Gaza: il genocidio continua
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Gaza: il genocidio continua

Voci libere da Israele. Voci che danno corpo e anima al dolore, alla rabbia, all’indignazione ma anche alla resilienza di chi non si è arreso alla deriva messianico-fascista impressa al Paese dalla gang criminale al governo

Gaza: il genocidio continua
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Luglio 2026 - 18.58


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Voci libere da Israele. Voci che danno corpo e anima al dolore, alla rabbia, all’indignazione ma anche alla resilienza di chi non si è arreso alla deriva messianico-fascista impressa al Paese dalla gang criminale al governo. Voci di chi non ha paura di guardare in faccia la realtà e chiamarla per il nome che merita, anche se questo nome pesa come un macigno nella coscienza individuale e collettiva di un popolo che ha fatto della memoria storica della Shoah un pezzo fondamentale della propria identità nazionale.

Voci che hanno in Haaretz il loro vitale contenitore, trincea avanzata, e assediata, del giornalismo indipendente israeliano; un giornalismo dalla schiena dritta e per questo inviso a Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich per i quali l’unica informazione accettata e “arruolata” è quella che fa da cassa di risonanza propagandistica alle loro malefatte. Voci libere come quelle di Ilana Hammerman e Tamer Nafar.

La prima scrive su Haaretz un pezzo dal titolo: Ridurre al minimo i danni ai civili? Il genocidio continua

Argomenta Hammerman: «Oggi la “guerra” è finita. Non si tratta più di un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola in grado di descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi», scriveva già il 18 ottobre 2023 Plestia Alaqad, all’epoca una ventiduenne di Gaza. L’impressionante diario, in cui ha documentato, in inglese, le prime tre settimane di distruzione della Striscia di Gaza, è stato pubblicato lo scorso anno come libro di memorie («The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience», edito da Little, Brown and Company negli Stati Uniti e da Pan Macmillan nel Regno Unito).

Nel frattempo, quelle tre settimane si sono trasformate in quasi tre anni, e la morte che piove dal cielo, dalla terra e dal mare continua ancora oggi, senza sosta. Non c’è alcun cessate il fuoco. Il genocidio continua.

Giorno dopo giorno, uomini e donne, giovani e anziani vengono uccisi e feriti. Quasi 2 milioni di persone rimangono sfollate, ammassate in tende in una piccola area pari a circa un quinto del territorio totale di Gaza, condannate a soffrire nei sette cerchi dell’inferno, tra la vita e la morte. L’esercito israeliano controlla quasi il 70 per cento della Striscia, dove un tempo sorgevano villaggi e quartieri palestinesi. Sono stati rasi al suolo, i loro abitanti sono stati sfrattati con la forza e a loro è stato impedito di tornare.

Il 7 luglio, il dottor Said Muhammad Al-Kahlout (l’ortografia del nome varia), esperto di salute mentale e scrittore di Gaza, ha scritto su Facebook: «I cieli sono pieni di occhi che seguono ciò che gli aerei stanno registrando, e gli aerei sono vicini e possono contare le protesi dentarie nella bocca di un anziano sfollato – quale male avrebbe potuto fare al mondo se fosse rimasto in vita ancora un giorno. … Ma l’aereo vuole che muoia adesso. Quanti frammenti di schegge bastano per il tuo corpo emaciato, nonno? Mezzo frammento, forse meno. Ma l’aereo lo bombarda con mille frammenti finché non si riduce in mille pezzi. Domattina, quell’uomo sarà solo un numero, privo di umanità, che scorrerà senza sforzo sul nastro delle notizie in fondo allo schermo».

Il 17 luglio, il poeta Nima Hasan, residente a Rafah, ha scritto su Facebook: «Pochi minuti fa ho visto un video di un ragazzo di 15 anni caduto in uno dei tanti canali di scolo sparsi intorno alle nostre tende. Era già morto quando è stato portato in ospedale. Prima di allora, un altro ragazzo aveva giocato con un oggetto sospetto che è esploso uccidendolo. Poi un altro ragazzo è passato accanto ai blocchi gialli [di cemento che segnano la parte della Striscia occupata da Israele] e i soldati dell’occupazione gli hanno sparato. E un proiettile è entrato in una tenda dove si trovava una ragazza, uccidendola. E dei bambini sono caduti da un rimorchio e sono stati schiacciati dalle ruote. E dei bambini sono morti di malnutrizione, mentre altri non sono stati curati. E ci sono bambini che non sono stati portati a ricevere cure e sono morti nell’attesa. … La morte insegue i nostri bambini da ogni parte, persino dalle viscere della terra a Gaza. Qualcuno ci sente? Qualcuno ci vede?” (I due post sopra riportati sono stati pubblicati da Tamar Goldschmidt e Aya Kaniuk nell’ambito di un progetto di documentazione unico nel suo genere, su Facebook, interamente dedicato, su base quotidiana, a una selezione di post dei residenti di Gaza.)

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Venerdì, Nir Hasson ha riportato su Haaretz: «L’Aeronautica Militare israeliana continua a uccidere bambini nella Striscia di Gaza. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, lo scorso ottobre, sono stati uccisi 282 bambini e adolescenti di età inferiore ai 18 anni – una media di un bambino al giorno.»

Ma l’ultima parola nei servizi giornalistici e negli articoli di questo tipo è, per qualche motivo, sempre riservata al portavoce dell’esercito, che nella sua risposta ribadisce: «Le Forze di Difesa Israeliane respingono con forza e condannano l’affermazione secondo cui esisterebbe una politica o una prassi volta a danneggiare deliberatamente i bambini. … Le Idf si impegnano a ridurre e minimizzare i danni alle vite dei civili e alle infrastrutture civili in conformità con le leggi di guerra, e adottano misure precauzionali prima di sferrare attacchi».

Ridurre al minimo i danni alle vite dei civili e alle infrastrutture? Fin dall’inizio, l’attacco a Gaza è stato una guerra sistematica di annientamento, una risposta sproporzionata e frenetica all’attacco barbarico di Hamas del 7 ottobre.  Una guerra che fin dal primo giorno non ha fatto distinzione tra combattenti e civili, né tra le infrastrutture militari di Hamas e quelle civili di Gaza. Il fatto è che, a causa dei pesanti bombardamenti e dei bombardamenti aerei su aree residenziali densamente popolate – che non consentivano alcuna distinzione – decine di migliaia di donne, bambini e anziani sono stati uccisi, feriti o sono rimasti permanentemente invalidi, mentre ospedali, istituti scolastici, strade, reti idriche ed elettriche sono stati distrutti, così come il settore agricolo.

E l’opera di distruzione continua ancora oggi, non solo attraverso i bombardamenti da parte di aerei e droni, ma anche costringendo la stragrande maggioranza della popolazione a condizioni di vita abissali.

Oltre l’80 per cento dei residenti di Gaza è stato costretto ad abbandonare le proprie comunità e le proprie case sono state distrutte. Vivono in tende sovraffollate, roventi d’estate e allagate dall’acqua piovana d’inverno, con le acque reflue che scorrono tra di esse e si raccolgono in pozzanghere. Sono esposti a un’infestazione di topi, ratti e pulci, nonché a malattie infettive che, in assenza di cure mediche adeguate, diventano una condanna a morte, soprattutto per i bambini e gli anziani.

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Quindi, si tratta di genocidio. Lo Stato di Israele ha inflitto e continua a infliggere un olocausto alla Striscia di Gaza. Non c’è altra parola per descriverlo oggi, quando le dimensioni delle uccisioni e della devastazione sono chiare a tutti. Eppure, nei media e nel discorso pubblico tra gli ebrei israeliani, e ora nella campagna elettorale, si è aperto un buco nero nel quale questo crimine, questa terribile tragedia umana, che ci accompagnerà per generazioni, è stato inghiottito, come se non fosse mai accaduto.

Quanto ciò sia evidente nella campagna elettorale del Partito Democratico, il cui sito web in lingua inglese dichiara: «Siamo la spina dorsale, basata sui valori, ideologica, diplomatico-sicurezza e sionista del blocco democratico-liberale in Israele. Siamo in prima linea nella lotta per il carattere e il futuro di Israele, sotto la guida del Maggiore Generale (in riserva) Yair Golan, un eroe del 7 ottobre [sic]. Continueremo a lottare con determinazione e coraggio per un Israele forte, sicuro e giusto… senza paura, senza piegarci alla macchina del veleno e senza scendere a compromessi sui nostri valori.”

È una dichiarazione che ignora il valore più grande di tutti, quello per cui oggi bisogna lottare nello Stato di Israele razzista, ultranazionalista e militarista, ovvero l’umanesimo”.

Così Ilana Hammerman. Una voce libera, coraggiosa, da Israele. 

Ignorati, declassati, considerati un peso. Sono oltre 1,2 milioni di cittadini (oltre il 20% della popolazione). Cittadini di serie B. Sono il “popolo invisibile”, una immagine contenuta nel titolo di un bellissimo libro-inchiesta di David Grossman: Un popolo invisibile. I palestinesi d’Israele (Mondadori, 1993). 

Tamer Nafar fa parte di questo “popolo invisibile”. Al quale dà voce con le sue canzoni rap e scrivendo sul quotidiano progressista di Tel Aviv. Nafar non nasconde le divisioni interne ai palestinesi israeliani, al contrario ne fa oggetto di sofferta riflessione che offre al meglio la visione dei dilemmi esistenziali di una comunità sospesa tra due mondi tra loro inconciliabili.

Nafar è autore di un pezzo dal titolo: In qualità di cittadino palestinese di Israele, non ho il privilegio di non votare alle elezioni israeliane

Scrive Nafar: “Nel 2019 ho pubblicato il video musicale “Tamer Must Vote” con Udi Aloni, in cui si scontrano due fazioni: il Tamer che vuole andare alle urne contro il Tamer che boicotta le urne. L’opinione pubblica era divisa. Alcuni tifavano per il pugile nell’angolo di destra, altri per quello a sinistra, mentre il resto si sentiva come se una scheggia di vetro rotto gli avesse trafitto il piede.

Proprio nel bel mezzo di un’esibizione, mi hanno gridato «traditore». E se avessi avuto il sospetto di non aver sentito bene a causa del rumore, hanno anche alzato un cartello. Ero abituato a essere attaccato da tutte le parti, ma questa volta la cosa mi ha colpito nel profondo, forse perché la canzone rifletteva un’esitazione. È nata dal mio dibattito interiore: votare alle elezioni o no. Le elezioni sono una maschera democratica con cui Israele copre gli orrori dell’occupazione, o sono un vero strumento democratico? I critici dicevano che stavo edulcorando l’immagine di Israele, conferendogli un certificato di democraticità e collaborando con il sistema. La verità? Sono riusciti a scuotermi. Ho deciso di non toccare più questo argomento.

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Ma col passare del tempo, mi rendo conto che intendevo qualcos’altro. Col senno di poi, sono persino disposto a ridere un po’ di me stesso. In quel video musicale cantavo che sarei andato alle urne per il diritto al ritorno, come se una Knesset sionista ed ebraica, superiore ai cittadini non ebrei del Paese, potesse concedere a una minoranza uno strumento per smantellarla. Come dice il proverbio: «Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». Già allora sapevo che si trattava di un’esagerazione.

Ma nel video c’era un’altra frase, su come, se il kahanismo continuasse a rafforzarsi, ne avremmo pagato un prezzo altissimo. Nel mio incubo peggiore, non avrei mai immaginato che il prezzo sarebbe stato quasi 100.000 morti, Gaza distrutta, una Cisgiordani in via di giudaizzazione   e un’ondata di omicidi nella comunità araba. A questo punto non rido più di me stesso.

Non credo che la Knesset libererà la Palestina, abrogherà la Legge sullo Stato-Nazione o smantellerà il regime di supremazia ebraica. Non credo nemmeno che la presenza di legislatori palestinesi dimostri che Israele sia una democrazia.

Tuttavia, penso che si debba votare – non perché Israele sia una democrazia, ma perché il voto è uno strumento di sopravvivenza. C’è una differenza tra partecipare a un’elezione e conferire legittimità. La partecipazione è uno strumento di sopravvivenza, non un’approvazione di valori.

Israele si è già tolto la maschera. Non so cosa sia più spaventoso: il suo volto genocida, il fatto che non se ne vergogni più, o che il mondo non lo fermi. Un tempo pensavamo che, se avessimo tolto la maschera a Israele, ne sarebbe rimasto imbarazzato. Non immaginavamo che si sarebbe scattato un selfie con i propri crimini e se ne sarebbe vantato.

Proprio per questo, penso che la nostra voce sia importante – non perché possiamo vincere, ma perché dobbiamo far valere il nostro peso. Se il ruolo dei palestinesi in Cisgiordania è opporsi all’occupazione, e quello dei palestinesi a Gaza è sopravvivere alla macchina di sterminio, forse il nostro ruolo, come cittadini palestinesi di Israele, è impedire la nostra stessa morte.

Non votiamo per fiducia nel sistema. Votiamo per sopravvivere ad esso.

L’ultima cosa che voglio è che la mia voce venga ascoltata in una Knesset sionista e suprematista, in ebraico e non in arabo, sotto la bandiera israeliana. Purtroppo, non ho il privilegio di boicottare le elezioni”.

Così Tamer Nafar racconta il rovello irrisolto del 20% della popolazione d’Israele. Una comunità di oltre 1,2 milioni di persone che sperano, senza soverchie illusioni, in una democrazia vera, nella quale i cittadini non vengano gerarchizzati per appartenenza religiosa. Una democrazia che per essere tale non può ammettere di essere facitrice di un genocidio, a Gaza, e di un sanguinario regime di apartheid in Cisgiordania. 

Per Tamae Nafar, e le altre e gli altri palestinesi israeliani che faranno come lui, il voto è la testimonianza della volontà, come cittadini palestinesi di Israele, di “impedire la nostra stessa morte”.

Una testimonianza, che forse non inciderà sull’esito delle elezioni del 27 ottobre, ma che comunque va rispettata e sostenuta. Perché viene dal cuore, sia pure pregno di dolore e di motivata rabbia. 

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