Per esperienza, equilibrio, ricchezza documentale, chiarezza di esposizione, onestà intellettuale, Amos Harel è ritenuto, a ragione, tra i più autorevoli analisti politici israeliani. Su Haaretz, di cui è tra le firme storiche, Harel scrive un report molto pregnante dal titolo: Trump non sta cercando di provocare alcuna escalation in Medio Oriente. Netanyahu potrebbe invece scatenarne una in Cisgiordania
Argomenta Harel: “La Cisgiordania si sta configurando come il principale teatro di tensione tra il governo e le Forze di Difesa Israeliane alla vigilia delle elezioni generali del 27 ottobre. In Iran, Libano e Gaza, è soprattutto Donald Trump a dettare le regole del gioco.
Per ora, sembra che il presidente degli Stati Uniti non stia cercando una nuova escalation in Medio Oriente prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre. Tuttavia, Trump sta lasciando al primo ministro Benjamin Netanyahu un certo margine di manovra per condurre operazioni militari, come dimostrano i ripetuti attacchi dell’Aeronautica Militare israeliana nella Striscia di Gaza e, in misura minore, in Libano.
La Cisgiordania è un altro discorso. La violenza in quella zona, in particolare gli attacchi da parte di terroristi ebrei contro i palestinesi, sta suscitando notevole attenzione a livello globale. Per ora, l’amministrazione Trump, fatta eccezione per qualche sporadica espressione di sgomento da parte dell’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, è restia a intervenire in modo significativo.
Sullo sfondo c’è la crescente preoccupazione dei coloni – e del loro rappresentante più influente nel governo, Bezalel Smotrich – che quei bastardi cambino le regole dopo le elezioni: la costruzione sfrenata di insediamenti, le espulsioni e le violenze contro i palestinesi in Cisgiordania, in atto sin dall’insediamento di questo governo nel dicembre 2022, potrebbero giungere al termine.
Lunedì, Netanyahu ha effettuato una visita a sorpresa, e atipica, al quartier generale del Comando Centrale delle Forze israeliane di difesa (Idf) a Gerusalemme. Dopo esserne stati informati con breve preavviso, il ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore dell’Idf Eyal Zamir si sono affrettati a raggiungerlo, ciascuno per ragioni proprie. Netanyahu e Katz hanno ascoltato i resoconti degli alti ufficiali, i quali hanno sottolineato le loro preoccupazioni riguardo alla perdita di controllo della Cisgiordania, dato il brusco aumento del numero e dell’intensità degli episodi di violenza provocati dalla parte ebraica in Cisgiordania.
Inizialmente, ai media sono trapelate solo parti molto specifiche degli scambi verbali. È stato riferito che Netanyahu abbia chiesto di visionare un piano dell’Idf per contrastare una rapida escalation in cui, per la prima volta dall’Operazione Scudo Difensivo del 2002, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese avrebbero puntato le armi contro l’Idf. Il capo di Stato Maggiore ha affermato che il suo staff non era a conoscenza del fatto che il primo ministro volesse visionare un piano del genere e che questo sarebbe stato presentato a breve.
Sullo sfondo c’è il timore che, dato il numero crescente di attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi adiacenti agli avamposti degli insediamenti nelle Aree A e B della Cisgiordania – in base agli Accordi di Oslo, le prime sono sotto il pieno controllo palestinese, le seconde sotto il controllo militare israeliano ma civile palestinese – l’Autorità Palestinese possa iniziare ad armare unità di difesa locali in quei villaggi che aprirebbero il fuoco durante un successivo attacco.
In pratica, uno dei motivi per cui questo scenario non si è ancora concretizzato è che i leader dell’Autorità Palestinese sono fermamente intenzionati a impedire una grande escalation in Cisgiordania che potrebbe influenzare i risultati delle elezioni in Israele.
Netanyahu, con la sua visita al Comando Centrale e le successive fughe di notizie, ha ottenuto diverse vittorie. Ha introdotto nel dibattito pubblico la possibilità che l’Autorità Palestinese possa crollare, si è presentato come colui che esige che l’esercito si prepari al peggiore degli scenari (cosa che aveva trascurato di fare prima del 7 ottobre) e ha fatto sì che i media dipingessero il capo di Stato Maggiore dell’Idf come colui che non ha fatto il proprio dovere.
Alcuni funzionari militari temono addirittura che Netanyahu stia preparando il terreno per un deliberato deterioramento della situazione in Cisgiordania, al fine di distogliere l’attenzione elettorale dai fallimenti che hanno reso possibili i massacri nelle comunità al confine con Gaza.
Giovedì, l’Ufficio stampa dell’Idf ha rilasciato una dichiarazione a seguito di una valutazione della situazione su più fronti convocata quella mattina dal capo di stato maggiore.
Zamir ha comunicato agli alti vertici militari che l’Idf «sarà in stato di allerta totale su più fronti durante le festività» e ha ordinato che la 98ª Divisione fosse messa in allerta in modo da poter assumere la responsabilità di metà della Cisgiordania, se necessario, mentre la Divisione Giudea e Samaria continua a gestire l’altra metà.
È trapelato ai media che l’Idf sta valutando la sospensione dei permessi durante le festività autunnali per i riservisti in servizio attivo.
Netanyahu e Zamir sono impegnati in una complessa danza politica. È evidente che Zamir nutra sospetti sulle intenzioni del governo, alla luce dei risultati deludenti dei partiti della coalizione nei sondaggi, e voglia impedire che l’esercito venga trascinato in nuove avventure militari dettate da considerazioni politiche.
In risposta alla precedente manovra di Netanyahu, il capo di Stato Maggiore sta segnalando che l’esercito è pronto a qualsiasi scenario, attirando al contempo indirettamente l’attenzione dell’opinione pubblica sugli stratagemmi politici della coalizione. Zamir viene criticato quotidianamente dal canale governativo Channel 14 News, che lo ha bollato come nemico dello Stato.
Tutto ciò si inserisce nelle dichiarazioni di vari portavoce che hanno iniziato ad accennare alla possibilità di un rifiuto di massa dei risultati elettorali, qualora questi si concludessero con una sconfitta del blocco di Netanyahu. Molte persone della destra – tra cui Smotrich e i leader degli insediamenti – non nascondono il loro desiderio di un’escalation degli scontri in Cisgiordania.
Al di là dell’impatto sulle elezioni, un simile sviluppo potrebbe consentire loro di giustificare un’operazione israeliana volta a rovesciare l’Autorità Palestinese, seguita da un’occupazione più massiccia e dall’espulsione dei palestinesi, come quella condotta negli ultimi anni nella Striscia di Gaza.
I media israeliani si interessano alla Cisgiordania per lo più solo a seguito di incidenti di grande portata o di provocazioni che hanno avuto ampia risonanza, come l’«escursione» dei coloni nel villaggio di Tell, conclusasi con la morte di due israeliani e quattro palestinesi, e l’attacco con una mazza da parte del deputato Tzvi Succot (Sionismo Religioso) contro un monumento commemorativo nel villaggio di Madama.
È già evidente un’escalation deliberata degli attacchi contro i palestinesi. La situazione rischia di peggiorare con l’avvicinarsi delle elezioni. Sabato si sono verificati nuovi attacchi da parte dei coloni; il principale, ancora una volta, nel villaggio di Qusra, a sud di Nablus. Sarà interessante vedere cosa di tutto ciò sia noto e compreso a Washington, e se l’amministrazione Trump stia considerando la possibilità che la Cisgiordania diventi la fonte della sua prossima preoccupazione”.
Così Harel.
Netanyahu copre i coloni pogromisti, che hanno nella destra fascista e messianica di Ben-Gvir e Smotrich la loro estensione politica e governativa. La Cisgiordania, avverte Harel, più dell’Iran è il prossimo fronte di attrito tra Netanyahu e Trump. Il peggio deve ancora arrivare.