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L'invenzione della famiglia

La famiglia mononucleare è una forma recente, legata a industrializzazione e urbanizzazione. Una delle forme meno equilibrate, per l’isolamento in cui lascia i suoi membri

L'invenzione della famiglia

redazione

31 Gennaio 2016 - 23.58


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di Bia Sarasini.

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Dici famiglia e sembra tutto chiaro, e non solo ai pasdaran del family day che si ritrovano oggi a Roma.
Padre, madre, figli. Un nucleo che condivide la stessa abitazione, di solito
senza convivere con altre persone. E sembra chiaro che a questo pensa la Chiesa,
quando parla di famiglia e di natura. Questa specie di indistinto senso comune
è la zona grigia in cui tutto si confonde, e in cui sguazzano “Sentinelle”,
ultrà leghisti e fondamentalisti vari. Perfino chi critica non sembra avere in
mente altro che la coppietta felice.

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È questo, il modello naturale a cui si fa riferimento? È la famiglia mononucleare l’esempio?

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Famiglia è una parola
di origine latina, e, dicono i vocabolari, indicava l’insieme dei servi che
abitavano in una casa, e non alludeva a nessun legame di parentela.

Anche matrimonio ha cambiato
significato nel corso del tempo, spiega Emile Benveniste (Il vocabolario delle istituzioni indo europee,
Einaudi). Nelle lingue indoeuropee non esiste un’unica parola che indichi
quello oggi si intende per matrimonio, ma esistono parole diverse, per gli
uomini e le donne. In particolare matrimonium
significava esclusivamente il diventare sposa della donna, c’è voluto del tempo
perché nelle lingue romanze assumesse il significato di «unione legale tra uomo
e donna».

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La ricerca
delle etimologie, delle fonti, è molto utile quando una parola, un concetto,
una formazione sociale sono sottoposte a tensione sociale, sono al centro di un
conflitto. Come è oggi per famiglia e matrimonio
. Uno scontro
che non ha nulla a che fare con la natura, che viene impugnata come una
clava, come se anche della natura ci fosse un’unica idea.

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Come se non fosse necessario chiedersi a quale natura si fa riferimento
quando la si invoca come fonte di una norma sociale – e legale – da imporre a
tutti. Si intende l’istinto che spinge all’accoppiamento, per usare un
linguaggio ottocentesco? O gli ormoni, per attestarsi sul biologismo diffuso
dei nostri tempi? E se per stabilire di quale natura stiamo parlando occorre
accordarsi, trovare un linguaggio comune, questo non comporta che ci riferiamo
in ogni caso a qualcosa che gli umani significano? Che è l’interpretazione
umana a dare senso a quei fatti, a collocarli in un ordine?

C’è una vignetta divertente, che circola nel web. «Ogni volta che si dice
’natura’, un antropologo muore». Certo, gli antropologi non sono popolari come
gli archeologi (dopo l’effetto Indiana Jones), ma si dovrebbe insegnare nelle
scuole che la famiglia non si è sempre chiamata così, e soprattutto ha cambiato
forma innumerevoli volte nel corso del tempo. E che in particolare la famiglia mononucleare è una forma molto
recente, legata all’industrializzazione e connessa urbanizzazione
. Una delle
forme meno equilibrate, visto l’isolamento
in cui lascia i suoi membri, tagliati fuori anche dai più stretti legami
parentali. E per questo fonte di ansia e di angoscia, accanto ai motivi molto
materiali, di sopravvivenza.

Si vive peggio
da soli, e per questo si creano oggi nuove famiglie, nuove convivenze
– in grandi
case per esempio – per mettere in comune vite, servizi, accudimenti, cure. Del
resto questo è stato anche uno degli argomenti del Sinodo 2015 dedicato alla famiglia, nel corso del quale si è preso
atto che oggi nel mondo famiglia e matrimonio hanno forme diverse. E che le difficoltà
vengono soprattutto dalle faticose
condizioni di vita
, dalla mancanza di lavoro, dalla necessità di migrare.

Per questo è curioso che il cardinale Bagnasco abbia detto qualche giorno
fa: «La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico» per affermare il
diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Cosa significa
antropologico, in questo contesto?

Del resto, non occorre essere esegeti particolarmente rifiniti per
comprendere che Gesù nei Vangeli
butta all’aria i ruoli definiti, anche quelli parentali. La sua chiamata
divide, se necessario: «Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la
figlia dalla madre» (Matteo 10, 34) e tutto quello che segue. Viene insegnato
che non deve essere preso alla lettera, che il testo ha una valore simbolico.
Eppure il messaggio è chiaro, esprime una critica
netta, per i legami troppo stretti, che guardano solo se stessi
.

Del resto, la famiglia del tempo di Gesù, farebbe inorridire ora, certo
assomiglierebbe ben di più alle tribù islamiche che minaccerebbero oggi
l’Occidente cristiano che alle belle coppie che celebrano il matrimonio con
sfarzo e wedding planner.

E le coppie omosessuali? In che senso ciò che spinge a unirsi persone dello
stesso sesso è fuori dalla natura? È nell’antropologia, cioè nelle relazioni
tra gli umani, la possibilità di dare senso. Il priore di Bose Enzo Bianchi anche di recente ha
ricordato che degli omosessuali Gesù non dice nulla: «L’onestà» ha detto
«quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una
risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi,
preferisca tacere».

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