Un decennio di pogrom e terrorismo ebraico: benvenuti al sessantesimo anno di occupazione
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Un decennio di pogrom e terrorismo ebraico: benvenuti al sessantesimo anno di occupazione

Michael Sfard è un avvocato per i diritti umani che rappresenta organizzazioni per i diritti umani, comunità palestinesi e attivisti israeliani e palestinesi.

Un decennio di pogrom e terrorismo ebraico: benvenuti al sessantesimo anno di occupazione
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

10 Giugno 2026 - 23.02


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Michael Sfard è un avvocato per i diritti umani che rappresenta organizzazioni per i diritti umani, comunità palestinesi e attivisti israeliani e palestinesi.

Il suo articolo per Haaretz è un possente j’accuse che chiama in causa 60 anni di occupazione.

Un j’accuse che sviluppa un titolo già di per sé molto indicativo: “Un decennio di pogrom e terrorismo ebraico: benvenuti al sessantesimo anno di occupazione”.

Scrive Sfard: “Secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, nel 59° anno dell’occupazione 24 comunità palestinesi sono state completamente sradicate e trasferite con la forza dai loro luoghi di residenza. Altre 11 comunità sono state parzialmente sfollate. 489 famiglie, per un totale di 2.700 persone, hanno perso le loro case, le loro comunità, il loro posto su questa terra. Ebrei in maschera ed ebrei in uniforme hanno unito le loro forze nel male per rendere 1.300 minori senza tetto. E questo solo in Cisgiordania. Nel 59° anno dell’occupazione, le Forze di Difesa Israeliane hanno demolito decine di migliaia di strutture nella Striscia di Gaza, distruggendo così lo spazio vitale di centinaia di migliaia di abitanti di Gaza.

Congratulazioni. L’occupazione entra nel suo 60° anno. Che età schifosa, non più giovane secondo nessun criterio, ma nemmeno ancora in età pensionabile. Indica solo che il tempo passa e che quella che doveva essere una deviazione temporanea dal sacro principio secondo cui le persone hanno il diritto di partecipare ai processi decisionali che regolano le loro vite è stata sfruttata per scatenare una tempesta di crimini contro di loro.

Siamo ora entrati nell’ultimo anno del peggior decennio nella storia dell’occupazione. Un decennio di pogrom e terrore ebraico, che ha goduto di sostegno politico, finanziamenti pubblici e vari gradi di cooperazione ufficiale da parte delle forze di sicurezza. Un decennio di apartheid sfrenato, ufficiale e smascherato, attuato da decine di migliaia di israeliani, tutti complici di un crimine contro l’umanità. Questo è stato soprattutto un decennio in cui, a seguito di un orribile e imperdonabile massacro commesso contro di noi, ci siamo imbarcati in una terribile guerra di annientamento, non meno imperdonabile, in cui ci siamo abbassati a un abisso morale da brivido, che ci ha dolorosamente resi simili a coloro che ci hanno perseguitato e ucciso nel corso della storia.

A dire il vero, non c’è più nulla da dire. Per quasi due decenni ho pubblicato articoli su Haaretz in vista dell’anniversario della guerra, che ci ha resi occupanti di milioni di persone prive di qualsiasi cittadinanza o diritto politico, persone che dipendono interamente dalla nostra benevolenza. Per quasi due decenni, ogni anno ho cercato le parole giuste, ho lottato duramente per essere preciso nell’uso dei concetti più appropriati, ho cercato con il linguaggio di abbattere il muro dell’indifferenza e della crudeltà israeliana. Ma non funziona, almeno non ancora.

È difficile continuare a fuggire da questa conclusione insopportabile, dall’inevitabile intuizione che, per quanto si cerchi di distogliere lo sguardo dall’indifferenza, nelle fondamenta marce di questo muro c’è, chiamiamo le cose con il loro nome, il razzismo. Un bambino palestinese che soffre semplicemente non basta per la maggior parte degli israeliani. Ecco perché anche il programma di informazione più “liberale” dei media israeliani non ne avrà alcun interesse (ho messo la parola liberale tra virgolette poiché questo termine è stato stravolto nel discorso israeliano, e se Yair “Sono un sionista e un patriota, non un uomo di sinistra” Lapid è un liberale, allora a quanto pare non ho capito nulla quando ho studiato il liberalismo all’università).

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Sì, per quanto ci sforziamo e per quanto attribuiamo la colpa del conflitto, del terrorismo e degli attacchi violenti contro di noi, l’onestà ci obbliga ad ammettere: il razzismo nudo e crudo, il concetto della nostra supremazia e della loro inferiorità, si è diffuso nei nostri corpi, risiedendo ovunque. Noi (come collettività, ovviamente si tratta di una generalizzazione), non consideriamo coloro che non sono ebrei come nostri pari.

Non consideriamo una comunità che è stata sradicata da un wadi ai margini del deserto, con i suoi miseri averi e i suoi strani vestiti, come esseri umani nostri pari. Come persone che meritano la felicità non meno di noi.

E non sto parlando dei kahanisti. Sto parlando di coloro che si considerano liberali, di giornalisti, giuristi, esperti di alta tecnologia e politici, compresi quelli del “centro” e della “sinistra moderata”. Quanto se ne cura davvero la società israeliana? Quanto sente davvero il dolore di ciò che sta accadendo alle comunità di Ein Samiya, Ein Auja e Umm al-Kair, così come a decine di altre comunità in cui lo Stato ebraico, direttamente o tramite emissari, picchia, terrorizza e espropria palestinesi indifesi? Sì, ogni tanto c’è uno shock per le ultime immagini del terrore ebraico, ma si tratta di un’interruzione temporanea che non porta a nessuna riflessione profonda o a fare i conti, a nessun Tikun. È una messinscena di shock, una cerimonia volta a preservare la propria immagine, una correzione del trucco sbavato. 

Ma durante questo decennio è successo qualcos’altro: l’impulso di oppressione si è diffuso e ha iniziato ad attaccare dall’interno. E all’improvviso, anche gli israeliani ebrei si sono ritrovati nel mirino e come bersagli del consolidamento del potere, di un processo volto a privarli dei loro diritti, di una dittatura in divenire. Essere arabi è un male, ma a quanto pare anche essere di sinistra (o ciò che l’estrema destra etichetta come “sinistra”) è un male. I palestinesi sono il nemico, ma lo sono anche i leader determinati della supremazia, gli ebrei che desiderano togliere lo stivale militare dal collo dei palestinesi. E così, i fiumi dell’occupazione sono le sorgenti che riempiono i laghi del colpo di stato costituzionale, e il giorno in cui le armi che, oggi, gli sceriffi degli avamposti agricoli della Cisgiordania   puntano contro i loro vicini palestinesi saranno dirette contro i loro rivali politici interni, non è lontano.

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Come l’umidità e la muffa, nessun intonaco o vernice e nessun “governo del cambiamento” sradicherà questo flagello senza affrontarlo alla fonte della violenza del nostro regime: la visione del mondo della supremazia ebraica, l’assioma secondo cui siamo eternamente dalla parte della giustizia e il rifiuto di riconoscere pienamente i diritti degli altri che vivono qui. 

L’elezione deve essere vinta e il governo kahanista deve essere rimosso dall’incarico. Questa è una condizione necessaria per un futuro che non sia il più cupo dei bui. Ma dobbiamo anche renderci conto che, sebbene sia una condizione necessaria, è ben lungi dall’essere sufficiente. 

Benvenuti al 60° anno dell’occupazione”, conclude Sfard.

Ecco cosa è diventato Israele. Il razzismo che anestetizza le coscienze, la disumanizzazione dell’altro da sé. La paura che diventa odio, l’odio che sostiene la soluzione finale della questione palestinese. Non è solo un imprinting della destra. Non sono solo i Ben-Gvir, Smotrich e tutti gli altri ministri fascisti-messianici che governano Israele. Le cellule cancerogene si sono diffuse in quasi tutto il corpo d’Israele, e forse impediscono ormai qualsia cura. 

Un corpo piagato.

Gli arabi israeliani sono, secondo il censimento ufficiale 2025, 2milioni80 mila, il 21,1% della popolazione dello Stato d’Israele. Cittadini considerati di serie B, nella vita pubblica e in tante attività di un Paese che si vanta di essere l’unica democrazia in Medio Oriente. Una “democrazia” che discrimina i suoi cittadini in base all’appartenenza etnico-religiosa. Di questo scrive su Haaretz, con la consueta chiarezza analitica è passione intellettuale, Hanin Majadli, che di quella comunità ne è parte e voce. 

“I cittadini palestinesi di Israele non devono scusarsi per ogni attacco terroristico”

Così il quotidiano progressista di Tel Aviv titola un pezzo illuminante di Majadli: “A seguito di quello che sembra essere un attentato terroristico commesso da un giovane di Taibeh, Somaya Bashir, attivista sociale e possibile futura deputata alla Knesset per il partito dei Democratici, ha pubblicato un video in cui leggeva un testo che sembrava scritto dal team dei social media del suo partito. In esso, ha detto ciò che è d’obbligo per questo genere: che il terrorista non rappresenta i cittadini arabi di Israele, ma solo l’odio e il terrorismo, e quindi le sue azioni dovrebbero essere condannate senza riserve.

Allo stesso tempo, ha proseguito, l’attacco non deve essere strumentalizzato per incitare all’odio contro l’intera comunità, perché è proprio questo che vogliono i terroristi: seminare odio e sfiducia tra ebrei e arabi. È necessario opporsi sia al terrorismo che al razzismo, ha detto, senza scusarci per la nostra identità araba e senza tacere di fronte alla violenza. Fino a qui, utopia.

Le risposte più gentili al suo video andavano da “Hai ragione, ma non ti credo” a “Non educare i tuoi figli all’odio, e così non commetteranno attacchi e non uccideranno ebrei”. L’idea che gli arabi educhino i propri figli all’odio è uno dei capisaldi della visione del mondo dominante in Israele.

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Ma questa visione è tragicomica, dato che gli israeliani partecipano all’occupazione e all’oppressione dei palestinesi da circa 60 anni, e continuano a farlo. In questo contesto, hanno ucciso e massacrato migliaia di persone in Cisgiordania. Hanno anche partecipato con gioia alla distruzione della Striscia di Gaza. Uccidendo più di 70.000 palestinesi. Di fronte a questi numeri, i cittadini palestinesi di Israele dovrebbero sentirsi in dovere di scusarsi per un attacco terroristico?

E mentre gli ebrei israeliani sono impegnati a diagnosticare la società palestinese, è difficile non chiedersi dove siano quelle diagnosi quando guardano se stessi. La maggior parte degli israeliani vive in pace con una situazione di occupazione e apartheid. La maggior parte di loro non attribuisce né la propria volgarità e rozzezza né la propria disumanizzazione dei palestinesi all’occupazione e alla violenza.

Dietro l’affermazione secondo cui «gli arabi educano i propri figli all’odio» si nasconde un presupposto profondo e fondamentale: che la violenza palestinese riveli qualcosa sulla natura della società da cui proviene, mentre la violenza israeliana non riveli nulla sulla società che la perpetra.

Di conseguenza, ogni attacco terroristico porta a una discussione sulla cultura palestinese, ma le atrocità degli israeliani non danno adito a un dibattito simile. Gli israeliani vedono l’occupazione come una politica, non come un fattore che plasma la coscienza. Considerano la distruzione e l’uccisione come necessità, o come strumenti, ma non come un riflesso dei loro valori. Ed è così che una società riesce a vivere per decenni in una situazione di dominio su un altro popolo, vedendosi contemporaneamente come potente, come vittima e come autorità morale.

Il video di Bashir, come altri gesti di questo tipo, è del tutto comprensibile. Si può capire perché questo impulso sorga tra i cittadini arabi. Per alcuni, deriva da un calcolo politico: chiunque voglia vedere l’uguaglianza civica, la fine dell’occupazione e un futuro politico diverso sa che la situazione non cambierà senza partner ebrei; quindi, molti abbracciano il ruolo del mediatore, di chi placa gli animi, di chi spiega. Ma non sempre deriva da una strategia. A volte deriva da qualcosa di più semplice e doloroso: la paura. Paura di cadere sotto il sospetto collettivo, di incitamento, di punizione pubblica. A volte è dovuta alla stanchezza di persone che sono state costrette per tutta la vita a dimostrare di non essere il nemico. E a volte è persino un’interiorizzazione della visione israeliana, una vaga sensazione che se non ci si affretta a denunciarla, qualcuno ti vedrà come complice.

Eppure, indipendentemente dal fatto che questo impulso derivi da un calcolo politico o dalla paura, dalla vergogna o dal desiderio di appartenenza, questo desiderio di persuadere non è obbligato ad accettare i presupposti fondamentali della parte che cerca di convincere”, conclude Majadli. 

Così stanno le cose nello Stato etnico d’Israele.

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