Come le droghe hanno fatto le guerre: un rapporto antico e poco esplorato
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Come le droghe hanno fatto le guerre: un rapporto antico e poco esplorato

Killer High – Storia della guerra in sei droghe (Meltemi, traduzione di Andrea Maffi e Paolo Ortelli, pagg 363, euro 20) di Peter Andreas esplora la relazione antichissima tra guerre e stupefacenti

Come le droghe hanno fatto le guerre: un rapporto antico e poco esplorato
Killer High – Storia della guerra in sei droghe
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globalist Modifica articolo

14 Dicembre 2021 - 14.24


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di Rock Reynolds

In quale film americano sul Vietnam non c’è almeno una scena in cui un marine appare strafatto di erba o di LSD? In fondo, nella visione hollywoodiana di quell’incubo bellico, affrontare da lucidi i sorci verdi incarnati dai temibili vietcong è sempre apparso più temibile che trovarsi alle prese con draghi psichedelici dopo essersi calati un bell’acido potente.

Ma non c’è bisogno di tornare a quel conflitto insensato per accostare sostanze stupefacenti e guerra. È un binomio antico come il mondo i cui inquietanti intrecci raramente sono stati affrontati con la sistematicità di Killer High – Storia della guerra in sei droghe (Meltemi, traduzione di Andrea Maffi e Paolo Ortelli, pagg 363, euro 20) di Peter Andreas.

Sei droghe? Alcol, nicotina, caffeina, oppio, amfetamine e cocaina, in ordine di apparizione in un testo in cui a ciascuna viene assegnato un esauriente capitolo, con un lungo cappello introduttivo intitolato “Come la droga fece la guerra e la guerra fece la droga”.

Quella tra guerra e sostanze psicoattive è una relazione “antichissima… che varia dall’utilizzo della droga per motivare i soldati all’uso dei proventi dei narcotici per pagarli, dall’andare in guerra per salvaguardare i mercati della droga all’utilizzo di strumenti militari per sopprimerli… ha alimentato espansioni imperialiste, ha causato rivolte e rivoluzioni, ha consolidato stati e ha contribuito a rendere tossicodipendenti non solo gli eserciti, ma intere nazioni.” Ma l’autore ci mette al riparo dalle facili somme che si potrebbero tirare: “la relazione tra droghe e guerre… gli stati l’hanno vissuta come un’arma a doppio taglio: le droghe hanno migliorato il morale delle truppe e le prestazioni sul campo di battaglia, eppure hanno anche creato masse di soldati… drogati; hanno finanziato conquiste imperiali ma anche insurrezioni; hanno supportato governi e talvolta, al tempo stesso, ne hanno rovesciati”. Ora, finalmente, con Killer High – Storia della guerra in sei droghe di Peter Andreas si possono analizzare insieme queste due protagoniste inscindibili della storia dell’umanità.

Ubriachi al fronte: è l’immagine che la tutto sommato recente guerra nell’ex-Jugoslavia ha lasciato nella nostra memoria, quella di un conflitto infame combattuto da miliziani “irregolari, indisciplinati, violenti ed ebbri… dalla furia omicida”. Dunque, l’alcol ha avuto un ruolo di rottura nei Balcani? Non esattamente, in quanto sostanza psicoattiva più comune negli scenari bellici internazionali, forse con l’esclusione dei paesi a prevalenza musulmana, in quanto antistress e al tempo stesso stimolante e sedativo, l’alcol frequenta il mondo militare da sempre. Vino, birra, superalcolici. Ce n’è davvero per tutti i gusti. D’altra parte, pare che un generale di Napoleone abbia detto, “I prussiani sono insaziabili… È da non credere quanto champagne bevano”. Anche i russi non scherzavano, al punto da spingere l’autore a indicare tra le ragioni della caduta degli zar il provvedimento adottato da Nicola II nell’agosto del 1914 per proibire la vendita di alcolici. Verrebbe da chiedersi se l’alcol sia di sinistra oppure di destra, visto che per i bolscevichi l’ubriachezza era “controrivoluzionaria” e che gli stessi nazisti ufficialmente ritenevano “deviante” l’alcolismo. Naturalmente, si può vedere il bicchiere (pardon) mezzo pieno o mezzo vuoto: l’alcol (lo sballo più in generale) per difendersi dagli orrori della guerra ma pure come mezzo per crearne altri e, in certi casi, addirittura per abbattere maldestramente i propri uomini col fuoco amico, oltre che per compiere nefandezze indicibili.

L’immagine del soldato che ammazza il tempo fumandosi una sigaretta mentre monta di guardia al freddo oppure sotto il sole cocente e che si tiene sveglio con una tazza di caffè o di tè è vecchia come il mondo. Pare che la Coca-Cola debba una cospicua parte del suo impero alla sua conquista del mercato internazionale nella Seconda Guerra: un soldato americano senza Coca-Cola non si è mai visto. La bevanda divenne talmente popolare da coinvolgere persino alti gerarchi bolscevichi, naturalmente in segreto, onde evitare di trasmettere l’idea di una passione proibita per uno dei più fulgidi esempi di consumismo a stelle e strisce. Anche in questo si sarebbe combattuta la Guerra Fredda.

Più articolata è la storia della relazione tra oppio e guerra che si intreccia con le vicende di Cina e Giappone, nemici storici persino nel controllo e nella gestione di questa sostanza. La Cina Popolare, soprattutto, ne fece una sorta di demone pubblico, memore del condizionamento subito dal suo popolo a causa dei cattivi esempi nipponici. In questo, la Cina riuscì a ribaltare il “retaggio di un secolo in cui a livello popolare l’oppio era stato considerato come un simbolo amaro del declino e dell’umiliazione cinese, oltre che un mezzo per lo sfruttamento e le violazioni degli stranieri”. La “nuova Cina” non si sarebbe fatta soggiogare da quella schiavitù, “promuovendo però allo stesso tempo il tabacco… monopolio di stato e rilevante fonte di guadagni” come suo sostituto, “trasformando la Cina nel maggior consumatore mondiale di sigarette”. Non che gli USA stessi si fossero lasciati scappare la possibilità di dichiarare guerra alla droga, l’eroina nella fattispecie, di cui un numero crescente di soldati americani impegnati in Vietnam faceva uso. Chi meglio di Nixon avrebbe potuto ergersi a supremo castigatore dei costumi decadenti del suo popolo?

E che dire delle amfetamine? In quanto droga sintetica, una loro distribuzione di massa si sarebbe potuta avere solo “al culmine dell’industrializzazione della guerra nel XX secolo”. Da tempi non sospetti, in molti nell’ambiente bellico ne ritenevano l’impiego positivissimo se non addirittura essenziale. Sun Tzu, ne L’Arte della guerra, sosteneva che “la velocità ‘è l’essenza della guerra’” e, non a caso speed, velocità appunto, è il nome con cui spesso si indica la famiglia delle amfetamine, abbondantemente utilizzate a lungo dalle forze armate di mezzo mondo, finché non è balzato all’evidenza scientifica la pericolosità di un loro uso reiterato nel tempo. Gli stessi nazisti, intransigenti nella condanna della decadente dipendenza da sostanze, ritenevano le metamfetamine un corroborante sano e consigliabile, soprattutto per portare a termine blitzkrieg di grande successo, nel corso dei quali all’imperfetta macchina umana venivano chiesti straordinari inumani.

E poi c’è la cocaina. Con il suo avvento in quanto attore primario sul mercato mondiale delle sostanze stupefacenti, si è assistito al paradosso del capovolgimento stesso del binomio guerra-droga: dall’uso della droga come corroborante degli uomini attivamente coinvolti nell’attività bellica si è passati alla guerra senza quartiere a quella droga stessa. Insomma, quasi un’ossessione per il governo degli Stati Uniti, soprattutto quando in carica era ancora Ronald Reagan che, per tenersi buoni milioni di elettori di stampo decisamente tradizionalista per i quali una sniffatina era peccato mentre una sbronza di “moonshine”, l’alcol prodotto clandestinamente, non avrebbe probabilmente fatto scattare gli strali dell’Altissimo, dichiarò guerra alla Colombia e a tutti i narcos dell’America Latina. Quella per la cocaina, la cui fama di droga pulita, indolore e hollywoodiana, insomma di droga “dei ricchi” stava rapidamente tramontando, era un’ossessione con radici antiche, radici da ricercare non tanto in una crociata autenticamente moralizzante quanto, piuttosto, nel timore atavico di essere colonizzati da una potenza straniera, per giunta latina.

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