Guerra, soldi, mezzi, uomini: così cresce il coinvolgimento italiano nelle missioni Nato e est
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Guerra, soldi, mezzi, uomini: così cresce il coinvolgimento italiano nelle missioni Nato e est

L’Italia in guerra. Ad Est. Misurabile in termini economici e d’investimento in mezzi e uomini. A darne conto, in un documento report per Mil€x (Osservatorio sulle spese militari italiane) è Enrico Piovesana.

Guerra, soldi, mezzi, uomini: così cresce il coinvolgimento italiano nelle missioni Nato e est
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

24 Maggio 2023 - 15.13


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L’Italia in guerra. Ad Est. Misurabile in termini economici e d’investimento in mezzi e uomini. A darne conto, in un documento report per Mil€x (Osservatorio sulle spese militari italiane) è Enrico Piovesana.

L’Italia nelle missioni Nato ad Est

Così il report: “Aumenta il coinvolgimento italiano nelle missioni Nato sul fronte orientale europeo in funzione di deterrenza anti-russa. Cresce l’impegno economico, 314 milioni rispetto ai 216 milioni del 2022, di pari passo con l’incremento dell’impegno operativo: 3.400 uomini (contro i 2.200 dell’anno scorso), 620 mezzi terrestri (100 in più del 2022) e una trentina di aerei (il doppio dell’anno scorso); stabili a 5 le unità navali. E’ quanto emerge dai documenti governativi sulle missioni internazionali all’esame del Parlamento e dalle comunicazioni rese nei giorni scorsi dei ministri di Esteri e Difesa alle rispettive commissioni parlamentari.

Esercito

Dal punto di vista operativo, il maggiore incremento riguarda la missione Nato dell’Esercito sul fronte sud-orientale europeo (Enhanced Vigilance Activity) con un boom di costi da meno di 40 milioni del 2022 a oltre 150 milioni, con truppe più che raddoppiate (da 1.000 diventano 2.120), più carri armati e blindati (da 380 a 450) e lo schieramento di 10 mezzi aerei. Un aumento poco chiaro, dato che il ministro Crosetto ha dato “conferma dei contributi terrestri in Bulgaria e Ungheria” (740 in Bulgaria, dove l’Italia da ottobre ha preso il comando del Battle Group Nato e 250 in Ungheria) e “l’avvio di un ulteriore impegno in Slovacchia con l’invio di una batteria missilistica antiaerea Samp/T” (con 150 uomini al seguito). Non è dato sapere dove siano destinati gli altri mille soldati, i settanta mezzi terrestri e i dieci velivoli in più.

Un notevole potenziamento è previsto anche per la missione Nato dell’Esercito in Lettonia (Operazione Baltic Guardian) il cui costo sale da 30 a 40 milioni, con un incremento di truppe (da 250 a 370) e mezzi (da 139 a 166 tra carri armati e blindati).

Da notare che uomini e assetti aggiuntivi di queste missioni corrispondono numericamente, grossomodo, a quelli della partecipazione italiana alla forza di prontezza Nato Vjtf (Very High Readiness Joint Task Force: 1.350 uomini, 77 mezzi terrestri, 2 navali e 5 aerei) che l’anno scorso era costata 86 milioni e quest’anno non è stata prorogata poiché il comando dell’unità, che l’anno scorso era italiano, quest’anno è tedesco. Appare plausibile che le forze di esercito, aviazione e marina attivate e approntate nell’ambito della Vjtf vengano impiegate all’estero nell’ambito delle missioni Nato che stiamo esaminando.

Aeronautica

Passando alle missioni dell’Aeronautica militare, si registra un incremento operativo per la missione Nato di sorveglianza spazio aereo est-europeo con lo schieramento di un secondo aero-spia Gulfstream G550 oltre a quello già operativo insieme all’aerocisterna KC-767 e un incremento di personale da 5 a 45 uomini. Questo a fronte di un decremento dei costi da 17 milioni a 7 milioni e mezzo. Fenomeno analogo per la missione aerea Nato di difesa dello spazio aereo della Romania (Task Force Air Gladiator) che conferma l’impiego di 12 caccia e 300 uomini, ma una diminuzione di costo da 79 a 53 milioni.

Marina

Per quanto riguarda la missione Nato della Marina, si registra un aumento di costo da 50 a 64 milioni con aumento di assetti aerei (da 1 a 4) ma sostanziale conferma di quelli navali (5) e degli uomini (circa 600). Ma il dato rilevante per questa missione è lo schieramento – anch’esso già avvenuto – del cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio a protezione della Polonia nelle acque del Mar Baltico, area molto calda dato che si trova di fronte all’enclave russa di Kaliningrad”.

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La resilienza non è economia di guerra

Di seguito l’appello per un uso di pace dei fondi del Recovery Plan.

al Parlamento Europeo

al Consiglio dell’Unione

al Parlamento italiano

 “Negli ultimi anni si è rafforzato un processo di militarizzazione dell’Unione Europea, con scelte che hanno portato all’istituzione di un Fondo europeo per la Difesa e di uno Strumento “per la Pace” che in realtà è funzionale all’invio di armamenti e alla cooperazione di natura militare, senza un coinvolgimento del Parlamento e dei cittadini europei su una questione tanto delicata e che tocca le fondamenta dello stesso Trattato di Lisbona. Per la prima volta dalla sua fondazione come percorso di pace, l’UE ha destinato miliardi di euro – mascherati da linee di finanziamento industriali e con meccanismi decisionali e di controllo opachi fin dai progetti preparatori – al sostegno dell’industria militare, senza un dibattito serio sulla propria politica estera e di difesa. E con il rischio, in parte già concretizzato, sia di distogliere risorse a interventi di natura sociale e cooperativa più utili sia di alimentare una pericolosa corsa agli armamenti.

La recente proposta della Commissione europea di permettere agli Stati membri di utilizzare il Fondo di coesione Ue e il Pnrr per sostenere le imprese della difesa nella produzione di munizioni e missili destinati all’Ucraina mostra la volontà di trasformare la tragedia della guerra in Europa in occasione di profitto per le multinazionali delle armi e, al tempo stesso –  con una base giuridica più che dubbia – propone di rimettere in discussione il senso originario del Recovery fund, concepito specificamente per tre principali azioni: la transizione verde, la transizione digitale e la resilienza dopo la pandemia.

L’Act to Support Ammunition Production (Asap), nelle parole delcommissario europeo Thierry Breton, è un piano «mirato a sostenere direttamente, con i fondi UE, lo sviluppo dell’industria della difesa, per l’Ucraina e per la nostra sicurezza», da velocizzare al punto da chiedere deroghe perché le fabbriche di armi e munizioni possano funzionare giorno e notte, sette giorni su sette, entrando in «modalità economia di guerra».

Questa nuova misura – non diversamente da quella già all’esame del Parlamento europeo, relativa agli acquisti coordinati per la difesa – è strumentale alla realizzazione di strategie in materia di difesa, elaborate senza la partecipazione del Parlamento europeo e con un intervento quanto meno dubbio dei Parlamenti nazionali. Anche dopo Lisbona, i Trattati riservano alle politiche di difesa un regime speciale che esclude il ruolo decisionale del Parlamento europeo, impedisce il ricorso a strumenti legislativi, non garantisce un pieno rispetto dei diritti fondamentali e limita il ruolo della Corte di Giustizia.

Il testo viene presentato come una proposta di politica industriale e mercato interno, mentre persegue di fatto obiettivi collegati alla sicurezza dell’UE, per la quale il Trattato non ammette l’adozione di misure legislative. 

Davanti alla sfida rappresentata dalla guerra in Ucraina, la risposta del Parlamento europeo e della Commissione deve tener conto dei rischi che l’escalation militare può produrre e delle conseguenze che la scelta del sostegno militare, anziché la scelta del negoziato, possono costituire per il futuro dell’Europa. La strada deve essere quella di una democratizzazione della politica di difesa europea, nella volontà di condizionarla al rispetto dello Stato di diritto, non quella della strumentalizzazione delle politiche europee e delle risorse dei contribuenti dell’Unione.

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Consideriamo ingiustificato il fatto che il provvedimento in questione preveda la possibilità di disapplicare le norme in materia ambientale, di tutela della salute umana e della sicurezza sul luogo di lavoro.

Chiediamo che il Parlamento europeo, che ne discuterà a Bruxelles il prossimo 31 maggio, non accetti di rimettere in discussione le misure di solidarietà già decise attraverso il Pnrr, affermando che, in materia di difesa, i nuovi fondi possono essere utilizzati solo con il ruolo determinante del Parlamento, nel rispetto dei valori e dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Carta delle Nazioni Unite. Non bisogna ripetere gli errori commessi sugli altri fondi legati all’industria militare, per i quali il Parlamento europeo ha rinunciato nella pratica alle proprie prerogative di controllo in piena trasparenza.

Chiediamo perciò che nell’ambito delle iniziative dell’Unione sulle politiche di finanza sostenibile, le armi controverse – oggetto di convenzioni internazionali che ne vietano lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio, l’impiego, il trasferimento e la fornitura – siano considerate incompatibili con la sostenibilità sociale.

Chiediamo che il settore sia soggetto a un rigoroso controllo normativo da parte degli Stati membri per quanto riguarda il trasferimento e l’esportazione di prodotti militari e a duplice uso.

Chiediamo la creazione di un comitato di collegamento tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali, nel quadro delle loro competenze ai sensi dell’art. 12 del TUE per il monitoraggio della messa in opera di queste disposizioni.

Chiediamo di vigilare affinché l’industria bellica non possa esercitare un’influenza indebita – come invece già avvenuto fin dall’istituzione dei programmi precursori del Fondo europeo per la Difesa – sulle agende politiche nazionali in materia di difesa e sicurezza e perché, nel rischio di un progressivo scivolamento verso un’“Europa delle Patrie”, l’industria bellica non diventi un mostruoso “motore di crescita”, cinica declinazione dei concetti di “ripresa” e “resilienza”.

 Libertà e Giustizia

Rete Italiana Pace e Disarmo

ANPI

ARCI

Un Report illuminante

Le priorità dell’Unione e la conseguente assegnazione di attenzione politica, personale e di risorse finanziarie contano molto. In modo inquietante, l’UE e i suoi Stati membri hanno fatto passi significativi negli ultimi anni per deviare l’attenzione e le risorse da priorità civili a quelle militari. Solo un paio di anni fa gli avvertimenti sull’influsso di un complesso militare-industriale dell’UE sembravano inverosimili: oggi invece si sta rivelando una realtà di cui l’Unione Europea è sempre più orgogliosa.

Anche se le idee e posizioni che puntavano ad una la militarizzazione dell’UE sono presenti da tempo nel dibattito politico, si può ritenere che abbiano guadagnato uno slancio significativo a partire dal 2016 con il referendum sulla Brexit. In pochi anni gli Stati membri e le istituzioni Comunitarie – e con una forte azione di lobby da parte delle industrie europee delle armi e della sicurezza – hanno fatto avanzare il percorso di militarizzazione dell’UE a un ritmo preoccupante. L’istituzione della Cooperazione Strutturata Permanente (Pesco) e la Coordinated Annual Review on Defence (Card) così come l’introduzione del Fondo Europeo per la Difesa (European Defence Fund Edf)hannoaperto la strada a uno spostamento verso priorità militari di tutto il sistema complessivo dell’UE, a scapito della cooperazione degli Stati membri sulle questioni sociali e sulla pace.

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Lo sviluppo di capacità militari congiunte è stato incoraggiato e sono stati presi impegni per aumentare la spesa militare sulla base dell’idea che il progetto europeo sia in qualche modo minacciato e che una “Europa più forte” sia necessaria sulla scena globale. Richieste affinché l’UE faccia uso del suo peso militare a livello globale sono sempre più forti. Poiché un’ulteriore integrazione sociale ed economica dell’Unione viene rifiutata e/o bloccata dagli Stati membri, questa strategia sembra derivare dal desiderio di dimostrare la capacità dell’UE di agire in tempi di crisi, integrare attori populisti di destra e forgiare un nuovo consenso per un’Europa che “protegge”.

Contemporaneamente idee come “l’autonomia strategica” o le affermazioni secondo cui la militarizzazione dell’UE finirà per ridurre i costi di approvvigionamento militare stanno mettendo in ombra la profonda divisione esistente tra gli Stati membri e i loro obiettivi militari, economici e geostrategici. Data la natura altamente delicata della sicurezza, della difesa e della politica estera sorgono seri dubbi sull’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa avere come risultato un rafforzamento dei legami tra gli Stati membri favorendo un miglioramento del consenso. Ciò che è certo è che le industrie europee delle armi e della sicurezza traggono (e trarranno) profitto direttamente dal denaro dei contribuenti europeie dagliimpegni annunciati in tutta l’Unione di aumento della spesa militare.

Ma questo spostamento della retorica, della struttura organizzativa e dei finanziamenti verso una priorità alla militarizzazione non assicurerà la pace né affronterà le cause strutturali dei conflitti che sono stati e continueranno ad essere alimentati tra le altre cose da un’economia di sfruttamento promossa da un’UE neoliberale. Nonostante questa situazione allarmante e i negativi sviluppi in vista la militarizzazione dell’UE e le sue possibili implicazioni a lungo termine non sono ben note alla società civile e all’area progressista in Europa. I materiali di approfondimento che danno una panoramica completa e fruibile degli elementi di base della militarizzazione dell’UE sono scarsi. Il Report “Un’Unione militarizzata. Capire e affrontare la militarizzazione dell’Unione Europea”mira a colmare questa lacuna e a fornire un’introduzione a questo complesso argomento. L’obiettivo è farlo diventare una risorsa utile per coloro che sono attivi nei movimenti per la pace, per i lettori più giovani che cercano un approccio critico e costruttivo verso l’UE, e per coloro che lottano per un’Europa più pacifica, sociale e giusta per il clima”.

Questo Report è stato promosso dall’ufficio di Bruxelles della Rosa Luxemburg Stiftunge e reso possibile grazie ai membri della Rete europea contro il commercio di armi (European Network Against Arms Trade Enaat) di cui anche Rete Italiana Pace e Disarmo è parte, e si basa sulla loro competenza, esperienza e impegno.  Gli autori di questo lavoro sono: Ainhoa Ruiz (Centre Delas), Bram Vranken (Vredesactie), Francesco Vignarca (Rete Pace Disarmo), Jordi Calvo (Centre Delas), Laëtitia Sédou (ENAAT EU Program Manager), Wendela de Vries (Stop Wapenhandel).

 Il Report è del 2 luglio 2021. Due anni dopo, la situazione è peggiorata.

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