L'ecatombe nell'Egeo: un crimine contro l'umanità che resterà impunito
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L'ecatombe nell'Egeo: un crimine contro l'umanità che resterà impunito

78 morti ufficiali. Il più grande naufragio nella storia del Mediterraneo orientale. Un peschereccio con circa 700 migranti partito dalla Libia e diretto in Italia, è naufragato a 47 miglia nautiche da Pylos

L'ecatombe nell'Egeo: un crimine contro l'umanità che resterà impunito
Naufragio a largo di Pylos in Grecia
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

15 Giugno 2023 - 17.33


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Un crimine contro l’umanità. Ma nessuno ne renderà conto.

Strage impunita

Scrive Andrea Maggiolo su EuropaToday: “78 morti ufficiali. Per ora. Forse resterà nei libri di storia come il più grande naufragio nella storia del Mediterraneo orientale. Un peschereccio con circa 700 migranti (il numero potrebbe essere inferiore, 450, forse non si saprà mai), partito dalla Libia e diretto in Italia, è naufragato a 47 miglia nautiche da Pylos nel Sud del Peloponneso. Kalamata come Cutro. La barca era stipata di donne e bambini. Un aereo di Frontex l’aveva avvistata martedì, la guardia costiera greca e due mercantili di passaggio si sono limitate a tirare bottiglie d’acqua: “Volevano proseguire verso l’Italia”, la versione ufficiale. Ma da bordo erano partite decine di chiamate per chiedere aiuto. Volevano vivere. Solo un centinaio i migranti salvati dopo che la barca si è ribaltata. “L’unico risultato delle politiche europee è l’aumento di morti alle frontiere: di fatto riteniamo alcune vite sacrificabili”: a dirlo è lo stimatissimo Centro Astalli, il servizio dei gesuiti per i rifugiati, non certo un covo di estremisti. Nel punto esatto del naufragio il mare è profondo fino a 4.000 metri: quasi impossibile recuperare i corpi. Si cercano i dispersi, ma sembra un’impresa disperata. Tre giorni di lutto nazionale in Grecia.La guardia costiera ha chiarito questa mattina che sono stati recuperati 78 corpi, e non 79 come era stato riferito ieri: è iniziato il trasferimento dei corpi recuperati in mare dalle imbarcazioni ai camion adibiti per il trasporto che attendevano nel porto. L’identificazione delle salme tramite Dna è attualmente in corso. I superstiti, tutti uomini tra i 16 e i 40 anni, hanno trascorso la notte in un magazzino del porto e rimangono in attesa di essere trasferiti in un centro di accoglienza nell’entroterra.

La ricostruzione ufficiale è quella di un film già visto (con il finale drammatico come sempre). Un aereo di Frontex aveva rilevato l’imbarcazione, informato le autorità competenti, ma “nessuno ha chiesto aiuto”, “volevano raggiungere l’Italia”. Più realisticamente sapevano che incontrare la guardia costiera ellenica, la polizia o le guardie di frontiera spesso significa violenza, sofferenza, respingimenti sistematici. I greci hanno monitorato il peschereccio che procedeva su un mare calmo, quasi piatto. Attendendo che magari finisse nella zona Sar di un altro Paese europeo. Alcune navi di passaggio lanciano acqua e cibo, con un’operazione generosa che però rischia di far rovesciare il barcone per gli spostamenti delle centinaia di persone assetate e nel panico a bordo. Ma a bordo la situazione era già tragica, con svenimenti e il capitano fuggito via con una scialuppa. La guardia costiera ellenica si avvicina davvero solo nella notte, ma interviene solo quando nel buio il peschereccio si ribalta (forse per un guasto al motore che lo lascia in balìa del mare, forse per un altro spostamento della massa umana a bordo). Così il peschereccio Adriana, senza più controllo, si ribalta sotto gli occhi delle motovedette. Strage, ecatombe.

Nell’Egeo ieri le autorità europee avrebbero potuto, dovuto inviare risorse di soccorso adeguate senza indugio? Questa è la grande domanda dell’estate 2023, riforma dell’accoglienza a parte. Se non ci sarà una risposta europea chiara e coordinata anche per i soccorsi in mare, nuove stragi in mare sono una certezza, non un’ipotesi”, conclude Maggiolo.

Di grande accuratezza è anche la ricostruzione di Luca Pons per fanpage.it. Scrive tra l’altro Pons: “La stampa greca ha riportato che ci sarebbero stati circa cento bambini nella stiva della nave, insieme a molte donne. Si erano rifugiati sotto coperta per proteggersi dalle cattive condizioni meteo. A riportarlo sarebbe stato un medico che ha parlato con una delle persone sopravvissute, anche se le autorità non hanno confermato questo numero. Per loro, a più di 12 ore dal naufragio, ci sarebbero poche speranze. “Ieri avevamo allertato la Guardia costiera ellenica alle 16:53 per questa imbarcazione in difficoltà, poiché le persone ci avevano chiamato per chiedere aiuto. Le autorità greche, e a quanto pare anche quelle italiane e maltesi, erano già state allertate diverse ore prima. Le autorità greche e le altre europee erano ben consapevoli di questa imbarcazione sovraffollata e inadeguata. Non è stata avviata un’operazione di salvataggio”, ha denunciato Alarm phone. “La Guardia Costiera greca ha iniziato a giustificare il mancato soccorso sostenendo che le persone in difficoltà non volevano essere soccorse in Grecia”. Il governo greco ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, in seguito al naufragio. Le persone sopravvissute sono state portate a Kalamata, dove quattro sono in ipotermia. Trenta in tutto si trovano nell’ospedale locale. Davanti al porto di Kalamata sono state installate delle tende, gestite dalle Nazioni unite, la Croce rossa e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

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L’attivista che ha parlato con i migranti a bordo della nave: “Volevano essere salvati da qualunque Paese”

Un attivista greco della Ong Mediterranea Saving Humans, Iasonas Apostolopoulos, ha ribadito le accuse alla Guardia costiera: “Sapeva della barca da ieri (martedì, ndr) a mezzogiorno. sono stati allertati sia dalle autorità italiane, che da Frontex, che da Alarm Phone. Hanno avuto 24 ore per lanciare un’operazione di soccorso e non hanno fatto nulla. La scusa? I rifugiati non volevano essere salvati!”, ha scritto sui social. “La Guardia costiera greca ha localizzato 750 persone in un guscio di noce, senza giubbotti salvagente, in mezzo al nulla, e le ha lasciate al loro destino. Gli volevano far fare altri 500 chilometri, fino all’Italia, in queste condizioni?”.

Il viaggio era in effetti diretto alle coste italiane. La barca era partita da Tobruk, in Libia. Apostolopoulos ha insistito: “La gente ha paura della Guardia costiera greca. Hanno tutte le ragioni per non fidarsi, perché hanno vissuto di tutto nelle sue mani. Ma questo non solleva la Guardia costiera dalla responsabilità di salvarla. Da due anni, i profughi per evitare i ripetitori greci prendono strade sempre più pericolose, cercando di raggiungere direttamente l’Italia, perché se la Guardia costiera greca li localizza, li picchia, li deruba, li tortura e il abbandona nelle acque turche”.

Un’altra attivista, Nawal Soufi,che è stata la prima a contattare le persone a bordo della barca secondo quanto comunicato da Alarm Phone, si è affidata ai social: ” Dopo cinque giorni di viaggio, l’acqua era finita, il conducente dell’imbarcazione li aveva abbandonati in mare aperto e c’erano anche sei cadaveri a bordo. I migranti non sapevano esattamente dove si trovassero, non avrebbero saputo navigare per arrivare in acque italiane. Avevano assolutamente bisogno di aiuto nelle acque dove si trovavano e se mi avessero espresso la volontà di voler continuare il viaggio verso l’Italia avrei ovviamente mandato un aggiornamento a Malta, Grecia e Italia, ma i migranti non hanno mai detto nulla di simile”.

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Il “rifiuto dei soccorsi”, invece, sarebbe stato semplicemente un allontanamento da una nave che stava fornendo bottigliette d’acqua, perché i migranti avevano paura che la barca venisse destabilizzata e affondasse. “Posso testimoniare che queste persone hanno sempre chiesto di essere salvati da qualsiasi Paese”, ha concluso Soufi”.

J’accuse

 “La tragedia dell’imbarcazione inabissata nel Mediterraneo al largo della Grecia sarà alla fine una delle più gravi degli ultimi dieci anni se si confermerà il numero di coloro che viaggiavano sull’imbarcazione partita dalla Libia”. Lo denuncia Monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei che si occupa di migranti nonché presidente di Migrantes, in una dichiarazione all’Adnkronos dopo la nuova strage di migranti nell’Egeo con almeno 78 morti e 104 superstiti. “ La tragedia – osserva l’esponente della Cei – ripropone la necessità di canali regolari d’ingresso in Europa e un’operazione come ‘mare nostrum’: due temi assenti nella recente proposta dei Ministri dell’interno in Europa. I morti nel Mediterraneo crescono mentre cala la solidarietà europea. È un sogno e al tempo stesso una vergogna per le democrazie in Europa pensare di fermare i migranti in fuga -110 milioni ormai lo scorso anno- in campi profughi al di là del Mediterraneo o in presunti paesi sicuri”.

Il cordoglio e la denuncia di Unicef e Unhcr

“L’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim sono profondamente scosse e rattristate per la perdita di vite umane avvenuta nei pressi di Pylos, nel sud della Grecia, dopo che la mattina del 14 giugno 2023 è affondata una barca che secondo le prime informazioni trasportava centinaia di persone. 
Le autorità greche hanno lanciato una vasta operazione di soccorso, portando in salvo 104 persone. Finora sono stati recuperati 79 corpi, ma è probabile che il numero sia destinato ad aumentare. Le prime informazioni indicano che la barca era partita dalla Libia ed era in difficoltà da ieri mattina. 
“Ogni vita persa è una tragedia” ha detto Maria Clara Martin, rappresentante dell’Unhcr in Grecia. “Siamo profondamente costernati dalla terribile perdita di così tante vite. I nostri pensieri vanno ai superstiti e ai familiari delle vittime. Queste morti possono essere evitate attraverso la creazione di più corridoi sicuri per le persone costrette a fuggire dai conflitti e dalle persecuzioni. Nessuno dovrebbe essere obbligato a intraprendere viaggi così pericolosi quando fugge per salvare la propria vita”. 
“Stiamo assistendo a una delle più grandi tragedie del Mediterraneo e i numeri comunicati dalle autorità sono spaventosi. Questa situazione rafforza l’urgenza di un’azione ampia ed esaustiva da parte degli stati per salvare le vite in mare e ridurre i viaggi pericolosi, aumentando i corridoi sicuri e regolari per le migrazioni” ha detto Gianluca Rocco, capo missione dell’Oim Grecia.  
Un team dell’Unhcr è arrivato nella città di Kalamata, dove sono stati portati i superstiti, per valutare le necessità e dare sostegno ai sopravvissuti e relazionarsi con le autorità. L’Unhcr ha già fornito beni non alimentari alla Guardia costiera ellenica per assistere i superstiti del naufragio.  
 Su richiesta degli ospedali locali, l’Oim fornirà servizi di interpretariato per i sopravvissuti trasferiti in quella città, accompagnati da un membro del personale dell’Oim. Unhcr e Iom sono pronte a fornire ulteriore sostegno man mano che i contorni di questa tragedia si fanno più chiari.  
Il Missing Migrants Project dell’Oim ha documentato almeno 29.924 morti nel Mediterraneo dal 2014. Nello stesso periodo 2.292 persone hanno perso la vita sulla rotta del Mediterraneo orientale, nel tentativo di raggiungere l’Europa. 
L’Unhcr e l’Oim fanno appello agli stati perché cooperino al potenziamento dei corridoi sicuri e garantiscano un’azione coordinata di ricerca e soccorso in mare, continuando a lavorare insieme per trovare soluzioni globali ed evitare la perdita invano di altre vite”.

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“L’Unicef è profondamente addolorato e scosso dalle molteplici segnalazioni secondo cui fino a cento bambini sarebbero rimasti intrappolati nella stiva di un’imbarcazione che si è rovesciata e affondata al largo della costa della Grecia ieri, in una delle più grandi tragedie in mare nel Mediterraneo degli ultimi anni.

Possiamo supporre che molti di questi bambini abbiano perso la vita, al momento le notizie sui sopravvissuti sono limitate. Le nostre più sentite condoglianze vanno alle famiglie dei bambini e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo orribile evento.

Si tratta di bambine/i migranti e richiedenti asilo che sono fuggiti da conflitti, violenze e povertà. Sono minorenni che probabilmente hanno subito sfruttamento e abusi in ogni fase del loro viaggio. La maggior parte di loro avrà cercato di attraversare il mare in condizioni pericolose, affidandosi a trafficanti.

L’Unicef è pronto a rispondere alle esigenze immediate dei bambini e delle donne che potrebbero essere sopravvissute al naufragio, in coordinamento con le autorità nazionali e i partner.

Ogni perdita di vita è una tragedia. La perdita evitabile di così tante vite di bambine/i nel Mar Mediterraneo è un’atrocità che perseguiterà queste coste per anni a venire. Quando è troppo è troppo.

In base al diritto internazionale e alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, i Paesi sono obbligati a proteggere i diritti e il superiore interesse dei bambini. L’Unicef continua a chiedere che vengano predisposti percorsi sicuri e legali per la migrazione e l’asilo nell’Unione Europea, e per operazioni di ricerca e soccorso coordinate che aiutino a prevenire le morti in mare.

Un bambino è un bambino, e i Paesi dovrebbero lavorare insieme per garantire che la vita di tutte/i le bambine e i bambini sia protetta, indipendentemente dal loro status migratorio”.

Parole, parole, parole…

«Un altro terribile naufragio nel Mediterraneo, questa volta vicino alla Grecia, ha causato la morte di decine di persone. Come ho già detto, ogni persona in cerca di una vita migliore merita sicurezza e dignità». Lo ha scritto su Twitter Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu.

“Con gli stati membri e i paesi terzi, dobbiamo fare di più per fermare le reti criminali che ogni giorno mettono a rischio le vite” dei migranti. Lo scrive su Twitter la commissaria europea per la Salute, Stella Kyriakides, esprimendo “profondo dolore” per “la significativa perdita di vite umane e per le persone disperse al largo della costa greca”. “Ognuna di loro – sottolinea Kyriakides – è una storia umana che parla di una fuga alla ricerca di una vita migliore”.

Parole e lacrime di coccodrillo.

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