Cisgiordania, raid israeliani e violenza dei coloni: cresce la pressione sui palestinesi
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Cisgiordania, raid israeliani e violenza dei coloni: cresce la pressione sui palestinesi

Nella Cisgiordania occupata la giornata si apre ancora una volta con incursioni militari, case perquisite, strade chiuse e nuove aggressioni contro la popolazione palestinese.

Cisgiordania, raid israeliani e violenza dei coloni: cresce la pressione sui palestinesi
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25 Settembre 2026 - 12.39


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All’alba i militari israeliani sono entrati ancora una volta a Ramallah e al-Bireh. Hanno perquisito abitazioni a Silwad, a nord-est della città, mentre in gran parte della provincia restavano chiusi posti di blocco e cancelli militari. Strade interrotte, automobili ferme, collegamenti con i villaggi circostanti resi difficili o impossibili.

È la cronaca di una nuova giornata in Cisgiordania, dove la presenza militare israeliana si accompagna ormai a una pressione crescente sulla popolazione palestinese. Incursioni, arresti, demolizioni e restrizioni alla circolazione si intrecciano con gli attacchi dei coloni.

A Biddu, a nord-ovest di Gerusalemme, i soldati hanno sigillato l’abitazione di un palestinese detenuto e hanno affisso un ordine di demolizione. A Beita, a sud di Nablus, durante un’altra incursione è stato arrestato un ragazzo di 17 anni, dopo la perquisizione della sua abitazione.

A Rantis, invece, sono entrati in azione i coloni. Secondo quanto riferisce l’agenzia palestinese Wafa, nella notte sono state incendiate tre automobili e sui muri di alcune abitazioni sono comparse scritte razziste. Gli abitanti hanno reagito costringendo gli aggressori ad allontanarsi.

Sono episodi diversi, ma appartengono alla stessa geografia. Ramallah, Nablus, Gerusalemme, Hebron, Jenin: la Cisgiordania è attraversata da operazioni militari, controlli, aggressioni e provvedimenti che colpiscono direttamente le comunità palestinesi.

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E non si tratta soltanto delle incursioni notturne.

Nei giorni scorsi, a Beit Rima, nel governatorato di Ramallah, bulldozer israeliani hanno distrutto decine di dunam di terreno privato e sradicato centinaia di ulivi. Le operazioni sono avvenute alla vigilia della raccolta delle olive, in una regione nella quale gli alberi rappresentano una risorsa economica essenziale per molte famiglie.

Nel frattempo continuano i provvedimenti legati alla terra. A Qabatiya, nel governatorato di Jenin, l’esercito israeliano ha disposto la requisizione di un’area di terreno palestinese per presunte esigenze militari. Nel sud della Cisgiordania, intanto, avanzano nuovi progetti edilizi negli insediamenti israeliani.

È questo il punto che emerge dalla successione degli episodi: la pressione non arriva da una sola direzione. C’è l’esercito, con i raid e gli arresti. Ci sono i posti di blocco che interrompono la mobilità. Ci sono le demolizioni e le requisizioni. E ci sono i coloni, protagonisti di una violenza che colpisce persone e proprietà palestinesi.

Le Nazioni Unite hanno documentato un aumento degli attacchi dei coloni. Ocha ha registrato centinaia di episodi dall’inizio dell’anno, con morti, feriti e danni alle abitazioni, alle automobili e ai terreni agricoli. Il fenomeno riguarda ormai numerose comunità della Cisgiordania.

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A Masafer Yatta, nel sud di Hebron, un palestinese è stato ferito da un colono mentre si recava al lavoro. In altre località gli attacchi hanno riguardato abitazioni, greggi, coltivazioni e alberi.

La violenza non è quindi soltanto quella che produce un morto o un ferito. È anche quella che rende più difficile restare. Un cancello chiuso, una strada bloccata, un campo sequestrato, un ulivo abbattuto, una casa sigillata, un’aggressione notturna. Una somma di atti che modifica concretamente le condizioni di vita di intere comunità.

Il risultato è una Cisgiordania sempre più frammentata.

Ocha ha censito centinaia di ostacoli alla circolazione, tra checkpoint, cancelli e altri dispositivi militari. Per i palestinesi spostarsi da un villaggio all’altro può significare affrontare deviazioni, attese e controlli. Per chi lavora la terra, raggiungere un campo può diventare un problema. Per chi deve andare a scuola, in ospedale o al lavoro, una strada chiusa può trasformare pochi chilometri in un percorso molto più lungo.

Nel frattempo gli insediamenti continuano ad avanzare.

È una dinamica che le Nazioni Unite hanno più volte collegato alla progressiva frammentazione territoriale della Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti, le demolizioni, gli sfratti, le requisizioni di terre e la violenza dei coloni concorrono, secondo l’Onu, a creare condizioni sempre più difficili per la popolazione palestinese.

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La cronaca di queste ore lo mostra senza bisogno di grandi dichiarazioni.

A Ramallah i soldati entrano nelle abitazioni e le strade vengono chiuse. A Biddu una casa viene sigillata in attesa della demolizione. A Beita un minorenne viene arrestato. A Rantis vengono bruciate automobili e compaiono scritte razziste sui muri. A Beit Rima vengono sradicati ulivi. Nel sud della Cisgiordania continuano gli attacchi dei coloni e l’espansione degli insediamenti.

Sono frammenti di una stessa realtà.

Mentre sul piano internazionale si continua a discutere della soluzione politica e del futuro di uno Stato palestinese, sul terreno la vita quotidiana viene sottoposta a una pressione crescente. E la questione non è soltanto ciò che accade durante un’incursione militare. È ciò che resta dopo: una strada chiusa, una terra perduta, una casa destinata alla demolizione, un raccolto distrutto, una comunità costretta a vivere sotto la minaccia permanente della violenza.

È così che la Cisgiordania cambia, giorno dopo giorno.

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