei quadri mentali, dei modelli di comportamento, delle credenze e convinzioni che animavano le culture greca e romana, salvo servirsi del logos, dell’analisi ragionata, per definire un sapere spendibile nei vari momenti della formazione, scolastica e universitaria, dei giorni nostri. Questa mi pare anche una risposta all’altezza del problema posto – non ancora in Europa in maniera esplicita – da prese di posizione di università statunitensi che sottolineano la non proponibilità, anzi la necessità di censura, di cancellazione di storie e vicende che la nostra cultura non dovrebbe più condividere e accettare, forse neanche tramandare.

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Non si tratta, quindi, di difendere bibliografie o discipline, ma di sfruttare le possibilità che offrono i racconti stessi per fare vivere all’interno della loro riproposizione la tensione fra le differenze, fra le forti dissimiglianze con il nostro presente, magari anche mostrando l’uso violento che di quella stessa eredità è stata fatta nei confronti di altre culture.

Per questo, allora, il moderno studioso/ricercatore che voglia ancora offrire alle nuove generazioni la conoscenza delle culture antiche può mettersi in gioco raccontando la sua ricerca in prima persona, invece di presentarne in modo oggettivo e arido dati e risultati.

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Nella dialettica fra ricercatore e oggetto della ricerca, lo insegna l’antropologia, sta la condizione tutta umana del progresso delle conoscenze.  

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