Bibi perde colpi anche tra i conservatori americani: "Netanyahu deve andarsene"
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Bibi perde colpi anche tra i conservatori americani: "Netanyahu deve andarsene"

Tra mille anni, gli ebrei ricorderanno il nome di Netanyahu con disprezzo, soprattutto per il suo rifiuto di assumersi la responsabilità

Bibi perde colpi anche tra i conservatori americani: "Netanyahu deve andarsene"
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10 Aprile 2024 - 19.57


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«Tra mille anni, gli ebrei ricorderanno il nome di Netanyahu con disprezzo, soprattutto per il suo rifiuto di assumersi la responsabilità».

A scriverlo non è un estremista pacifista ma l’editorialista conservatore del New York Times, Bret Stephens, che ha unito la sua voce a quelle che chiedono le dimissioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, puntando il dito contro la sua «disastrosa» politica «nei confronti di Hamas» prima del 7 ottobre e la «conduzione della guerra».

«Tra mille anni, gli ebrei ricorderanno il nome di Netanyahu con disprezzo, soprattutto per il suo rifiuto di assumersi la responsabilità», ha scritto nell’editoriale intitolato «Netanyahu deve andarsene». Il capo del governo ha affermato che tenere elezioni nel bel mezzo della guerra danneggerebbe lo sforzo militare e i negoziati sugli ostaggi, ma «questo argomento sembra sempre più egoistico man mano che la guerra si protrae», ha sottolineato l’editorialista, ricordando le sue ferme convinzioni pro-Israele. «È pericoloso per un Paese in guerra essere guidato da qualcuno che il popolo non sostiene né di cui si fida», ha aggiunto, ricordando i sondaggi secondo cui la maggior parte degli israeliani non voterebbe per il Likud in caso di elezioni.

Una riflessione da incorniciare

È quella, pubblicata da Haaretz, di Shalom Lipner.

Considerazioni che nascono da una esperienza che in pochi possono accampare. Shalom Lipner, infatti, ha servito sette premier consecutivi presso l’Ufficio del Primo Ministro a Gerusalemme dal 1990 al 2016.

“In uno dei suoi libri – annota Lipner – Henry Kissinger, il mitico Segretario di Stato americano, ha raccontato delle sue conversazioni con alti funzionari israeliani durante la guerra dello Yom Kippur. Racconta di quando le Forze di Difesa Israeliane avevano appena circondato la Terza Armata egiziana nel Sinai e il governo israeliano stava riflettendo sulle sue prossime mosse.

A Gerusalemme, concluse Kissinger, speravano di ottenere un diktat da Washington per togliere l’assedio e risparmiarsi così la missione, ma “la mia responsabilità ultima era quella di Segretario di Stato degli Stati Uniti, non di psichiatra del governo di Israele”, scrisse.

Il posto di psichiatra è ancora vacante e Israele non ha mai cercato un supporto psicologico che lo aiutasse a mettere la testa a posto.

Israele è in grave difficoltà. È in guerra senza tregua da sei mesi, sta pagando un prezzo altissimo sia fisicamente che emotivamente e non c’è alcun segno che la tempesta si plachi presto. Eppure, assurdamente, mentre l’Idf e i servizi di sicurezza rimangono pienamente impegnati nella lotta contro i nemici giurati di Israele e nello sforzo di salvare gli ostaggi, il governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha scelto di investire il suo tempo prezioso in un confronto con il più grande amico di Israele: gli Stati Uniti.

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A cinquant’anni dall’incontro con Kissinger, Israele è ancora alle prese con i suoi vicini e, allo stesso tempo, con l’amministrazione statunitense. Sembra che il primo ministro sia confuso sull’identità del vero avversario di Israele.

Il governo soffre di una grave e pericolosa miopia cognitiva. Non riesce a “vedere la foresta per gli alberi”, tranne quando si tratta di se stesso. La gestione distruttiva del rapporto critico con gli Stati Uniti rischia di compromettere non solo le possibilità di sconfiggere Hamas, ma anche la preparazione ad affrontare le altre sfide che ci attendono.

Sin dai dolorosi eventi del 7 ottobre, il Presidente Joe Biden ha dimostrato un sostegno incrollabile a Israele sia a parole che nei fatti. Appena una settimana e mezza dopo il massacro nelle comunità di confine di Gaza, Biden ha visitato Israele per esprimere la sua solidarietà al popolo israeliano; questo tributo e le sue parole di conforto hanno colmato il vuoto lasciato dalla vistosa assenza di funzionari del governo israeliano.

L’invio anticipato di due portaerei e di altre navi da guerra ha rappresentato un potente messaggio degli Stati Uniti ai nemici di Israele, avvertendoli di non sfruttare la sua vulnerabilità. Le frequenti spedizioni di armi statunitensi – senza le quali sarebbe improbabile che l’Idf potesse raggiungere i suoi obiettivi – continuano a sostenere l’operazione militare fino ad oggi.

In ambito politico, gli Stati Uniti hanno bloccato i ripetuti tentativi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di approvare risoluzioni che richiedessero l’immediata cessazione delle operazioni dell’Idf nella Striscia di Gaza, senza alcuna precondizione per il rilascio delle persone prigioniere di Hamas. Nessun altro paese al mondo si è schierato in difesa di Israele con tale forza.

Ma nella vita nulla è gratis. L’accusa – rivolta dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir al New York Times – che Biden preferisca la narrazione di Yahya Sinwar a quella di Netanyahu è un insulto all’intelligenza.

L’assistenza salvavita che gli Stati Uniti hanno fornito a Israele dà diritto alla Casa Bianca di ricevere risposte ponderate alle sue legittime preoccupazioni in merito a questioni che dovrebbero interessare anche Israele. Qual è la formula giusta per garantire che Israele possa godere di confini sicuri senza rimanere bloccato in un pantano? Come può Israele facilitare l’aumento degli aiuti civili, nonostante le difficoltà che ciò comporta, per arrestare la discesa verso una catastrofe umanitaria? E quale immagine per il “giorno dopo” sarebbe accettabile per Israele?

L’evasività del governo nell’offrire risposte dettagliate – invece di slogan e rifiuti generalizzati di varie componenti di un accordo proposto – ha permesso ad altri attori, non necessariamente amichevoli, di prendere l’iniziativa.

Per quanto riguarda la questione specifica dell’ingresso dell’Idf a Rafah – che alti funzionari israeliani minacciano regolarmente di effettuare nonostante la rabbia dell’amministrazione – gli Stati Uniti non hanno acceso un semaforo rosso, ma hanno chiesto che i vantaggi dell’operazione non siano superati dagli svantaggi, uno scenario che sarebbe dannoso soprattutto per Israele. Il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha chiarito due settimane fa al Ministro della Difesa Yoav Gallant che gli Stati Uniti si oppongono a un’operazione che avanzerebbe “senza un piano credibile e attuabile”.

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Ma il rifiuto iniziale di Netanyahu di inviare Ron Dermer e Tzachi Hanegbi per i colloqui di coordinamento a Washington è stato simile a un gol di Israele sul proprio palo. Netanyahu sostiene che l’annullamento del viaggio ha inviato al mondo un messaggio di forza e di non paura del confronto, anche con il suo alleato più vicino, ma questa logica è fondamentalmente sbagliata.

L’intima amicizia di Israele con gli Stati Uniti, e non i suoi disaccordi, ha sempre favorito gli interessi di Gerusalemme. Il costante coinvolgimento per un accordo molto ambito con l’Arabia Saudita ne è un esempio. Ecco perché Israele deve prestare particolare attenzione a risolvere le controversie sostanziali con gli Stati Uniti in modo efficace e discreto.

La stagione politica è in pieno svolgimento. I critici israeliani di Biden lo accusano di tradimento (nientemeno) a causa delle pressioni della sua campagna presidenziale. Dimenticano che gli Stati Uniti non devono nulla a Israele. La relazione storica tra i due Paesi si basa su valori e interessi condivisi, a vantaggio di entrambe le nazioni. È estremamente utile preservare questi legami, ma gli Stati Uniti hanno il diritto di formulare la propria politica come ritengono necessario – anche quando è sbagliata e contraddittoria con i propri obiettivi, come sostengono i suoi detrattori – e di sopportarne le conseguenze.

Se Israele, anch’esso un attore indipendente con lo stesso privilegio di sovranità, volesse stravolgere il quadro di cooperazione con l’amministrazione, il prezzo da pagare potrebbe essere molto più alto di quello che pagherebbero gli Stati Uniti.

Nel frattempo, mentre Israele respinge le considerazioni elettorali di Biden, Netanyahu si aspetta che gli altri siano attenti alla sua costrizione a personalizzare le politiche per il bene della sua coalizione di governo – molti dei cui membri non sono esperti, o addirittura interessati, agli affari esteri. L’influenza dei partner del governo di destra del primo ministro aleggia sulle sue azioni in questo momento di grande volatilità.

Fortunatamente per Israele, la dimostrazione più significativa della disapprovazione degli Stati Uniti è stata un’unica astensione alle Nazioni Unite, che ha facilitato il passaggio di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza solo dichiarativa. Le limitazioni alla fornitura di aiuti militari sono solo un esempio di sanzione che potrebbe complicare a dismisura la situazione di Israele, se gli americani decidessero di seguire questa strada.

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Il governo di Israele deve rinsavire. Il mese scorso, quando il leader della maggioranza del Senato Chuck Schumer ha detto che Netanyahu aveva perso la strada, Netanyahu ha risposto con rabbia che Israele “non è una repubblica delle banane”. L’onere della prova spetta a lui. Con altre arene, come il Libano e l’Iran, che bruciano sullo sfondo, è ora che faccia il punto della situazione e metta a posto le cose con l’amministrazione americana”, conclude Lipman.

Quanto a Biden, l’inquilino della Casa Bianca ha definito un errore la gestione della guerra a Gaza da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nelle dichiarazioni trasmesse martedì, Biden ha intensificato le sue critiche a Israele, chiedendo un cessate il fuoco in modo che vengano inviati più aiuti a Gaza. Ciò ha ampliato la spaccatura tra i due fedeli alleati che è peggiorata con il protrarsi della guerra. 

Una frattura destinata ad allargarsi ulteriormente. Perché Netanyahu la sua doppia scelta l’ha già fatta: proseguire la guerra almeno fino alle elezioni presidenziali Usa, novembre prossimo, con la dichiarata speranza che a vincere sia il suo amico e soldale Donald Trump. 

“La guerra di Gaza? Colpa di Biden: è stupido, non può parlare, da 50 anni porta avanti una politica estera orribile. Anche i suoi colleghi lo considerano debole è inefficace». Così The Donald in una recente concessa in esclusiva al tabloid Israel Hayom, distribuito gratuitamente in tutto Israele. Dove torna a sostenere che con lui alla Casa Bianca “Hamas non avrebbe mai compiuto quell’attacco”. E anche che gli ebrei che non lo sostengono “Odiano Israele”. Dicendo anche di sostenere l’attacco all’interno della Striscia: “Avrei risposto in modo simile, il 7 ottobre è stato uno degli eventi più tristi cui abbia mai assistito”. Ma anche che è ora di porre fine ai combattimenti: “Dobbiamo arrivare alla pace non possiamo permettere che prosegua tutto questo una delle cose più tristi che abbia mai visto. Israele deve stare attento, perché sta perdendo sostegno in gran parte del mondo. Deve portare a termine il lavoro presto e raggiungere la pace». Trump ha anche attaccato duramente Biden per il modo in cui ha trattato Israele. «È sua la colpa dell’attacco del 7 ottobre: perché Hamas non lo rispetta». Concludendo di essere un grande sostenitore dello stato ebraico: «Mi dicono che se mi presentassi lì otterrei il 98 per cento dei consensi. Non sono ebreo ma sono amico di Israele. Più di molti ebrei democratici che gli lottano contro».

Consigli ad un amico di sempre. Sbrigati “Bibi” a fare quello che hai intenzione di fare: annientare Hamas. E se per farlo devi spianare Gaza, fallo in fretto. Firmato: il tuo amico Donald. 

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