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Quando il libraio si racconta: Martin Latham e i segreti della Waterstones di Canterbury

Il racconti del libraio è un’ode alla scrittura e, più ancora, al piacere della lettura e dello stare insieme.

Martin Latham
Martin Latham

globalist

27 Giugno 2021 - 19.43


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di Rock Reynolds

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Scrivere è di tutti. Diffidate di chi vi dice il contrario. Scrivere è un po’ come parlare. Si impara da piccoli. C’è chi lo sa fare meglio e chi peggio. Ma, se per quello, c’è chi è dotato di capacità oratorie superiori a un altro. E c’è pure chi presta ascolto con entusiasmo a oratori improbabili. Scrivere è solo un modo per fissare dei pensieri, in fondo. E i pensieri ce li hanno tutti. Talvolta, pensieri fantasiosi, talmente intriganti da poter interessare anche chi non li ha concepiti. È così, in fondo, che nella notte dei tempi è nata la tradizione del racconto orale che, in epoca decisamente più recente, si è trasformato nel concetto ben più moderno della scrittura. Per arrivare all’idea tuttora vigente del libro, bisogna attendere una data storica, il 23 febbraio 1455, quando pare che Johannes Gutenberg abbia di fatto inventato la stampa, a Magonza.

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Il racconti del libraio (Rizzoli, traduzione di Elena Cantoni e Carlo Capararo, pagg 406, euro 19) di Martin Latham, storico direttore della libreria Waterstones di Canterbury, è un’ode alla scrittura e, più ancora, al piacere della lettura e dello stare insieme. Incontrarlo e scoprire quanto “popolare” sia il suo atteggiamento e quanto entusiasmo ci sia nella sua voglia di raccontarsi e di condividere le sue storie apre il cuore.

 

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Che tipo di rivoluzione è stata l’invenzione della stampa? Nel suo libro, lei dice che il concetto stesso di lettura, che in precedenza veniva fatta solo in pubblico, ha subito un ribaltamento, finendo per essere confinato alla sfera privata…

Io stesso molte cose non le sapevo e le ho scoperte man mano che scrivevo il mio libro. Non sapevo minimamente che Alessandro il Grande leggesse in solitaria e che i suoi uomini avessero addirittura il timore che, per questo suo anomalo comportamento, fosse malato. Ma, se ci si pensa, in effetti i libri venivano letti da un pulpito o da un podio. Non sono un esperto di neuroscienze, però la lettura come oggi la conosciamo ci ha portati a sviluppare autocoscienza e la conoscenza delle nostre relazioni interpersonali e delle storie che condividiamo. E l’esperienza della lettura può essere talmente totalizzante da alienarti per qualche momento dal mondo esterno. Il noto autore americano Paul Theroux una volta rimase su un treno metropolitano fino al capolinea solo per godersi la vista di una sconosciuta totalmente immersa nella lettura di un suo libro.

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Secondo Michael Bachtin, da lei citato più volte, i salotti accademici che si parlano addosso sono meno interessanti della letteratura popolare. È d’accordo? 

Io trovo terribile lo snobismo letterario. Le racconto un aneddoto. Una signora di una certa età venne in libreria per acquistare una copia di un libro che si era da poco aggiudicato un prestigioso premio letterario. Appena prima di uscire dal negozio, mi accostò con una certa titubanza, chiedendomi se per caso avevamo in casa una copia de La spada d’argento di Ian Serraillier, la storia di un ragazzino durante la guerra. Io le dissi che quel libro lo avevamo e che ogni tanto qualche bambino lo comprava ancora. Capii che se lo sarebbe goduto molto più di quel libro pesantissimo che aveva vinto il Booker Prize. Aggiungo che autori come Dickens e Shakespeare non avevano sulle spalle quel fardello della nobiltà letteraria. Shakespeare era un uomo della strada e la sua scrittura, in piena epoca elisabettiana, venne ingentilita: certe espressioni sarebbero state inammissibili. Lo stesso Dickens era un uomo della strada e raccontava storie sensazionalistiche. Robert Louis Stevenson pure. I racconti di Canterbury, ispirati a Chaucer dal Decameron del Boccaccio, contengono storie davvero osé. Ecco cos’è la letteratura popolare. E non so da dove venga questo atteggiamento saccente, accademico: la grande letteratura è grande e non ha confini.

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Ha citato La spada d’argento, che mi sembra rientri in quella categoria che lei definisce “libri di consolazione”. Mi spiega che cosa sono?

Libri che non sono necessariamente popolarissimi, che non sono necessariamente considerati grandi libri, ma a cui si fa spesso ritorno. Libri che hanno qualcosa che tocca una corda dentro di te, spesso a livello inconscio. Insomma, il libro che ti porteresti appresso per un ricovero in ospedale. Per esempio, mi sono trovato a parlare con un’avvocatessa di colore in treno, una donna di Londra, dall’accento cockney, e le ho chiesto quale era il libro preferito della sua infanzia e lei, dopo essersi vantata di aver letto questo o quel grande autore, su mia insistenza mi ha indicato Cenerentola, la storia di una donna oppressa da due forze maligne, il sistema classista e quello sessista: non ci aveva mai pensato. La settimana scorsa, ho fatto la stessa domanda a mia figlia e dalla sua risposta ho capito sul suo conto più di quanto avessi mai imparato prima. Il suo libro era la storia di una zingarella che non si sentiva accettata e mia figlia mi ha confessato di essersi sentita sempre un po’ fuori posto a scuola e persino all’università, cosa che io non avevo mai immaginato. 

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Com’è che le è venuto in mente di scrivere questo libro?

Be’, dopo tutti questi anni in libreria e con tutte le persone che mi è capitato di incontrare e da cui ho imparato tante cose interessantissime, mi sono detto che avrei voluto metterle nero su bianco. Va pure detto che ero un accademico frustrato che si era preso un dottorato in giovane età, senza però mai entrare realmente nel mondo accademico, forse perché, come mi diceva il mio capo, ero un chiacchierone. Ed è vero: sono un vero chiacchierone e anche per questo lavoro in una libreria. Ma volevo tornare alla passione della scrittura. Avevo scritto un libro sulla storia del Kent che aveva venduto discretamente e poi un altro, intitolato Londonopolis, che era più strano e ha avuto meno successo. Poi, a un certo punto della mia vita, le cose sul piano professionale si erano fatte difficili e mi sono detto che avrei voluto diventare uno scrittore professionista. Invece, ho finito per fare il libraio professionista. Per anni, le storie che avevo appreso dai clienti della libreria in cui lavoravo e la voglia di scrivere un altro libro di storia si sono incrociate e ne è nato questo libro.

Lei sostiene che il libro cartaceo prospera malgrado l’avvento dell’era digitale. Ha mai temuto che potesse scomparire?

Potrebbe sembrare una smargiassata, ma non l’ho mai pensato. Però c’è stato un periodo in cui la gente, quando io dicevo che lavoravo in una libreria, mi guardava con aria dolente, della serie, “quanto ci dispiace”… Ho sempre ritenuto che, se le librerie fossero state sufficientemente interessanti e i libri sufficientemente interessanti, il libro come entità fisica non sarebbe mai scomparso perché in esso c’è qualcosa di misterioso che non sono nemmeno in grado di spiegare, ma che i lettori, i clienti delle librerie, percepiscono. Sapevo che il libro in formato digitale sarebbe arrivato: Kindle, nel suo momento di massimo successo, mi ha effettivamente spaventato, però non ha fatto altro che favorire un diverso approccio ai libri e ne ha semmai aumentato l’acquisto. Perché nella libreria che dirigo, assisto a scene strane: la gente i libri li abbraccia, li bacia, li annusa. Insomma, qualcosa di davvero bizzarro che mi fa pensare che tra le persone e i libri ci sarà sempre una connessione mistica.

Un paio di settimane fa, una libraia indipendente ha deciso di non vendere il libro di Giorgia Meloni, la leader della destra italiana, suscitando non poche polemiche. Lei cosa avrebbe fatto al suo posto?

Ho un mio semplice sistema per censurare i libri che non mi piacciono: faccio in modo che nessuno possa vederli. Ci sono addirittura libri che non mi piacciono e che finiscono per cadere dietro gli scaffali. Credo che effettuare una censura pubblica sia pericoloso. Ma, se avessi una libreria indipendente, non terrei il libro di Giorgia Meloni o di chiunque altro io non ami, per esempio, di un autore che sia stato sgarbato in occasione di un suo incontro presso la mia libreria. Però, si vendono libri come quelli del Marchese De Sade, che scriveva di cose terribili che venivano fatte alle donne e che oggi è materia di studi accademici. Ma ci sono autori che hanno comportamenti inaccettabili e persino una società come Waterstones, che si picca di non censurare mai nessuno, in realtà lo fa in maniera più sottile. E comunque ogni libraio dovrebbe avere il diritto di fare come gli pare.

Un’ultima domanda: qual è il suo autore preferito?

Direi Charles Dickens, forse perché mio padre era un londinese della classe operaia e, dunque, conosceva perfettamente quell’ambiente popolare. E poi nei romanzi di Dickens ci sono un sacco di personaggi strambi e, lavorando in una libreria, mi capita costantemente di incontrare gente davvero strana. Li incontreresti pure lavorando in un negozio di dischi: e c’è bisogno di Jimi Hendrix, ma pure di AC-DC e Iron Maiden. E di Bob Dylan, ma pure di Whitney Houston. Credo che, per quanto attiene alla letteratura, in Dickens ci sia ogni aspetto della società. Ed è pure molto divertente.

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