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Il regista Livermore lancia l'accusa: "Se a Sanremo ci sarà il pubblico, noi apriremo i teatri"

Il direttore del Teatro Nazionale di Genova: "La cultura in Italia vale 285 miliardi. Tutti i teatri sono in sofferenza, ma siamo stati alle regole. Ora con Sanremo è discriminazione politica''

Davide Livermore
Davide Livermore

globalist

26 Gennaio 2021 - 10.39


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Continua la battaglia per Sanremo, con Amadeus che nei giorni scorsi aveva dichiarato: Festival senza pubblico? Allora ne riparliamo il prossimo anno”.

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La battaglia è dura, tra chi vuole un pubblico ridotto, chi spinge per non averlo e chi pensa che un Sanremo senza pubblico non sia possibile.

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Il regista, attore, musicista e direttore del Teatro Nazionale di Genova Davide Livermore lancia una provocazione comprensibile: ”Assisteremo a Sanremo con il pubblico in sala? Allora noi apriremo i teatri e sul palco ci sarà il nostro festival: primo concorrente Shakespeare. E’ possibile immaginare che improvvisamente il pubblico si materializzi all’Ariston e l’immagine passi sulla testa china dei templi della Scala, il San Carlo, l’Opera di Roma, il Carignano e il Teatro Nazionale? Davanti a Sanremo con gli spettatori dal vivo – afferma – il teatro italiano tornerà militante: la voce cultura in Italia vale 285 miliardi di euro, è la prima. Il calcio, per dire, porta 5 miliardi. Tutti i teatri sono in sofferenza, sono arrabbiati e indignati, ma siamo stati alle regole, ora però con Sanremo non ci stiamo, è discriminazione politica”.

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“Io posso parlare solo a nome mio – aggiunge Livermore – ma certo fra teatranti siamo in contatto, ci confrontiamo sulle piattaforme istituzionali di Platea e Agis. So cosa farò io appena avrò la certezza di Sanremo in presenza e sono sicuro di quanti altri teatri seguiranno la mia azione. Penso a una maratona shakespeariana come un intervento con 40 drag queen e attori da tutta Italia. Noi, gente di teatro, siamo pronti sempre: appena ripartono i musei, abbiamo una mostra per Palazzo Ducale, con attori chiusi nelle teche a leggere Edipo, il contagio”.

”Noi staremo alle regole – dice ancora il regista – se valgono per il Festival, valgono anche per noi: riapriamo e riempiamo di comparse contrattualizzate i nostri teatri. Si ha un’idea di quanta gente del mondo teatrale, dagli attori ai tecnici, è senza lavoro da mesi? E ogni comparsa potrebbe fare una donazione al teatro, che sarà il costo del biglietto. E tutti saranno tamponati”.

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”Chi prende contributi deve creare cultura -conclude – Il Nazionale è un teatro della gente così come Shakespeare. E io uso il denaro che lo Stato mi consegna per fare cultura: non faccio questa azione per me stesso. Sono stato sovrintendente a Valencia e ora a Genova, io ripiano i bilanci lavorando, non tenendo chiuse le sale. I cinema soffrono, ma sono esercizi privati. E a teatro io sto alla distanza necessaria con mascherina, non mangio una pizza”.

La Rai da Sanremo ha un guadagno pubblicitario gigantesco: dovrebbe rinunciarci? ”Ridistribuisca sul mondo della cultura – propone – Il teatro non si occupa di promozionare case discografiche o tour come fa Sanremo. La politica ha un pensiero troppo semplice per immaginare cosa stia generando, mentre Franceschini, uomo di cultura, deve affrontare questo frangente, a cominciare da Sanremo. E spero di incontrarlo nei prossimi giorni”.

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