Da "vittoria totale" a fallimento strategico: il cessate il fuoco indebolisce Israele e rafforza l’Iran
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Da "vittoria totale" a fallimento strategico: il cessate il fuoco indebolisce Israele e rafforza l’Iran

Un criminale di guerra si aggira per il Medio Oriente. Semina morte e terrore. Attacca Stati sovrani, provoca milioni di sfollati. Fa saltare tregue, sfida la comunità internazionale. E resta sempre impunito.

Da "vittoria totale" a fallimento strategico: il cessate il fuoco indebolisce Israele e rafforza l’Iran
Bombardamenti israeliani sul Libano
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Aprile 2026 - 16.47


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Un criminale di guerra si aggira per il Medio Oriente. Semina morte e terrore. Attacca Stati sovrani, provoca milioni di sfollati. Fa saltare tregue, sfida la comunità internazionale. E resta sempre impunito. Di peggio. C’è chi, senza arrossire di vergogna, lo celebra come un liberatore, un eroe nella guerra al terrorismo. L’uomo del genocidio di Gaza, della mattanza in Libano. Il suo nome è Benjamin Netanyahu, il peggiore primo ministro nella storia d’Israele, il responsabile primario dell’onda di ripulsa antisraeliana che attraversa il mondo. Un leader che ha fatto della guerra perpetua il suo credo, il fine ultimo di ogni azione. Un politico il cui cinismo sanguinario non conosce limiti. Uno stratega senza strategia se non quella di colpire, colpire e ancora colpire.

Da «vittoria totale» a fallimento strategico: il cessate il fuoco indebolisce Israele e rafforza l’Iran

Così inquadra la situazione Uri Misgav. Che su Haaretz scrive: “I tweet infantili del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a poche ore di distanza dalla sua promessa che «un’intera civiltà morirà», sono il segno che è tutto finito. La tregua temporanea diventerà definitiva. Trump parla già di «grandi guadagni», di un’età dell’oro e di pace mondiale. Il bambino troppo cresciuto ha perso la pazienza e l’interesse, passando al suo prossimo giocattolo (la Groenlandia? Cuba?). Una persona con un passato di fallimenti ha scelto di limitare le proprie perdite politiche e finanziarie, spiegando che «l’Iran può avviare il processo di ricostruzione». E che ne è della ricostruzione di Israele?

È stata e rimane una guerra disastrosa, disonesta nei suoi obiettivi. Due psicopatici sconsiderati hanno inondato la regione di sangue, fuoco e fumo, precipitando il mondo in una crisi energetica globale. Il folle Trump pensava, o è stato indotto a credere, che ci sarebbero voluti tre giorni. Al termine di 40 giorni da incubo e notti insonni, è ovvio che nessuno degli obiettivi dichiarati e megalomani della guerra è stato raggiunto. Né la distruzione del programma nucleare, né la fine della minaccia dei missili balistici, né il cambio di regime.

Il grande vincitore è la giunta militare delle Guardie Rivoluzionarie, che ha preso il controllo dell’Iran, sostituendo gli ayatollah. Ora seguirà una linea ancora più dura contro l’Occidente e ovviamente contro il povero popolo iraniano, con la preoccupazione piena di pathos per il loro benessere sostituita da “ridurre l’Iran in polvere”, “danneggiare le infrastrutture” e “creare le condizioni” per un futuro cambio di regime.

Ora, la battuta prevalente è che la guerra sia finita con l’apertura dello Stretto di Hormuz, che era aperto prima della guerra. Ma anche questo è inesatto. Trump ha concesso un riconoscimento senza precedenti alle Guardie Rivoluzionarie, riconoscendo il loro diritto di salvaguardare il passaggio attraverso lo Stretto. Lo status dell’Iran è cresciuto. Ha resistito a un attacco combinato sferrato dal “Piccolo Satana” e dal “Grande Satana”, sconfiggendoli nonostante la sua inferiorità militare e aerea. 

La situazione di Israele, al contrario, è peggiorata in modo incalcolabile. Vittime, feriti, edifici distrutti, una routine fatta di sirene e rifugi antiaerei, un’economia in rovina, un sistema educativo in stallo, l’aeroporto Ben-Gurion chiuso. E per cosa? Per non parlare del duro colpo inferto al nord e ai suoi coraggiosi abitanti, che stavano appena iniziando a raccogliere i cocci della guerra precedente, solo per scoprire che Hezbollah non si era “evaporato” né era stato “resettato di anni”, ma al contrario si era ricostituito.

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La saggezza, il pragmatismo e la moderazione dei fondatori di Israele sono stati sostituiti nell’era del “Bibi-stan” da arroganza messianica, mancanza di pianificazione strategica e un fascino infinito per le operazioni tattiche (cercapersone, assassinio di leader e comandanti). La strategia di difesa adottata da David Ben-Gurion e dai suoi seguaci si basava su guerre brevi, sul trasferimento delle battaglie in territorio nemico e su vittorie rapide che si traducevano in successi diplomatici.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, i cui portavoce hanno osato all’inizio della guerra paragonarlo a Ben-Gurion e Winston Churchill, ha consolidato una concezione diversa: guerre prolungate, condotte a testa bassa sul fronte interno di Israele, che non si concludono con una vittoria né contribuiscono ad accordi sostenibili.

Questo uomo terribile, fallito e perdente ha inflitto a Israele, in meno di tre anni, le peggiori debacle strategiche della sua storia.

Il massacro del 7 ottobre, la guerra di due anni a Gaza e nel nord, che si è conclusa senza sconfiggere Hamas e Hezbollah, e ora il trascinare Trump in una guerra congiunta in Iran, con lo stupore e il disgusto del mondo, compresa la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica americana. Il conto e la vendetta saranno presentati a Israele e agli ebrei di tutto il mondo.

Tuttavia, la colpa non può ricadere solo su Netanyahu e sul suo governo di eunuchi. Una grande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele, dei media del Paese e della cosiddetta opposizione ha sostenuto con entusiasmo la guerra, credendo nella sua totale giustificazione e nella possibilità di raggiungere i suoi obiettivi deliranti.

Se Israele riuscirà a liberarsi dalla morsa dell’alleanza tra Bibi-isti, Kahanisti, Haredi, nazionalisti e ultraortodossi nelle prossime elezioni, dovrà impegnarsi in un processo di rieducazione e smettere di ricorrere alla forza e a sempre più forza come unica soluzione ai problemi. La vita è più di una sindrome di Masada e della difesa di una Sparta mediorientale.”, conclude Misgav. Che nella sua articolata analisi coglie, tra gli altri, un punto su cui Globalist insiste da anni: Netanyahu e con lui i ministri fasciomessianici Ben-Gvir, Smotriche e compagnia orribile, interpretano gli orientamenti disumanizzanti di una parte non marginale, tutt’altro, della società israeliana, per la quale la guerra è diventata uno stile di vita se non addirittura una missione divina da assolvere. Il suicidio d’Israele inizia da qui.

Tomer Persico è senior fellow presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme e ricercatore senior presso il Centro di studi sul Medio Oriente dell’Università della California, Berkeley. Il suo libro più recente è “In God’s Image: How Western Civilization Was Shaped by a Revolutionary Idea” (A immagine di Dio: come la civiltà occidentale è stata plasmata da un’idea rivoluzionaria).

“Israele sta diventando uno Stato rivoluzionario come l’Iran?”

È il titolo di una sua ficcante analisi storico-politica ospitata da Haaretz.

Rimarca Persico: “La questione dell’influenza di Benjamin Netanyahu sulla decisione di Donald Trump di affrontare l’Iran è diventata oggetto di dibattito negli Stati Uniti e occuperà senza dubbio gli storici negli anni a venire. Il primo ministro ha a lungo immaginato di neutralizzare la minaccia iraniana con il sostegno americano ed è ragionevole supporre che abbia cercato di orientare il presidente degli Stati Uniti in quella direzione.

Ma ridurre l’attuale confronto alle dinamiche tra due leader sostituisce l’analisi strategica con congetture psicologiche e riduce la nostra comprensione di ciò che è in gioco. Una valutazione seria, in grado di andare oltre le dichiarazioni altisonanti di entrambe le parti con l’inizio dell’attuale cessate il fuoco, deve considerare la struttura geopolitica e gli interessi degli Stati coinvolti.

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Un quadro di questo tipo si ritrova nel pensiero di Henry Kissinger, il cui approccio analitico (piuttosto che morale) ha plasmato la politica estera degli Stati Uniti per decenni.

Kissinger distingueva tra due tipi di Stati: legittimi e rivoluzionari. Gli Stati legittimi non sono necessariamente liberali o democratici, ma accettano l’ordine internazionale: il suo equilibrio di potere, le sue regole e i suoi confini. Tra loro possono verificarsi conflitti, ma questi sono limitati e orientati al ripristino dell’equilibrio.

Gli Stati rivoluzionari, al contrario, rifiutano la legittimità dell’ordine esistente e cercano di rifondarlo. Essi mettono in discussione non solo i confini, ma gli stessi principi che strutturano la politica internazionale e ricorrono alla forza per trasformarli. Mentre in un ordine legittimo la non belligeranza è la condizione predefinita, in un ordine rivoluzionario la condizione predefinita è l’instabilità permanente, che tende alla guerra.

Nel suo libro del 1957 “A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812-1822”, Kissinger si è rivolto all’Europa post-napoleonica per mostrare come l’ordine possa essere ricostruito dopo uno sconvolgimento rivoluzionario. La Francia napoleonica aveva cercato di cancellare il passato europeo e di imporre con la forza un nuovo ordine universale. La stabilità fu ripristinata solo quando statisti come Metternich e Castlereagh riuscirono a ristabilire un quadro condiviso di legittimità. Kissinger attinse alle intuizioni del XIX secolo per comprendere meglio le potenze rivoluzionarie del XX secolo: l’aggressione nazista, che l’Europa alla fine distrusse, e l’espansionismo sovietico, con cui stava appena iniziando a confrontarsi.

Dal 1979, l’Iran rientra chiaramente nel modello rivoluzionario. Non è semplicemente uno Stato che persegue i propri interessi, ma un regime animato da una missione ideologica: minare il dominio occidentale, smantellare l’ordine regionale ed eliminare llo Stato di Israele. Questa posizione rivoluzionaria non è incidentale, ma fondamentale. Legittima sia la repressione interna del regime sia la sua pretesa di leadership nel mondo musulmano. L’Iran può impegnarsi in negoziati senza fine, ma non scenderà mai a compromessi sulla sua essenza rivoluzionaria – ovvero sul suo sforzo di sovvertire l’ordine esistente.

Gli Stati Uniti, che cercano di ridurre il proprio coinvolgimento militare in Medio Oriente, mirano invece a stabilire un ordine “legittimo”, in cui la non guerra sia la condizione predefinita. Impedire all’Iran di acquisire armi nucleari, frenare le sue minacce ai vicini e a Israele, indebolire la sua capacità di proiettare potere attraverso i propri proxy e forse persino provocare il crollo del suo regime limiterebbe, se non eliminerebbe, le sue capacità rivoluzionarie.

Da questa prospettiva, il confronto con l’Iran non è una questione di temperamento presidenziale, ma di necessità strutturale: una risposta a uno Stato che sfida costantemente la possibilità di un ordine stabile. Ciò spiega anche la posizione degli attori regionali “legittimi” come l’Arabia Saudita e gli Stati arabi del Golfo Persico. Sebbene lontani dalla democrazia, essi cercano prevedibilità, sviluppo economico e un equilibrio regionale in cui possa integrarsi anche Israele.

Integrata, cioè, se anche essa è “legittima”. Fino a poco tempo fa, Israele rientrava in gran parte nella categoria degli Stati legittimi. Pur controllando territori al di là dei suoi confini riconosciuti, si asteneva dall’annetterli e sosteneva che la sua presenza fosse provvisoria. Il suo obiettivo dichiarato non era rovesciare l’ordine regionale, ma assicurarsi un posto al suo interno.

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Tale posizione, tuttavia, non è più scontata. Durante l’attuale guerra l’esercito israeliano è entrato non solo a Gaza ma anche in alcune zone del Libano e della Siria e non si è ritirato completamente da esse. Inoltre, il suo attacco in Qatar, uno Stato che non lo aveva attaccato, ha ulteriormente proiettato l’immagine di un attore irrazionale e imprevedibile. Ciò suggerisce una volontà non solo di difendere lo status quo, ma di rimodellarlo. Questa percezione trae forza anche dagli sviluppi in Cisgiordania, tra cui l’espansione dell’annessione de facto e il ruolo crescente della violenza dei coloni estremisti nello sfollamento delle comunità palestinesi.

A una lettura superficiale, questi sviluppi potrebbero ancora essere interpretati come risposte tattiche a gravi minacce alla sicurezza, in particolare all’indomani del 7 ottobre. Eppure, anche un esame superficiale del discorso politico in Israele rivela che alcuni elementi della sua leadership sono guidati da una visione più ampia: una narrativa religioso-messianica che considera l’intera terra – che in alcune versioni si estende dal Nilo all’Eufrate – come divinamente promessa e vede l’insediamento come un veicolo per accelerare la redenzione finale. Anche se non universalmente condivisa, questa prospettiva esercita un’influenza crescente sulla politica.

Il risultato è un cambiamento graduale ma significativo. Israele non è ancora uno Stato rivoluzionario nel senso pieno del termine kissingeriano; non articola un ordine internazionale alternativo completo. Ma sta adottando sempre più modelli di comportamento caratteristici degli attori rivoluzionari: sfidando i vincoli consolidati ed espandendo il proprio raggio d’azione oltre i limiti precedentemente accettati. Nei termini di Kissinger, ciò introduce una nuova fonte di instabilità: uno Stato che un tempo sosteneva il sistema comincia a opporvisi.

Se questa analisi è valida, due cose diventano chiare: in primo luogo, un confronto con l’Iran è, dal punto di vista degli Stati Uniti, necessario. L’America cerca di ridurre il coinvolgimento militare e aumentare l’impegno economico nella regione; ciò è possibile solo se la regione diventa più stabile – cioè se la capacità rivoluzionaria dell’Iran viene neutralizzata.

In secondo luogo, la trasformazione di Israele in un attore rivoluzionario minerebbe questi obiettivi.   Il persistere di questa traiettoria costringerà l’America, con l’ulteriore pressione dei suoi partner regionali, a frenare le tendenze rivoluzionarie di Israele.

Come potrebbe manifestarsi tale pressione? Una via plausibile sarebbe la mobilitazione dei punti di vulnerabilità esistenti. Il continuo controllo di Israele su 3 milioni di palestinesi privi di diritti politici lo espone a critiche internazionali costanti e a potenziali misure coercitive.

Iniziative diplomatiche, pressioni economiche e azioni multilaterali potrebbero convergere verso rinnovati sforzi per imporre un accordo territoriale. Una mossa del genere raggiungerebbe due obiettivi contemporaneamente: Sarebbe un colpo contro l’ideologia messianico-rivoluzionaria e dimostrerebbe concretamente che Israele non espanderà i propri confini, ma potrebbe addirittura essere costretto a ridurli.

Una lettura kissingeriana del momento attuale suggerisce quindi che gli Stati Uniti, l’Europa e la maggior parte degli Stati mediorientali non hanno alcun interesse negli attori rivoluzionari della regione. Israele potrebbe ora contribuire a neutralizzare la forza rivoluzionaria dell’Iran, ma col tempo il mondo potrebbe rivolgersi a neutralizzare quella di Israele”, conclude Persico.

E quel tempo potrebbe essere non così lontano. 

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