Tunisi dice che non faranno i gendarmi dei confini altrui: come la mettiamo presidente Meloni?
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Tunisi dice che non faranno i gendarmi dei confini altrui: come la mettiamo presidente Meloni?

Tunisi si smarca. Essere il “gendarme” a protezione dei confini degli altri, non va bene. O comunque non al prezzo stabilito dall’Europa. A dimostrazione della false foto

Tunisi dice che non faranno i gendarmi dei confini altrui: come la mettiamo presidente Meloni?
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Ottobre 2023 - 14.53


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Tunisi si smarca. Essere il “gendarme” a protezione dei confini degli altri, non va bene. O comunque non al prezzo stabilito dall’Europa. 

“La Tunisia non può in alcun modo agire come un gendarme la cui missione è proteggere i confini degli altri. Può solo difendere i suoi confini, le proprie frontiere”. Ad affermarlo è stato il ministro dell’Interno tunisino, Kamel Fekih. 

In una dichiarazione postata sull’account Facebook del ministero, Fekih ha parlato delle migrazioni irregolari come di una questione che richiede sacrifici e concessioni reciproche da parte dei Paesi più ricchi del mondo. Il ministro si è poi rivolto alle Ong internazionali accusandole di manipolare il dossier migratorio al servizio degli interessi degli europei, ribadendo la ferma posizione del suo paese che – ha detto – mira a difendere esclusivamente i propri confini e si preoccupa di applicare le sue leggi interne. 

La Tunisia, ha aggiunto, è uno stato che non può accogliere flussi massicci di migranti irregolari aldilà delle sue capacità sociali e finanziarie, né può fare da paese ospitante. Il ministro ha concluso sottolineando come ogni politica efficace sul tema passi necessariamente per un ampio consenso a livello globale su soluzioni radicali che offrano i requisiti di una vita dignitosa ai cittadini dei paesi sub-sahariani.

“Se si stringe un accordo sull’onda dell’emergenza, se si fa capire che noi abbiamo l’urgenza di bloccare il flusso migratorio, si lascia il pallino nel campo della Tunisia, che giocoforza può agire su alcune leve per tenere Bruxelles e Roma appese alla sua volontà.- annota Bernardo Venturi, associate fellow dell’Istituto Affari Internazionali e docente all’università di Bologna, esperto di cooperazione e di Africa, in una interessante intervista al Quotidiano Nazionale-. Come minimo decidere le regole del gioco nell’implementazione degli accordi, se non alzare l’asticella. L’errore è stato dare così tanto potere negoziale a un dittatore come Saied. Francamente, bisognava attenderselo che se ne sarebbe approfittato. A mio avviso un accordo in questa fase non andava fatto. O non andava fatto solo con la Tunisia. Mi stupisco meno dell’Italia, che è la più sollecitata e si trova in difficoltà, più di Bruxelles. Serviva una visione strategica più ampia che desse vita a un pacchetto multipaese che unisse investimenti economici e partnership industriali a garanzie per i diritti umani e desse ai Paesi africani un vero coinvolgimento politico nello sviluppo di politiche di crescita. Gli effetti sulle migrazioni sarebbero venuti di conseguenza”.

Storie di sofferenza e di riscatto

Al confine tra Tunisia e Libia si incontrano le storie di persone fuggite dai propri paesi. Ilaria Romano ne ha raccolte alcune per Openmigration.org raccontando di chi ha subito torture in Libia, di chi ragazzino viaggia da solo per raggiungere l’Europa e aiutare la propria famiglia. Della difficoltà delle loro vite, di un sentimento anti migranti che cresce, ma anche della solidarietà che incontrano.

“In un caffè della periferia di Medenine la tv è sintonizzata su una partita di calcio, e gli avventori siedono tutti in fila, uno vicino all’altro, dando le spalle all’ingresso per guardarla.
Nessuno consuma nulla, qualcuno accende una sigaretta, tutti seguono il gioco. Alcuni di loro sono molto giovani, poco più che bambini, altri hanno fra i venticinque e i trent’anni, il più adulto è accompagnato dal figlio di otto anni, che fa avanti e indietro tra la fila di sedie colorate e il bancone, dove il barista cerca un gelato da regalargli.


“In questo locale i migranti subsahariani sono i benvenuti – spiega il titolare – anche quando non hanno i soldi per la consumazione. Magari gli offro solo dell’acqua, o un tè, e possono guardare la televisione. Molti di loro dormono per strada, qualcuno riesce anche a trovare una casa in affitto, da dividere con altri, ma spesso si tratta di tuguri. Hanno affrontato viaggi terribili e io li rispetto per questo.”

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Le fratture di Mohammed

Intanto Mohammed si è spostato dal resto del gruppo ed è seduto in veranda a prendere una boccata d’aria. Cammina piano, con la schiena leggermente curva, e una mano sul fianco destro.


Ha ventiquattro anni ma sembra un adolescente. “Ho sempre dei dolori molto forti da quando mi hanno rotto le costole – racconta – è successo molti mesi fa in prigione, in Libia, non mi sono mai ripreso del tutto. Avrei bisogno di un dottore, ma non ne ho mai incontrato uno, nemmeno quando sono entrato qui in Tunisia e sono stato registrato dall’Unhcr come richiedente asilo.” Partito dall’Eritrea oltre un anno fa, Mohammed è stato bastonato più volte durante la sua detenzione. “Mi ha detto che per molti giorni ha perso sangue ogni volta che tossiva – interviene Kibrom che lo ha appena raggiunto fuori – poi pian piano è guarito, ma non completamente. Io stesso sono stato in carcere in Libia e so cosa vuol dire, ho un piede che non muovo più come prima per le botte che ho preso, ma ci sono altri ragazzi come me che sono stati ammazzati, quindi sono stato fortunato.”

Kibrom, il viaggiatore bambino

Kibrom ha sedici anni ed è partito dall’Etiopia quasi tre anni fa, quando ne aveva tredici. È scappato nel novembre del 2020, poco dopo l’inizio del conflitto del Tigrai tra le forze governative
di Adis Abeba e il Fronte di liberazione del popolo Tigrai. Provenienti da due paesi confinanti e per anni in guerra, poi passati entrambi dalla detenzione in Libia in momenti differenti, Mohammed e Kibrom si sono conosciuti in Tunisia, dopo aver attraversato la frontiera, e sono diventati amici.
Mohammed non sa leggere, e Kibrom gli sta insegnando a riconoscere i numeri, per poter usare il cellulare da solo. “La mia famiglia è ancora oggi in grave difficoltà, anche se la guerra è finita – dice – perché la mia regione è stata sotto assedio per due anni e ridotta alla fame. Per questo non sono tornato indietro, voglio raggiungere l’Europa e aiutare da lì i miei genitori. Anche io ho ricevuto il tesserino dell’Unhcr, con quello posso muovermi per tutto il paese, ma sono qui da pochi giorni e oggi non saprei dove andare. In realtà vorrei imbarcarmi per l’Italia.”

Nel sud, permanenza temporanea

Medenine, Tataouine, Zarzis e Ben Gardane, sono le città del sud est della Tunisia dove si concentra il maggior numero di migranti che hanno appena attraversato la frontiera con la Libia, provenienti principalmente dai paesi dell’est dell’Africa Subsahariana, dall’Eritrea alla Somalia, dal Sudan alla Nigeria.


Si tratta di cittadine di medie dimensioni, dove la permanenza non è quasi mai duratura, perché chi arriva qui si ferma solo finché non trova l’occasione di spostarsi più a nord, verso Gabes o Sfax perché ha trovato un contatto per raggiungere un punto di imbarco verso la sponda opposta del Mediterraneo. Il principale snodo delle partenze via mare è Sfax, il secondo centro urbano del paese dopo Tunisi, e l’unico motore industriale di tutta la Tunisia. Nella grande città è più facile trovare lavoro, ma anche finire in qualche rete criminale che prometta di accelerare la raccolta del denaro che occorre per la tappa successiva, la più costosa dopo le estorsioni subite in Libia.

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“Negli ultimi giorni i migranti che camminano sul ciglio della strada sono sempre di più – dice Hatem, rientrato a Ben Gardane, sua città natale, per le vacanze estive – qui la gente cerca di
aiutare come può, gli regala acqua e cibo ma ha paura di offrire loro anche solo un passaggio, perché se si viene fermati dalla Guardia Nazionale si può essere accusati di fare da passeur per denaro.”

Da Ben Gardane si cammina costeggiando il mare, da soli, o in piccoli gruppi, sotto il sole cocente e con lunghi tratti di deserto fra un centro abitato e l’altro. Uno dei rischi che si corre è quello di essere depredati lungo la strada, quando ci si ferma per riposare.

Sfax dopo gli scontri di luglio

Nel frattempo, dopo gli scontri avvenuti a Sfax ai primi di luglio a seguito della morte di un 42 enne tunisino in una rissa fra bande locali e di giovani subsahariani, i punti di partenza lungo la costa si sono moltiplicati e frammentati, e molti dei migranti residenti in città si sono dispersi, più o meno forzatamente. Alcuni sono stati condotti a sud, al confine con la Libia, in modo coatto, salvo poi essere recuperati e riallocati dopo le denunce dell’Osservatorio per i diritti umani, altri sono stati mandati via di casa dagli stessi proprietari e si sono accampati fra gli alberi di ulivo, in condizioni sempre più precarie. “Non si può certo dire che la situazione, in termini di presenze, si sia alleggerita – spiega Noman Mezid, avvocato della Lega per i diritti umani di Sfax – perché il flusso di persone che arriva e riparte è costante e non si possono fare statistiche perché tutto cambia da un giorno all’altro. Di certo negli ultimi otto mesi gli arrivi di cittadini dell’Africa Subsahariana sono cresciuti in maniera esponenziale e la loro presenza in quartieri popolari e periferici ha spesso acuito le situazioni di disagio già esistenti. Ci sono stati attacchi contro di loro da parte di gang tunisine, in alcuni casi anche tra loro si sono formate delle bande con propri traffici e una giustizia auto-amministrata secondo codici criminali. Molti proprietari di case, poi, hanno approfittato della presenza dei migranti per guadagnare il più possibile da ogni singolo alloggio, affittandolo anche a dieci persone contemporaneamente e pretendendo una quota da ognuno. Noi cerchiamo di fare quello che possiamo, come società civile, per offrire acqua, cibo, un’assistenza medica. Dal punto di vista legale, come avvocati, denunciamo anche i comportamenti non conformi di alcuni membri delle forze dell’ordine: non è la norma, ma talvolta durante i fermi avvengono degli abusi, parliamo di percosse e per le donne di molestie sessuali. Cerchiamo di dare il nostro supporto dove possibile, dato che qui l’Alto commissariato delle Nazioni Unite non fa assolutamente nulla.”

Un lavoro a Zarzis

Da Sfax c’è anche chi è andato via a seguito di una tentata parenza finita con un naufragio e un intervento della Guardia Nazionale. È il caso di Ibrahim, originario della Sierra Leone, che oggi fa il muratore a Zarzis, quaranta chilometri a sud dalla ben più turistica Djerba, dove l’attività principale è la pesca.
“In questa città ho trovato accoglienza e un lavoro dignitoso – racconta mentre prepara il cemento nel piccolo cantiere dove lavorano in tre, tutti subsahariani – ma ho avuto tante esperienze
negative in passato. Purtroppo se sei nero devi farci i conti, in molti non distinguono fra le persone, i paesi di provenienza, sei nero e questo basta per destare sospetti. Io sono fortunato
perché riesco a sopravvivere del mio lavoro, ma quando finisco mi chiudo in casa, evito di frequentare locali, anche perché non bevo, non fumo, non ho vizi e non voglio problemi.”
Due anni fa, dopo aver messo da parte 5mila dinari (circa 1.500 euro) per pagarsi il viaggio nel Mediterraneo, è salito su una barca che è naufragata al largo delle coste tunisine. Alcuni dei suoi compagni sono annegati, lui si è salvato ma è stato riportato indietro e ha dovuto ricominciare da zero. Il sogno dell’Europa si è fatto ancora più lontano. “Ho buttato via tutto quello che avevo per ritrovarmi di nuovo qui, e probabilmente è qui che devo restare, mi sono detto – ricorda – oggi mi accontento. L’ultimo mio desiderio è di rivedere mia moglie, che adesso è bloccata nel deserto al confine con l’Algeria. Sto cercando un modo per farla arrivare qui, poi non chiederò altro.”

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Un popolo giovane, alla ricerca di un futuro

Di grande interesse è il report di agenzia Nova: “Oltre un quarto dei giovani tunisini di età compresa tra i 15 e i 29 anni non è iscritto al sistema di istruzione e formazione della Tunisia e non è attivo sul mercato del lavoro. E’ quanto emerge da uno studio condotto da varie agenzie delle Nazioni Unite, tra cui l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), reso noto dall’emittente radiofonica “Mosaique Fm”. Lo studio, condotto nel 2022, si è concentrato sui giovani tunisini residenti nei governatorati di Gafsa, Kairouan, Monastir e Sidi Bouzid. La maggior parte dei giovani ha citato la mancanza di qualifiche necessarie per l’impiego come la principale causa della disoccupazione. Altre sfide menzionate includono le difficoltà di apprendimento, le condizioni di vita familiare difficili e le sfide economiche e sociali che spesso portano all’abbandono scolastico.

Durante la presentazione del rapporto, il coordinatore residente delle Nazioni Unite in Tunisia, Arnaud Peral, ha sottolineato l’importanza di ascoltare attentamente i giovani e di fornire loro supporto lungo tutto il percorso educativo fino al momento della ricerca di un lavoro. Peral ha affermato che il coinvolgimento attivo dei giovani è fondamentale per affrontare questa sfida complessa. A margine dell’evento, il direttore generale dello sviluppo della formazione professionale presso il ministero del Lavoro e della Formazione Professionale tunisino, Lamjed Mahmoud, ha evidenziato la necessità di attuare meccanismi adeguati e interventi mirati per integrare i giovani nel mercato del lavoro, tenendo conto delle loro caratteristiche specifiche. Egli ha inoltre sottolineato l’importanza di promuovere programmi di formazione professionale accessibili e di qualità per aiutare i giovani a sviluppare le competenze necessarie per il successo lavorativo”.

Investire sull’istruzione, sulla formazione professionale, sull’imprenditoria diffusa che veda protagonisti i giovani tunisini. L’esatto contrario dei finanziamenti promessi al dittatore tunisino, Kais Saied, per fare il lavoro sporco al posto nostro. 

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