Little Tony rock, pupe e motori
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Little Tony rock, pupe e motori

Un ricordo di quando suonavo con Tony, il ragazzo col ciuffo. [Piero Montanari]

Little Tony rock, pupe e motori
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Piero Montanari Modifica articolo

28 Maggio 2013 - 12.40


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di Piero Montanari

Quando nel 1965 Tony mi volle a suonare il basso elettrico nel suo gruppo, mi sentii come il giovane calciatore che viene ingaggiato per giocare con la sua squadra del cuore in serie A.

A quell’epoca Tony era il mio mito, ed il mito di una schiera di fan che si infittiva ogni giorno. Per noi musicisti emergenti i riferimenti musicali erano davvero pochi all’epoca: Tony a Roma e Celentano a Milano. Claudio Villa e suoi epigoni non volevamo neanche vederli fotografati, con i Beatles che si affacciavano in quel momento e la cui portata musicalmente devastante e rivoluzionaria non era neanche immaginabile. La prima volta che vidi una loro foto da quasi sconosciuti, mostratami da un compagno di liceo che era stato a Londra, mi misi a ridere e gli dissi: “Ma ‘ndo vanno questi co ‘sti capelli?” Avevo capito tutto.

Frequentavo da intruso pieno di aspettative la casa discografica romana di Tony, la Durium, a via S. Martino della battaglia, nel cuore della Roma umbertina. Era diretta dall’ingegner Caruana, e nella palazzina a due piani si consumavano ogni giorno jam session di rock’n roll e progetti di canzoni da scrivere, suonare e registrare, e io ogni tanto mi infilavo, in attesa del mio turno. Poi arrivava Little Tony rombante con la sua Ferrari e il suo ciuffo scompigliato, e noi in adorazione perché, oltretutto, interpretava anche perfettamente il modello di maschio vincente della nostra generazione un po’ cogliona: auto sportive, le donne, la fama, il mito del successo e dei soldi. E poi “Il ragazzo col ciuffo” era anche belloccio, come racconta appunto questo suo primo grande successo dopo la parentesi inglese, e l’appellativo gli rimase incollato a vita, anche quando il ciuffo gli divenne bianco e poi tinto.

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Di lì a poco le mie aspettative e la mia intraprendenza furono premiate, e iniziai un tour con lui, che per l’occasione aveva litigato per l’ennesima volta con i suoi amati e conflittuali fratelli, Enrico chitarrista eccellente ed Alberto, bassista.

Il gruppo divenne così “I Fedeli di Little Tony” e girammo per due anni suonando R&R e R&B tra Stati Uniti, Canada, Europa e Italia in lungo e in largo. Facemmo anche varie apparizioni in tv e un film ‘musicarello’, Un gangster venuto da Brooklyn, col grande Akim Tamiroff che ogni tanto ancora oggi passano di notte.

Poi ci si divise come spesso accade nei gruppi musicali, e Tony tornò a suonare con i fratelli. Ma ci si incontrava casualmente, ogni tanto.

In uno di questi incontri, un viaggio aereo Roma-Milano, erano passati più di vent’anni da quei giorni e anche molta politica e ideologia, tra ’68 e femminismo, cose con le quali avevo fatto i conti. C’era Tony ed io ero con un altro “grande” degli anni ’60, Don Backy. Subito loro iniziarono a raccontarsi dei vecchi Cantagiro, Festivalbar, Saint Vincent, e Tony inizia subito a parlare di quante donne avesse in quel periodo e di com’era bella la vita tra auto sportive e lusso sfrenato. Ricordo che mi infastidì ritrovare lo stesso ragazzo di vent’anni prima, semplice e non cresciuto idealmente, e così iniziai nei suoi confronti un pistolotto rompiscatole ideologico e moralista, sul femminismo, sulla coscienza collettiva, il ’68, le rivolte studentesche, sul fatto che lui era rimasto attaccato a quel clichè vecchio e stantio.

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Mentre l’aereo scendeva e io parlavo senza sosta, rimase zitto ad ascoltarmi per venti minuti, e quando mi tacqui disse: “A Pierì, ma che stai a dì, ma mica l’ho capito bene che m’hai raccontato!”

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