Siamo andati oltre. Non è soltanto imperialismo. E non è nemmeno la solita arroganza della superpotenza che pretende di piegare i più deboli. Quello che Donald Trump sta facendo sulla Groenlandia ma anche altrove ha un nome più preciso e più scomodo: è un metodo mafioso.
La storia delle mafie italiane – Cosa nostra, ma non solo – insegna che la violenza non è sempre la prima mossa. Anzi. Quando un boss voleva (o forse vuole ancora) una casa, un terreno, un negozio, spesso non sparava subito. Bussava. Faceva “un’offerta”. A volte concedeva perfino un indennizzo, ovviamente stabilito da lui. Formalmente una trattativa, sostanzialmente un ricatto. Il messaggio era chiarissimo: o accetti, o muori. Tu, o qualcuno della tua famiglia. La libertà di scelta era solo una finzione.
La mafia ha la forza, anzi- come dice Trump – ha le carte. La vittima no.
Trump sta applicando esattamente questo schema alla Groenlandia e in maniera un po’ diversa al Venezuela dopo il rapimento di Maduro. Ha già deciso il risultato finale: l’isola sarà americana. Punto. Non lo dice per scherzo, non lo suggerisce per provocazione. Lo afferma come un fatto acquisito. L’unica incognita riguarda il metodo: se “indolore”, attraverso pressioni economiche, minacce commerciali, isolamento politico; oppure “con le cattive”, come lui stesso ha lasciato intendere, andando oltre i dazi ma facendo uso della forza. Del resto i suoi scherani a suo tempo hanno già fatto sapere che i piani per l’occupazione militare dell’isola artica già ci sono.
Idem per il petrolio di Caracas dopo aver mostrato alle autorità venezolane che Maduro può essere solo il primo che non si piegano ai suoi voleri.
Qui il parallelo smette di essere metaforico e diventa politico. Non siamo davanti a una trattativa tra Stati sovrani, ma a un’estorsione geopolitica. Accetta la nostra proposta e forse ti riconosceremo qualcosa. Rifiuta, e ti faremo male. È la logica del pizzo applicata alle relazioni internazionali. Altro che diplomazia.
Chiamarlo semplicemente imperialismo non basta. L’imperialismo storico, per quanto violento e ovviamente inaccettabile, si muoveva dentro un quadro pseudo-ideologico e sistemico e in altre epoche. Qui siamo oltre: siamo alla predazione pura, personalistica, senza nemmeno il fastidio di mascherarsi. Trump parla come parla un capo clan: forza, obbedienza, punizione. Il diritto internazionale? Un intralcio. L’autodeterminazione dei popoli? Un dettaglio fastidioso.
Ed è questo l’aspetto più pericoloso. Perché se passa l’idea che una grande potenza possa comportarsi apertamente come una cosca globale, allora non è solo la Groenlandia a essere sotto minaccia. È l’intero fragile impianto di regole che, tra mille ipocrisie, ha cercato di limitare l’arbitrio dei più forti.
Le parole contano. E usarle con precisione non è estremismo, è lucidità. Quello di Trump non è solo imperialismo. È un metodo mafioso applicato alla politica internazionale. E come ogni metodo mafioso, va chiamato per nome, smascherato e respinto. Prima che diventi sistema.
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