Protagonisti scomodi
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Protagonisti scomodi

I controeffetti di una presentazione, e le controindicazioni di un guru al buio [Stefano Torossi]

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Stefano Torossi Modifica articolo

3 Febbraio 2014 - 08.50


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di Stefano Torossi

3 febbraio 2014

Venerdì 24. Ci vuole sprezzo del pericolo per sedersi come tre formichine a un tavolo sotto il grandioso Ercole di Canova. Siamo alla presentazione, nel salone del Mito, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, del libro di Fabio Benzi: “Arte in Italia tra le due guerre”. I tre presentatori: la Signora Clarelli, direttrice della GNAM, il Filosofo Marramao, e il pericolo pubblico Claudio Strinati.

Chiamare pericolo pubblico un intellettuale garbato, posato e dalla sterminata cultura; perché? Spiegazione. Claudio Strinati è per sua (involontaria?) vocazione, un protagonista scomodo. Nel senso che quello che dice, come quello che scrive, è talmente bene articolato, esposto con così assoluta proprietà di termini, e soprattutto farcito di tanta limpida e naturale intelligenza che rischia di proiettare un’ombra annientatrice su chi gli sta intorno e sull’oggetto delle sue attenzioni. Lo abbiamo ascoltato analizzare il libro di Benzi in un’autopsia dei suoi flussi interni talmente colorita da rischiare alla fine di toglierci la voglia di leggerlo, questo libro, del quale ormai erano stati esposti scheletro, muscoli e linfa.

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La signora Clarelli, che ha aperto l’incontro, ha schivato il confronto grazie a una presentazione tradizionale e cortese, da perfetta padrona di casa; il filosofo Marramao, che è venuto dopo, è invece rimasto, come un delfino spiaggiato, a boccheggiare senza ossigeno.

Insomma, un evento con tre protagonisti scomodi: la montagna di immenso, candido, vivo marmo sullo sfondo (vedi foto) e il sornione, seducente, vivo intelletto al tavolo.

Tranquilli. Il terzo protagonista, che poteva anche diventare la vittima del massacro: il libro, ce lo stiamo leggendo e possiamo assicurarvi che il confronto lo regge benissimo.

La sera stessa, al Parco della Musica, forte attesa per la talk opera “Conversazioni con Chomsky”. Delusione, e protagonisti evanescenti. L’offerta comprendeva una serie di filmati muti e sonori, la presenza sul palco dello stesso Noam Chomsky, guru parlante in inglese tradotto in diretta, e l’esecuzione dal vivo della musica di Emanuele Casale. Solisti del Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretti, come sempre benissimo, da Tonino Battista.

La faccenda è stata piuttosto noiosa. La musica (in prima assoluta, se non sbagliamo) ci è sembrata vecchiotta soprattutto per la scelta di sonorità provocatorie, sì, ma quarant’anni fa; oggi diventate di uso quotidiano, se non addirittura commemorativo (piripiri dei fiati, interminabili pedali degli archi, percussioni a scatafascio e fonemi sparati in (per noi) insensate raffiche da un soprano). Il povero Chomsky, presenza scenicamente poco carismatica, tutto il tempo sprofondato in una poltrona al buio, tranne quando veniva interrogato da un signore seduto lì accanto. A quel punto, occhio di bue sul filosofo, risposta alle domande, ovviamente in inglese; voce fioca sopraffatta da quella di una traduttrice simultanea. Con il risultato di ricreare quel fastidioso effetto delle interviste televisive in cui per i primi attimi ascoltiamo il vero personaggio, poi lo perdiamo nel sottofondo.

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Non abbiamo la minima intenzione di contestare i concetti supercollaudati del nostro ospite. E’ che se si mette su una serata, lo spettacolo si dovrebbe presentare con l’opportuno corredo di suoni, luci e ricchi cotillon, altrimenti, un buon libro a casa, e via. In sala, parecchie postazioni da bella addormentata, con quelle espressioni finte assorte che imparano a esibire anche nel sonno gli accorti frequentatori di questo tipo di eventi.

Ricapitolando: musica non protagonista per scadenza dei termini; spettacolo non protagonista per mancanza di vita; filosofo poco protagonista perché in ombra per troppa parte della serata.

All’uscita faceva un bel freddo, e questo ci ha offerto il pretesto per rimpiangere l’ormai perduto uso del cappello fra gli uomini. Perché quasi a tutti il cappello di taglio tradizionale dà un tono. Il che davvero non si può dire di quei bruttissimi berretti di lana a calza (vedi foto), molto amati dai ragazzi (i quali sono giovani e gli sta bene tutto, o comunque non importa come gli sta) e purtroppo anche dai vecchi (i quali sono vecchi e non gli sta bene quasi niente, a meno che non sia della più classica eleganza). Con l’aggravante che i colori di questo accessorio, non si sa perché, sono sempre mosci: sul grigiolino, marroncino o beigetto, e l’accostamento davvero non dona alle guance intirizzite, all’occhio lacrimoso e ai cernecchi che spuntano di là sotto. Saranno anche pratici, però…

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